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Bartok e Mahler • Nelsons

  • Lorenzo Giovati
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Vienna, Musikverein. 22 Febbraio 2026.

Solo due sinfonie separavano ancora Andris Nelsons dal compimento dell’integrale della produzione sinfonica di Gustav Mahler con i Wiener Philharmoniker, un progetto ambizioso che sta producendo incisioni in DVD per Intel e registrazioni per la Deutsche Grammophone, realizzato in larga parte a Salisburgo, dove sono state eseguite le Sinfonie n. 2, 3, 4, 5, 6, 9 e la Decima, e in misura minore a Vienna, che ha accolto la Prima e la Settima. L’Ottava verrà eseguita nel mese di maggio alla Wiener Konzerthaus, a suggello definitivo di un percorso coerente e lungamente meditato.


Al Musikverein, in febbraio, è stata dunque proposta la Prima Sinfonia; ma prima, come già accaduto nel concerto salisburghese dedicato alla Quinta sinfonia, il programma prevedeva l’accostamento di un concerto per pianoforte e orchestra di Béla Bartók.


Ad aprire la mattinata è stato così il Terzo Concerto per pianoforte e orchestra di Bartók, affidato all’arte pianistica di Lang Lang. Il pianista cinese ha offerto una prova di magistrale compiutezza, ostentando un pianismo fluidissimo, scolpito con nitore adamantino, in cui ogni nota ha trovato un’esatta collocazione, senza che la precisione abbia mai sacrificato il respiro del fraseggio. Alla scorrevolezza delle dita si è unita una qualità di tocco duttile e rotonda, capace di passare da una cantabilità raccolta a un virtuosismo luminoso, sempre governato con suprema naturalezza. Una tale fusione di rigore e di levità ha fatto pensare la perfezione di Maurizio Pollini.


Il maestro Nelsons, da par suo, ha accompagnato l’esecuzione del pianoforte con un gesto vigile e partecipe, cesellando il tessuto orchestrale con una cura minuziosa e, insieme, con slancio teatrale. La concertazione, attentissima agli equilibri interni, non ha rinunciato a improvvisi guizzi: memorabile è stata l’ultima nota del concerto, proiettata verso l’alto in un fortissimo abbagliante, così come il finale del primo movimento, animato da un’energia trascinante. Ne è scaturita un’esecuzione di esemplare compattezza, in cui solista e orchestra si sono fusi in un dialogo serrato e vitale.


Fulcro della mattinata, caratterizzata comunque da un livello artistico eccelso, è stata tuttavia la Prima Sinfonia di Mahler. Il maestro Nelsons è forse oggi uno degli interpreti mahleriani più interessanti. Storicamente, sulla base dell’esperienza offerta dai grandi lettori della misura di Mahler, si è distinta una linea interpretativa analitica, si pensi al maestro Claudio Abbado, da una più marcatamente emotiva, incarnata in modo emblematico dal mastro Leonard Bernstein. Oggi la tendenza dominante sembra privilegiare quasi esclusivamente la prima via: letture lucidissime, controllate, ricche di dettagli messi in perfetta evidenza. Il maestro Nelsons pare appartenere invece a quel ristretto numero di direttori che scelgono di accostarsi a Mahler seguendo un impulso prevalentemente emotivo, mettendo quindi in evidenza una tensione espressiva che pone al centro la melodia e il respiro.


Il primo movimento si è dischiuso dal misterioso pedale degli archi, sospeso in un’atmosfera di attesa quasi eterea, per aprirsi poi a melodie ampie e duttili, sorrette da sottili flessioni ritmiche che hanno assecondato la linea. La coda, irradiata di luce, ha suggellato un percorso costruito con sapiente gradualità. Il secondo movimento, vivido e scandito, ha esibito archi scuri e compatti, mentre le linee strumentali si sono intrecciate con chiarezza plastica. Nel terzo movimento, la marcia funebre ha proceduto lenta e grave, ma è stata anche attraversata da improvvisi scarti di rapidità, specie negli interventi delle percussioni, che ne hanno acceso i contrasti. Il finale si è imposto per impeto e ampiezza di visione: un flusso sonoro denso di contrapposizioni, governato da un’idea interpretativa che ha privilegiato la qualità del suono, il volume, ma soprattutto l’evidenza del profilo melodico. L’epilogo, ritmicamente serrato e sonoramente radioso, ha trascinato verso una conclusione di esaltante potenza.


A sostenere e amplificare tale lettura vi è stata la straordinaria prova dei Wiener Philharmoniker, compagine dal timbro rotondo e profondo, capace di sprigionare energia, senza mai indurirsi. Gli archi, duttili e vellutati, hanno modellato il fraseggio con ammirevole flessibilità; i fiati si sono distinti per incisività e controllo; gli ottoni, potenti, ma sempre nobili nel colore, hanno conferito solennità e ampiezza alla tessitura orchestrale.


L’accoglienza finale ha suggellato il trionfo del maestro: richiamato sul podio per ben due volte dopo l’uscita dell’orchestra, Il maestro Nelsons è stato salutato da un entusiasmo raro, degno di un concerto di altissimo livello e di una Prima di Mahler destinata a lasciare una memoria duratura. 


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