Mahler Sinfonia 6 • Gatti
Verona, Teatro Filarmonico. 8 Settembre 2026.
L’8 settembre il Teatro Filarmonico di Verona ha inaugurato la trentacinquesima edizione del Settembre dell’Accademia con uno degli appuntamenti di maggior rilievo dell’intera rassegna: la Sächsische Staatskapelle Dresden, diretta dal proprio Chefdirigent Daniele Gatti, nella Sinfonia n. 6 in la minore di Gustav Mahler. Un’apertura pienamente coerente con la fisionomia di un festival che, nell’arco di poche settimane, concentra a Verona alcune fra le maggiori compagini orchestrali e alcuni dei più importanti interpreti della scena internazionale, facendo del Filarmonico un punto d’incontro privilegiato per il grande repertorio sinfonico.
La Staatskapelle è arrivata a Verona nel corso di una tournée europea iniziata pochi giorni prima e destinata a proseguire, dopo la tappa di Lubiana, verso Merano, Künzelsau e Breslavia. L’evento di Verona ha avuto tuttavia un carattere particolare, in quanto Verona è stata l’unica città della tournée a ospitare, in due serate consecutive, entrambi i programmi preparati dall’orchestra. La prima serata, interamente dedicata alla Sesta di Mahler, riprendeva inoltre il programma con cui il maestro Gatti e la Staatskapelle avevano inaugurato a Dresda la stagione 2026/27.
Si è trattato anche di un nuovo capitolo del rapporto ormai consolidato fra il maestro Gatti, la Staatskapelle e il pubblico italiano. Proprio al Settembre dell’Accademia, nel 2024, direttore e orchestra avevano proposto Verklärte Nacht di Schönberg e la Prima Sinfonia di Mahler; un anno dopo erano approdati alla Scala con il Requiem per archi di Takemitsu e la Quinta Sinfonia. La Sesta si è così inserita naturalmente nel grande progetto mahleriano avviato dal maestro Gatti con l’orchestra di Dresda: il primo ciclo integrale delle sinfonie e dei Lieder di Mahler nella storia della Staatskapelle.
Per il maestro Gatti, inoltre, Verona rappresenta anche un legame familiare: suo padre era nato a San Pietro di Legnago, nel Veronese, prima di trasferirsi nel dopoguerra a Milano, dove aveva studiato canto. Un dettaglio biografico che ha aggiunto una sfumatura ulteriore al ritorno del direttore in una città e in un territorio che non gli sono del tutto estranei. Che Mahler occupi un posto centrale nell’universo interpretativo del maestro Gatti è cosa evidente da tempo. Nella Sesta Sinfonia sono emerse, con particolare nitore, le qualità che contraddistinguono il suo approccio a questo repertorio: una conoscenza approfondita della partitura, un’attenzione incessante alle relazioni fra le linee, un controllo ferreo delle dinamiche e soprattutto una precisione gestuale impressionante. Il maestro Gatti ha diretto interamente a memoria, con una sicurezza tale da permettergli di governare ogni sezione dell’enorme compagine senza perdere un attacco, una transizione, un mutamento di peso orchestrale.
Qui, tuttavia, risiede anche l’aspetto più discutibile e affascinante del suo Mahler. Quella del maestro Gatti non è una lettura votata all’abbandono emotivo, bensì un approccio analitico, corrucciato, spesso ripiegato su sé stesso, nel quale persino l’esplosione emotiva viene accuratamente preparata e sorvegliata. La musica può diventare concitatissima, accelerare improvvisamente, precipitare verso un climax, ma raramente si ha l’impressione che il direttore accetti di perdere il controllo della forma. La melodia mahleriana, di conseguenza, non sempre trova quella distensione che altri interpreti le concedono.
L’Allegro energico iniziale ha chiarito fin dalle prime battute questa concezione. L’attacco degli archi gravi è stato secco e duro; la marcia è emersa immediatamente con una scansione inesorabile, mentre il maestro Gatti ha cominciato fin da subito il proprio minuzioso lavoro sulle articolazioni interne. Anche nel celebre secondo tema, tradizionalmente associato ad Alma Mahler, il maestro Gatti non ha cercato una parentesi di pura espansione sentimentale.
Ha poi scelto di far seguire immediatamente lo Scherzo, adottando dunque la successione originaria Scherzo-Andante. È bene ricordare che Mahler concepì e pubblicò inizialmente la Sinfonia in questo ordine, ma durante le prove della prima esecuzione decise di invertirlo e diresse sempre personalmente l’opera con l’Andante prima dello Scherzo. La successiva tradizione editoriale ha a lungo oscillato fra le due possibilità, rendendo la scelta ancora oggi oggetto di discussione interpretativa.
Nella successione voluta dal maestro Gatti lo Scherzo è apparso come un’immediata deformazione del mondo appena ascoltato. La sua scansione brutale, i continui spostamenti d’accento e quella meccanicità quasi grottesca che percorre il movimento sono stati restituiti con precisione implacabile. Ancora una volta, la Staatskapelle ha seguito il direttore con una disciplina assoluta.
L’Andante moderato ha rappresentato inevitabilmente il momento di maggiore distensione dell’intera esecuzione e, forse, anche quello in cui l’idea interpretativa del maestro Gatti ha mostrato con maggiore evidenza i propri limiti e le proprie virtù. La bellezza sonora è stata indiscutibile, ma anche qui l’emozione non si è mai trasformata completamente in abbandono. Il maestro ha continuato a governare ogni crescendo, a misurare ogni rubato, a sorvegliare ogni passaggio. La commozione non è mancata, ma è rimasta in qualche misura trattenuta entro l’architettura.
È stato però nell’immenso Finale che questa impostazione ha trovato il proprio esito più convincente. Qui il controllo analitico del maestro Gatti non ha irrigidito il discorso, ma gli ha consentito di governare con straordinaria lucidità una delle costruzioni più smisurate, instabili e visionarie di tutto il sinfonismo mahleriano. Il movimento è apparso come un gigantesco incubo: frammenti che affioravano e scomparivano, marce improvvise, rarefazioni quasi irreali ed esplosioni violente. L’inquietudine mahleriana è emersa qui forse più che in qualsiasi altro punto della serata.
Un successo strepitoso per il maestro Gatti, richiamato più volte, ma altrettanto significativamente rivolto alla Staatskapelle.
Fondata nel 1548 e depositaria di una tradizione sonora fra le più riconoscibili del panorama europeo, la Staatskapelle ha offerto una prova magnifica. Gli archi sono stati compatti e duttili, gli ottoni solidi e penetranti, le percussioni precisissime: più ancora della qualità delle singole sezioni, ha colpito la disciplina complessiva dell’orchestra, capace di assecondare con immediatezza ogni indicazione di Gatti senza smarrire la propria identità timbrica.
Fra direttore e orchestra si è avvertita una sintonia ormai profondamente maturata. Il rigore analitico del maestro Gatti ha trovato nel suono scuro, nobile e coeso del complesso di Dresda un interlocutore ideale, dando vita a una Sesta severa e lucidissima. Ne è scaturita un’esecuzione inquieta, rigorosa e tecnicamente superba, ulteriore conferma della solidità del percorso mahleriano che Gatti e la Staatskapelle stanno costruendo insieme.




