Macbeth • Muti
- Lorenzo Giovati
- 2 giorni fa
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Torino, Teatro Regio. 26 Febbraio 2026.
Una nuova edizione di Macbeth ha richiamato un pubblico folto, numeroso e giustamente pieno di aspettative al Teatro Regio di Torino. L’attrazione principale della serata era, viene da scrivere inevitabilmente, l’attesissimo ritorno del maestro Riccardo Muti a Torino, città con la quale negli ultimi anni ha avviato una collaborazione stabile. L’attesa era ulteriormente amplificata dal fatto che il titolo proposto attingesse al repertorio verdiano, nel quale il maestro Muti, per conclamati meriti artistici, ma anche per sue naturali affinità elettive, è considerato ancor oggi, a livello mondiale, uno dei massimi interpreti. Ciò è indiscusso e indiscutibile. E’ questo un fatto che non va confuso con le opinioni, come invece troppo spesso si suole fare, e che è quindi giusto considerare vero qualsiasi possa essere la valutazione di questo Macbeth.
Ed è questo il punto. Perché questo Macbeth, in modo forse inatteso (ma non tanto per chi ha assistito alle più recenti esibizioni del maestro Muti, anche in campo sinfonico), non ha presentato nulla di quella verve sanguigna e autenticamente italiana e, soprattutto, di quella proposizione della quasi proterva tipicità del linguaggio verdiano, che lo stesso maestro Muti, in tante occasioni, nella sua lunga e brillantissima carriera, non solo ha amato evocare, ma che, in molteplici interpretazioni, ha anche magistralmente proposto, declinando, in chiave giustamente personale, come si conviene ad un grande artista, le sue rivendicate matrici toscaniniane, quale allievo di Antonino Votto. Per contro, alla dilatazione molto sensibile della narrazione orchestrale, non ha fatto da contrappunto, quantomeno agevolmente percepibile, uno scavo compensativo della partitura, in grado di restituire percezioni nuove, frutto di una naturale e costante evoluzione dell’accostamento alla musica, secondo una dinamica che caratterizza, ora come in passato, il percorso artistico di molti altri grandi direttori, dalla baldanza giovanile alla riflessività più senile.
Le scelte agogiche sono apparse estremamente dilatate, salvo rare parentesi più sostenute, e hanno generato una costante sensazione di inerzia e di (forse ricercata) cupezza, sottraendo però tensione al dramma. Una tensione che si è accesa solo episodicamente e spesso attraverso l’aumento dei volumi sonori, con le percussioni in (troppo) marcata evidenza. In questo contesto, i momenti più riusciti della serata sono stati le grandi scene d’assieme, su tutte il finale del primo atto, costruito con riconoscibile maestria. Il finale del secondo atto ha invece risentito di tempi molto lenti e di una contenuta tensione interna, che ha penalizzato il brindisi, rendendolo poco trascinante. Nel terzo e nel quarto atto la dilatazione si è fatta ancora più evidente. Anche nei ballabili del terzo atto si è avvertita una certa stanchezza nella ricerca del dettaglio e delle sfumatura. La direzione del maestro Muti, ovviamente, ma non è superfluo scriverlo, è stata sempre e comunque di elevato livello, non fosse altro per la grande esperienza di cui si è potuta giovare e per un senso della musica che non appartiene al mestiere, ma all’arte. È altrettanto evidente, però, che essa non è riuscita, né a far percepire esiti interpretativi non “già sentiti”, né è stata capace di emozionare.
Nemmeno l’orchestra del Teatro Regio di Torino ha offerto una prova pienamente all’altezza di altre occasioni. Compagine solitamente luminosa, precisa nelle intonazioni e rotonda nel suono, ha mostrato qui un timbro sordo, quasi legnoso, con imprecisioni evidenti in trombe e tromboni e timpani spesso sopra le righe. Il risultato complessivo è apparso poco rifinito.
Il Coro del Teatro Regio di Torino ha invece fornito una prova buona per volume d’insieme e solidità nelle singole componenti, con una netta superiorità qualitativa della sezione maschile, particolarmente incisiva e compatta.
Le voci sono state, invece, in alcuni casi buone, se non ottime. Il Macbeth di Luca Micheletti ha convinto pienamente, imponendosi come il fulcro autentico della serata. Non soltanto per le sue ben note qualità attoriali, che gli consentono di dominare la scena con naturalezza e con intelligenza teatrale, ma per un lavoro vocale di rara solidità. Il canto si è dispiegato con una linea ampia e controllata, sostenuto da una tecnica sicura, da un’emissione omogenea lungo tutta la tessitura e da intonazioni sempre stabili. Ciò che maggiormente ha colpito è stata l’attenzione quasi minuziosa alla parola: ogni sillaba è risultata scolpita, pesata, inserita in un fraseggio coerente e mai approssimativo. Ne è emersa una figura complessa e tridimensionale, credibile ,tanto nei momenti di feroce determinazione, quanto in quelli di allucinata fragilità, capace di reggere il peso dell’opera con autorevolezza vocale e profondità interpretativa.
Ha convinto solo in parte, invece, la Lady di Lidia Fridman. La qualità del mezzo vocale è fuori discussione e il suo personale timbro ambrato si è adattato bene al personaggio. Tuttavia, sono mancate alcune sfumature tali da renderlo ancora più sfaccettato; la voce è parsa talvolta poco incline a variare colore, con un risultato a tratti monocorde. Resta comunque una prova complessivamente buona.
Meno positiva è stato il Banco di Maharram Huseynov, cantante tutt’altro che privo di mezzi, dotato di una voce educata e ben emessa, ma non sufficientemente voluminosa, né timbricamente autorevole per un ruolo che richiede ben altra imponenza, finendo così in secondo piano.
Bravissimo è stato Giovanni Sala nel ruolo di Macduff, affrontato con voce sicura, in grande forma, intonatissima e non eccessivamente chiara, con poche vibrazioni e un’apprezzabile attenzione alla parola.
Professionali e attenti Chiara Polese (Dama di Lady Macbeth), Riccardo Rados (Malcolm), Luca Dall’Amico (Il medico), Eduardo Martinez (Un domestico), Tyler Zimmerman (Il sicario) e Daniel Umbelino (l’Araldo).
Resta infine la regia di Chiara Muti, che non ha conquistato. La sua regia, che ha declinato in scena la cupezza che emanava dalla buca, si è limita a illustrare e “mettere in scena” (nel senso più letterale dell’espressione) i singoli momenti dell’opera, senza proporre una lettura davvero unitaria e interessante, né particolarmente aderente alla complessità della trama, e men che meno capace di trovarne i dettagli. Le scene sono apparse spesso statiche e alcune proposte registiche sono risultate di non agevole comprensione.
Al termine, dopo oltre quattro ore di spettacolo, è rimasta dunque la sensazione di un Macbeth oggettivamente buono, ma, se confrontato con le aspettative che motivatamente generava, poco appagante.


















