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Messa da Requiem • Gatti

  • Lorenzo Giovati
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Vienna, Musikverein. 23 Maggio 2026.

Ci sono partiture che possono essere ascoltate, riascoltate e interrogate infinite volte senza perdere nulla della loro forza. La Messa da Requiem di Giuseppe Verdi appartiene a questa rarissima categoria. È una musica che scava, interroga, ferisce, porta alla luce una dimensione dello smarrimento che non è mai genericamente spirituale, ma è sempre profondamente umana. La sua grandezza sta proprio in questo: nel riuscire a trasformare il rito della "messa" in una meditazione sul destino dell’uomo, sulla paura, sul giudizio, sulla pietà, sulla solitudine estrema davanti alla morte.


Una grande esecuzione del Requiem dovrebbe lasciare questo senso di turbamento. È esattamente ciò che è accaduto al Musikverein di Vienna, dove Daniele Gatti ha diretto la Messa da Requiem con la Sächsische Staatskapelle Dresden, il Wiener Singverein e un cast vocale di primissimo ordine. Ne è nata un’esecuzione memorabile, di quelle che non si esauriscono nel momento dell’ascolto.


Il maestro Gatti ha portato questa partitura in molti luoghi e in molte fasi della sua carriera, arrivando progressivamente a una lettura sempre più personale, sedimentata, riconoscibile. Non sempre, nel repertorio verdiano, la sua visione ha convinto del tutto. In lavori come Falstaff o Don Carlo, pur riconoscendosi la caratura dell’interprete e l’intelligenza del disegno complessivo, la sua concezione è sembrata talvolta schiacciare le zone di luce, come se il colore verdiano venisse ricondotto a una gravità costante, non sempre necessaria. Nel Requiem, invece, quella stessa inclinazione all’introspezione, alla densità del suono, al controllo della forma ha trovato un punto di equilibrio ideale. Qui il maestro Gatti ha fatto un lavoro di rara precisione e di impressionante profondità, senza sacrificare le tinte, senza irrigidire le pagine, senza trasformare la severità in freddezza.


La sua è stata una lettura di febbrile intensità, ma mai nervosa. Il maestro Gatti ha dimostrato tutte le qualità del grande direttore: la scelta dei tempi è stata accuratissima, sempre funzionale al respiro della frase e alla costruzione dell’insieme; il gesto è apparso di un nitore impressionante, essenziale, scolpito, capace di tenere insieme coro, orchestra e solisti con una precisione assoluta. Ma ciò che più ha colpito è stato il fatto che il maestro Gatti ha dato la sensazione di aver compreso la partitura in profondità, di averne interiorizzato la natura più autentica. La Messa non si canta come un’opera, raccomandava Verdi, e il maestro Gatti ne ha offerto una lettura che ha preso sul serio questa indicazione senza però neutralizzare la teatralità della musica stessa. Vi sono letture che mettono in primo piano la componente più religiosa e spirituale della Messa, come quella del maestro Teodor Currentzis, capace di costruire una sorta di rito in musica. Altre esecuzioni insistono invece sul carattere più verdiano, sul gesto teatrale, sulla potenza scenica della scrittura. Il maestro Gatti non ha scelto nessuna di queste strade in modo esclusivo. Non ha messo in scena la Messa, ma ha diretto il "Requiem". E questa differenza, durante l’esecuzione, è apparsa fondamentale.


Tutto è stato ricondotto alla sua dimensione funebre, non in senso cupo, ma come centro espressivo dell’intera costruzione. Le tinte orchestrali, le dinamiche spigolose, ma mai isteriche, il suono sempre pieno, compatto, a tratti lugubre, hanno creato una tensione continua, una sorta di gravità interiore che ha attraversato tutta la partitura. Il Dies Irae è stato travolgente per precisione drammatica. Gli attacchi sono stati netti senza essere secchi, i colpi di grancassa ampi e profondi. Si è rimasti senza respiro fino al Lacrymosa, come dentro una progressione inesorabile, in cui ogni episodio sembrava aggiungere un grado ulteriore di angoscia.


