Mahler Sinfonia 3 • Nelsons
- Lorenzo Giovati
- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 5 min
Vienna, Musikverein. 2 Maggio 2026.
Un altro fine settimana di puro fuoco, quello di inizio maggio nella capitale austriaca. Nella stessa sala, a distanza, come sempre, del tempo per sorbirsi una tazza di tè, si sono esibiti i Wiener Philharmoniker e i Berliner Philharmoniker: una coincidenza che altrove avrebbe il sapore dell’eccezione, ma che a Vienna sembra invece appartenere quasi all’ordine naturale delle cose. Ancora una volta, la capitale austriaca ha ricordato al mondo come un primato possa fondarsi anzitutto sulla cultura.
Il concerto pomeridiano delle 15.30 ha visto come protagonista il maestro Andris Nelsons, impegnato nell’esecuzione della Terza Sinfonia di Gustav Mahler. Con questa esecuzione, a cui sarebbe seguita l’Ottava nella settimana successiva, il maestro ha concluso l’integrale delle sinfonie mahleriane con i Wiener Philharmoniker, un progetto documentato in video da Unitel e in audio da Deutsche Grammophon, che pubblicherà il cofanetto completo in autunno, mentre la Quinta è già disponibile in streaming e in vinile.
Il Mahler del maestro Nelsons con i Wiener Philharmoniker si è da subito rivelato qualcosa di profondamente inatteso. Lontano dalla tradizione (oggi diffusissima) delle letture più analitiche e architettoniche, il direttore ha riportato il baricentro sulla dimensione emotiva della musica mahleriana, su quella tensione viscerale e quasi fisica che apparteneva anche a Leonard Bernstein, che resta forse ancora oggi il più sconvolgente interprete di questo repertorio. Non vi è stata però imitazione, bensì una comune capacità di trasformare la partitura in esperienza umana. Questa Terza Sinfonia è stata uno dei più grandi concerti ascoltati negli ultimi anni. Un’esecuzione di una perfezione quasi inconcepibile, emozionante ai massimi livelli, di una bellezza esasperante, tale da rendere difficile persino tradurre in parole ciò che è stato vissuto in sala.
Nel primo movimento il maestro Nelsons ha costruito un universo sonoro di impressionante compattezza. Il suono dell’orchestra è risultato densissimo, profondo, scavato sino alle fibre più interne della partitura, senza mai perdere nitidezza. Ogni nota è sembrata avere un peso specifico preciso, ogni frase è stata modellata con consapevolezza assoluta. I tempi hanno mantenuto una coerenza interna ammirevole pur nel continuo mutare delle atmosfere: improvvisamente cupe, poi luminose, quindi quasi sognanti. Gli archi hanno alternato leggerezze impalpabili a sonorità corpose e scure, mentre l’assolo del trombone ha raggiunto una profondità espressiva raramente ascoltata. Straordinario il lavoro sui corni, costantemente in primo piano, ma mai invadenti: graffianti senza brutalità, possenti senza perdere nobiltà timbrica. Nella prima grande esplosione melodica il suono è parso espandersi con una forza irresistibile, sostenuto da una precisione ritmica impressionante e da percussioni di chiarezza adamantina. Tuba e archi scuri hanno dato al movimento un fondamento quasi tellurico, mentre i fiati hanno conservato una vivacità lucidissima in ogni dettaglio. La scrittura mahleriana si è trasformata in un continuo alternarsi di malinconia e di slancio vitale, di ombra e luce. Di straordinaria eleganza anche l’intervento solistico del Konzertmeister Volkhard Steude. Il movimento, lunghissimo e visionario, è culminato in una conclusione luminosa e trascinante, sostenuta da un ritmo poderoso, ma mai precipitato.
A seguire, il secondo movimento ha mutato radicalmente il paesaggio espressivo. L’inizio è apparso delicatissimo, sostenuto da archi di straordinaria morbidezza e da un respiro amplissimo della frase musicale. Il maestro Nelsons ha lavorato con minuzia sulle arcate, ottenendo un senso sospeso, quasi irreale, di rara eleganza. Anche quando la musica si è fatta più scorrevole e vivace, tra pizzicati degli archi, rapide figurazioni dei fiati e improvvisi interventi delle percussioni, la leggerezza della sonorità non è mai venuta meno. E’ sembrato davvero di assistere alla fioritura sonora evocata dall’antica denominazione del movimento, quasi che la natura stessa prendesse parola. Vi è aleggiata inoltre una vena nostalgica sottilissima, continuamente attraversata da impercettibili flessioni agogiche. Tempo, colore e suono hanno trovato un equilibrio di raffinatissima intelligenza musicale.
