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Ernani • Arrivabeni

  • Lorenzo Giovati
  • 23 dic 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

Verona, Teatro Filarmonico. 14 Dicembre 2025.

La ricca stagione del Teatro Filarmonico di Verona si è conclusa, con la fine dell’anno 2025, nel segno luminoso di Giuseppe Verdi, riportando in scena un titolo non di frequentissima esecuzione, ma non per questo meno significativo, vale a dire Ernani, quinta opera del compositore di Roncole e primo vero affaccio di quelli che lo stesso Verdi definirà, con una celebre espressione, gli “anni di galera”: un periodo di lavoro febbrile e ininterrotto, di progressiva maturazione musicale, che secondo lo stesso Maestro si sarebbe protratto addirittura fino al Falstaff, come lascia intendere una lettera a Ricordi del 1892 in cui parla esplicitamente di “cinquant’anni di galera”. In questa fase creativa Verdi concepisce ancora la morte e i temi ad essa connessi, non come oggetto di meditazione metafisica, come accadrà nelle opere della piena maturità, ma piuttosto come esito naturale e drammaticamente necessario della vicenda teatrale. La musica tende dunque a sostenere l’azione, ad amplificarne l’urgenza teatrale, giocando su contrasti netti tra furia e abbandono lirico, elementi essenziali di quel romanticismo ottocentesco che in Italia non ebbe mai una piena affermazione autonoma e che in Verdi può essere letto, semmai, come un romanticismo di derivazione, più che come una scelta ideologica consapevole.


A dirigere questa nuova produzione veronese di Ernani è stato il maestro Paolo Arrivabeni, professionista solido e di consumata esperienza, che ha condotto l’opera con mano sicura e con indubbio apprezzabile mestiere. La concertazione ha puntato costantemente a garantire una buona coesione tra buca e palcoscenico, obiettivo spesso raggiunto, grazie a una gestione attenta delle dinamiche e a una costante cura per le esigenze del canto. Tuttavia, con il procedere della serata, la direzione non ha mancato di mostrare una certa tendenza alla monotonia dei tempi, raramente variati o caricati di tensione drammatica, anche nelle scene più incandescenti sul piano teatrale. Ne è risultata una lettura complessivamente efficace e rispettosa delle voci, ma non sempre coinvolgente, né pienamente aderente a quella verve sanguigna e impetuosa che costituisce uno dei tratti più autentici del primo Verdi.


Gli unici veri momenti di scollamento tra orchestra e palcoscenico si sono verificati nelle pagine affidate al Coro della Fondazione Arena di Verona, apparso sorprendentemente fragile: il suono è risultato spesso debole, poco coeso, talvolta impreciso nell’intonazione e quasi mai incisivo sul piano drammatico. Un esito tanto più deludente, se si considera l’abitudine del complesso corale a misurarsi con spazi ben più vasti e impegnativi, come il palcoscenico estivo dell’Arena. Migliore, pur senza raggiungere livelli di assoluta raffinatezza, la prova dell’Orchestra della Fondazione Arena di Verona, compatta e funzionale, con archi dal bel velluto timbrico, ma con ottoni complessivamente poco morbidi e non sempre rifiniti nel suono.


Il livello del palcoscenico si è attestato su esiti complessivamente buoni. Su tutti ha primeggiato il Don Carlo di Amartuvshin Enkhbat, baritono ormai affermatissimo, soprattutto nel repertorio verdiano. La sua è una voce di grande qualità timbrica, calda, nobile, sempre morbidissima nell’emissione, capace di imporsi, più per la bellezza naturale del suono, che per un’esibizione muscolare del mezzo. Alcune residue rigidità sul piano espressivo, che talvolta limitano la varietà interpretativa, vengono ampiamente compensate da un canto costantemente elegante e da una linea vocale di rara piacevolezza. Un baritono verdiano che sceglie consapevolmente la qualità del timbro come cifra principale della propria interpretazione.


Ottima è stata anche la prova di Antonio Poli nel ruolo eponimo di Ernani, preparato in tempi strettissimi a seguito del forfait di Angelo Villari. Poli ha saputo restituire al personaggio una baldanza vocale convincente, fondata su uno squillo sicuro e su un’emissione ben controllata, sempre salda negli accenti e nell’intonazione. Sul piano interpretativo ha evitato il rischio di un canto costantemente stentoreo, cercando invece, con intelligenza, inflessioni più morbide e sfumature dinamiche che hanno reso il personaggio più sfaccettato.