Splendido anche il Tuba Mirum, costruito con una spazialità sonora di rara efficacia. Le trombe fuori scena, collocate non soltanto fuori dal palco, ma in alto, sulla balconata dell’organo e sulla galleria posteriore, hanno prodotto un’impressione di straordinaria potenza. È stata una scelta giustissima, non decorativa, non pensata per un effetto esteriore, ma profondamente coerente con il senso della pagina. Le trombe del giudizio devono arrivare dall’alto, devono attraversare la sala, devono dare la percezione di un suono che non appartiene più soltanto all’orchestra, ma allo spazio.


La Sächsische Staatskapelle Dresden ha suonato in modo straordinario. Il suono è stato corposo, rotondo, potentissimo e al tempo stesso duttile, capace di passare dalla compattezza più severa a una luminosità controllata. Un’orchestra di impressionante nobiltà timbrica. Gli archi sono stati fondamentali nel dare corpo all’intera esecuzione: pieni e compatti. I fiati hanno mostrato una precisione esemplare, con interventi sempre calibrati e perfettamente inseriti nel disegno complessivo. Gli ottoni, potenti e rotondi, non hanno mai avuto un solo momento di incertezza.


Il Wiener Singverein ha offerto una prova di altissimo livello. Il coro ha affrontato una partitura di difficoltà estrema con una coesione d’insieme impressionante, mostrando, non soltanto volume e compattezza, ma anche disciplina, chiarezza di articolazione e capacità di modellare il suono secondo le esigenze della direzione. Ne è risultato un coro severo, compatto, grandioso, ma sempre musicalmente sorvegliato.


Anche il cast vocale ha rappresentato uno dei punti di forza della serata.

Eleonora Buratto si è riconfermata interprete sensibile, dotata di una voce sicura ed elegante nel fraseggio. Il suo canto ha mantenuto sempre una linea composta e la voce è stata emessa con naturalezza, conservando morbidezza e qualità del suono. Nel Libera me ha dato il meglio di sé, trovando un equilibrio molto convincente tra tensione drammatica e controllo vocale.


Elina Garanča è apparsa ancora una volta, probabilmente, il miglior mezzosoprano del momento. La voce non ha mostrato il minimo segno di cedimento, pur mutando colore e impostazione ogni qual volta la musica lo richiedeva. Il timbro è rimasto pieno, brunito, omogeneo, sostenuto da una tecnica di impressionante solidità. La linea di canto è stata sempre controllata, l’intonazione impeccabile, l’emissione naturale, priva di qualsiasi sforzo apparente.


Benjamin Bernheim, pur non essendo un tenore dalla vocazione propriamente verdiana, ha convinto senza riserve. Il suo timbro, più chiaro e lirico rispetto a quello di altri interpreti tradizionalmente associati a questa parte, si è rivelato sorprendentemente adatto a restituire una dimensione di raccoglimento, di purezza e di sospensione. Nell’Ingemisco ha cantato con musicalità straordinaria, senza indulgere in languori, ma cesellando la linea con eleganza e con un controllo del fiato davvero notevole. Ancora più impressionante è stato l’Hostias, in cui ha mostrato una tecnica raffinatissima di alleggerimento in cui il suono si è assottigliato fino a diventare etereo, ma senza mai perdere timbro, sostegno o intonazione. Ha cantato piano, non semplicemente meno forte, e lo ha fatto mantenendo qualità vocale. Al tempo stesso, ha posseduto la potenza necessaria per non essere mai coperto dall’orchestra e per inserirsi con autorevolezza nei momenti d’insieme. La sua è stata una prova maiuscola, tra le più sorprendenti e riuscite della serata.


Anche Riccardo Zanellato si è confermato interprete eccellente per la Messa da Requiem, seppur in condizioni di salute non ottimali, come è stato annunciato prima dell’inizio. Il timbro, caldo e morbido, ha conservato una qualità nobile, capace di farsi più penetrante nei passaggi di maggiore gravità e più raccolto nei momenti di sospensione. La voce ha mantenuto autorevolezza, pur sapendo trovare pianissimi di rara intensità.


Nel complesso, questa Messa da Requiem è stata un’esecuzione di impressionante precisione e di rara intensità. Nulla è sembrato lasciato al caso. Il maestro Gatti ha diretto un Requiem che ha saputo restituire il senso più profondo della partitura. È stata una di quelle serate in cui il miracolo musicale composto da Verdi si è potuto veramente toccare con mano. Un Requiem così intenso, così severo, così profondamente umano, non si dimentica.


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