Nel terzo movimento il ritmo si è fatto più vivo, senza mai diventare nervoso. Nelsons ha evitato qualsiasi eccesso caricaturale, mantenendo una straordinaria leggerezza, anche nei momenti più dinamici. La sezione del posthorn è stata semplicemente perfetta: mentre gli archi hanno mantenuto un suono nebuloso, quasi impalpabile, lo strumento è risuonato dall’esterno della sala con una purezza irreale, leggerissimo e impeccabile nell’intonazione. Attorno a quell’apparizione sonora, il direttore ha costruito un movimento di intima dolcezza e di struggente malinconia, alternando episodi più penetranti e orchestrali a momenti di rarefazione assoluta. I contrasti sono emersi in modo fluido, senza scatti bruschi, mentre gli archi hanno dispiegato un’infinità di sfumature sino agli accenni quasi ultraterreni del sesto movimento prima della conclusione.
Il quarto movimento ha invece spalancato un abisso espressivo completamente diverso. Atmosfera cupa, lenta, sospesa. Le pause sono state sostenute con tale tensione da creare un autentico senso di oppressione, mai però totalmente disperata. Nel Mahler del maestro Nelsons è sempre rimasto un barlume di luce, una speranza che continuava a filtrare persino nelle frasi più oscure e deformate. Fondamentale in questo senso il contributo di Wiebke Lehmkuhl, interprete ormai veterana del repertorio mahleriano, ascoltata negli ultimi anni nelle più importanti esecuzioni europee della Terza Sinfonia. Il suo intervento è stato esemplare per consapevolezza del fraseggio, precisione e qualità dell’emissione. Il maestro Nelsons ha progressivamente illuminato il movimento dall’interno, modellando la linea musicale con una concezione quasi lirica della frase. Ancora magnifici i Wiener Philharmoniker, compatti e lucidissimi anche nei passaggi più delicati. Gli interventi solistici dell’oboe, più ancora di quelli del violino, hanno assunto un carattere quasi straniante, deformato, profondamente inquieto.
Nel quinto movimento è riemersa la vitalità mahleriana, ma sempre attraversata da una sottile inquietudine. Straordinario il contributo del Wiener Singverein e dei Wiener Sängerknaben, collocati nella balconata dell’organo secondo una tradizione che già Bernstein aveva reso celebre. Precisione assoluta, suono compatto e delicatissimo, perfetto equilibrio con l’orchestra.
Infine, il sesto movimento ha raggiunto qualcosa che trascende il semplice concetto di interpretazione musicale. Il maestro Nelsons ha scelto un tempo finalmente ampio, vicino alla concezione di Bernstein, senza tuttavia indulgere in lentezze artificiali. Tutto è apparso inevitabile, organicamente costruito. Ogni nota è sembrata nascere dalla precedente e introdurre la successiva, generando nell’ascoltatore un desiderio quasi fisico di continuare ad ascoltare. È stato il culmine emotivo del concerto, un momento di pura vertigine musicale. Gli archi, soprattutto i violoncelli, hanno raggiunto livelli espressivi sconvolgenti, sostenendo un continuo gioco di tensione e rilascio in cui i contrasti non sono mai stati esibiti brutalmente, ma sfumati con naturalezza infinita. La melodia è stata ricostruita in ogni minima variazione con lucidità assoluta della linea, sino a trasformarsi in qualcosa di quasi insostenibilmente commovente. I pianissimi sono risultati impalpabili, sospesi nel vuoto, mentre i fortissimi sono stati travolgenti, senza mai diventare feroci.
I Wiener Philharmoniker hanno raggiunto per tutta la serata una qualità timbrica difficilmente immaginabile. Il loro suono è apparso profondo, rotondo e penetrante insieme, capace di mantenere densità e trasparenza simultaneamente. Gli archi hanno mostrato una gamma inesauribile di colori, ma soprattutto i corni sono stati stupefacenti: sempre presenti e perfettamente integrati, capaci di emergere con nobiltà sonora senza mai sovrastare il tessuto orchestrale.
Un’esecuzione impeccabile, accolta da ovazioni incontenibili del pubblico a suggellare uno di quei concerti che sono da ricordare come tra i più belli della propria vita.