Complessivamente pregevole, sebbene non esente di riserve, è stata la prova di Olga Maslova nel ruolo di Elvira. Il personaggio è stato disegnato con evidente partecipazione e con buona intensità, ma la voce, pur sicura nell’intonazione, ha mostrato una certa tendenza allo sforzo nella zona acuta, talvolta sgradevole, mentre il registro centrale è apparso meno sonoro e meno presente di quanto sarebbe auspicabile.


Di una bella pasta vocale, scura e solida, si è fragiato il Silva di Vitalij Kowaljov, interprete autorevole sul piano scenico e vocale, ma ancora perfettibile nella pronuncia italiana e nel fraseggio, che avrebbe potuto essere più incisivo e curato.


Hanno completato il cast con buona professionalità Elisabetta Zizzo nel ruolo di Giovanna, Saverio Fiore come Don Riccardo e Gabriele Sagona nei panni di Jago.


Resta infine la regia, ampiamente contestata, di Stefano Poda, figura tutt’altro che sconosciuta, nel bene e nel male, al pubblico veronese. Ancora una volta, Poda si è confermato un regista profondamente monotematico, portatore di un’unica idea che tende a declinarsi, con minime variazioni, in tutte le sue produzioni. Questo Ernani non si è discostato in modo sostanziale dalle sue regie precedenti: non si tratta soltanto di uno stile riconoscibile, come può esserlo quello di un Livermore, ma di una vera e propria reiterazione di soluzioni visive, simboliche e concettuali che finiscono per prescindere quasi completamente dall’opera che viene messa in scena. I due ambienti principali, che si sono alternati lungo lo spettacolo, sono stati, da un lato, uno spazio classico, ma in rovina, sospeso in una dimensione temporale indefinita, e, dall’altro lato, un ambiente ipermoderno, freddo e astratto, che richiamava l’estetica di un microchip. Il risultato è stato tanto distante dal mondo drammatico di Ernani quanto, al tempo stesso, di grande impatto visivo. È innegabile, infatti, che il principale pregio di Poda risieda nella straordinaria qualità estetica delle sue creazioni: la regia è poi coerente con la sua cifra personale, non particolarmente incisiva sul piano narrativo o drammaturgico, ma capace di offrire immagini di rara bellezza e suggestione, con momenti di autentico colpo d’occhio e una non trascurabile attenzione alle esigenze del canto. Emblematica, in tal senso, si è rivelata l’idea di collocare le ultime battute di Ernani all’interno di un grande cubo di vetro, quasi a creare una terza dimensione sonora, come se la voce provenisse da un altrove metafisico. Un’intuizione visivamente potente, che tuttavia, sul piano iconografico e simbolico, rimandava però al nulla. Allo stesso modo, sono risultati privi di significato i consueti figuranti che hanno popolato la scena, ormai divenuti una presenza ricorrente e francamente estenuante, impegnati in movimenti convulsi che non hanno aggiunto nulla alla comprensione dell’opera. La regia ha confermato dunque che Poda non è affatto uno sprovveduto: conosce il mestiere, sa costruire spettacoli formalmente compiuti e coerenti con il proprio pensiero, anche se raramente illuminati da autentici lampi di genio. Ciononostante, poiché una regia viene proposta, non per appagare il regista, ma per interessare il pubblico, che paga il biglietto e che è il destinatario dell’offerta, viene legittimamente da chiedersi perché mai, se il  pubblico di Verona ha ormai manifestato in modo inequivocabile la propria insofferenza verso questo tipo di regia, i responsabili artistici locali insistano nell’organizzare spettacoli che sembrano invece ignorare, sino a quasi sfidarla, la sensibilità del pubblico medesimo, il quale, piaccia o non piaccia, è comunque la cartina tornasole della bontà del loro lavoro.


In conclusione, quindi, quella a cui si è assistito è stata una Ernani visivamente affascinante, registicamente discutibile e musicalmente solida, anche se non memorabile, a  conferma delle luci e delle ombre di una produzione ambiziosa.


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