Lucia di Lammermoor • Scapucci
- Lorenzo Giovati
- 4 giorni fa
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Milano, Teatro alla Scala. 26 Giugno 2026.
A chiudere la stagione scaligera prima della pausa estiva è stata Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, titolo fra i più celebri del catalogo del compositore bergamasco e fra i vertici del melodramma romantico italiano. L’opera è tornata al Teatro alla Scala nella messinscena di Yannis Kokkos già vista al Piermarini, ma con una compagnia di canto interamente rinnovata e con la direzione della direttrice Speranza Scappucci, presenza ormai consolidata e particolarmente attesa dal pubblico milanese.
Al centro della serata si è imposta la Lucia di Rosa Feola, protagonista di una prova di notevolissimo livello. La sua interpretazione non ha restituito una figura semplicemente fragile, passiva o schiacciata dalla volontà altrui, ma una Lucia interiormente più risolta, dotata di una propria fermezza e di una consapevolezza drammatica che ha reso più credibile il progressivo sfaldamento del personaggio. Ne è derivata una lettura meno vittimistica e più complessa, nella quale la follia non è sembrata un puro effetto teatrale, ma l’esito estremo di una tensione già presente fin dalle prime scene. Sul piano vocale, la Feola ha offerto una prova eccellente per precisione d’intonazione, pulizia dell’emissione e controllo della linea. La voce è corsa con naturalezza, mantenendo sempre una qualità luminosa e ben sostenuta, senza forzature né irrigidimenti. Particolarmente impressionante è stata la sicurezza degli acuti, sempre centrati, tenuti con apparente facilità e risolti con una precisione che non ha sacrificato l’espressività. Nei momenti più lirici ha saputo alleggerire il canto con gusto, mentre nelle sezioni di maggiore tensione drammatica ha evitato qualsiasi eccesso, costruendo il personaggio con misura e intelligenza. La scena della follia, sorretta da una notevole consapevolezza musicale, ha confermato la qualità di una Lucia vocalmente salda, stilisticamente sorvegliata e teatralmente convincente, giustamente accolta con grande favore dal pubblico.
Al suo fianco si è distinto l’Edgardo di Piero Pretti, chiamato a sostituire il previsto Pene Pati. Il tenore ha affrontato il ruolo con professionalità e sicurezza, facendo valere una voce chiara, ben emessa, di buon corpo e di gradevole smalto. Il canto è risultato sempre proiettato con efficacia, anche nei momenti in cui l’orchestra ha assunto maggiore densità sonora, e ha mantenuto una linea sufficientemente varia da evitare ogni rischio di monotonia. Pretti ha restituito un Edgardo nobile, appassionato, ma non enfatico, attento a preservare la qualità del suono anche nelle frasi più esposte. Nel finale ha trovato il momento più intenso della propria prova, conferendo alla conclusione dell’opera una malinconia composta e musicalmente ben controllata. È stata una prestazione di indubbia solidità, sorretta da un canto elegante e da una sicura padronanza del ruolo.
Molto convincente è stato Boris Pinkhasovich nel ruolo di Lord Enrico Ashton. Il baritono ha delineato il personaggio con canto deciso e autorevole, sostenuto da una voce ampia, ben proiettata, di notevole bellezza timbrica. L’emissione è apparsa pulita, compatta, sempre governata con attenzione, mentre il fraseggio ha rivelato cura nel porgere la parola e consapevolezza della funzione drammatica del ruolo. Il suo Enrico non ha cercato effetti eccessivamente violenti o caricaturali, ma si è imposto attraverso la fermezza del canto e la qualità dello strumento vocale. L’interpretazione non è stata travolgente sul piano teatrale, ma ha convinto per nobiltà di linea, precisione musicale e splendida tenuta vocale.
Di assoluto rilievo è stata la prova di Michele Pertusi nei panni di Raimondo Bidebent. Reduce dal recente Nabucodonosor scaligero, il basso parmigiano è tornato al Piermarini, confermando una volta di più la qualità di un artista che appartiene da decenni alla parte più alta del canto italiano. La voce ha conservato autorevolezza, corpo e stabilità, con intonazioni salde e una linea sempre sorvegliata nella sua eleganza. Pertusi ha dato al personaggio una dignità severa, mai generica, fondata su un fraseggio nobile e su una presenza scenica naturalmente autorevole. Ogni intervento è parso misurato con intelligenza, senza compiacimenti, ma con quella capacità di dare peso alla parola e al suono che contraddistingue i grandi interpreti. La sua è stata una prova magistrale per controllo, stile e autorevolezza.
Leonardo Cortellazzi ha completato efficacemente il quadro vocale nel ruolo di Lord Arturo Bucklaw, risolvendo con precisione e proprietà una parte breve, ma drammaturgicamente rilevante. Hyeonsol Park come Alisa e Paolo Antognetti come Normanno hanno completato il cast con correttezza, precisione e piena professionalità.
Motivo di particolare interesse della produzione è stata la direzione di Speranza Scappucci, direttrice ormai affermata e particolarmente apprezzata dal pubblico scaligero. La sua presenza sul podio del Teatro alla Scala ha confermato una personalità musicale pienamente consapevole delle esigenze del repertorio donizettiano. Scappucci ha diretto con chiarezza d’intenti, mantenendo l’orchestra sempre coesa, attenta al palcoscenico e capace di sostenere il canto senza mai coprirlo o metterlo in difficoltà. La lettura è apparsa elegante, rifinita, molto curata nei rapporti dinamici e nel respiro complessivo della partitura. La direttrice ha privilegiato una concertazione limpida, nella quale il disegno orchestrale è stato sempre intellegibile e il rapporto con le voci è rimasto al centro dell’esecuzione. In alcuni passaggi la scelta di tempi leggermente dilatati ha forse attenuato la tensione drammatica, ma non ha compromesso la tenuta generale dello spettacolo, che ha conservato un andamento fluido, musicalmente godibile e mai inerziale. Il pregio maggiore della direzione è stato proprio l’equilibrio, evitando tanto il sentimentalismo languido quanto l’eccesso di brillantezza, restituendo una Lucia elegante, teatrale e ben proporzionata.
L’Orchestra del Teatro alla Scala ha risposto con eccellente professionalità. Gli archi hanno offerto un suono preciso, rotondo e compatto, particolarmente efficace nelle pagine di maggiore cantabilità. Gli ottoni sono risultati corretti e disciplinati, mentre i legni hanno contribuito con finezza alla definizione del colore orchestrale. Di notevole rilievo è stato l’apporto delle individualità strumentali. Luisa Prandina ha affrontato il celebre assolo d’arpa con grande eleganza e musicalità, superando con sicurezza una pagina esposta e difficilissima, nonostante il piccolo incidente di una corda non perfettamente intonata. Molto apprezzabile è stato anche l’intervento dell’armonica a bicchieri, sempre percepibile e ben integrata nel tessuto sonoro, anche quando l’orchestra ha assunto maggiore consistenza.
Ottima, come sempre, la prova del Coro del Teatro alla Scala preparato da Alberto Malazzi. La compagine corale ha cantato con compattezza, precisione e buon equilibrio sonoro, intervenendo con efficacia nei momenti d’insieme e contribuendo alla solidità complessiva della concertazione.
Meno convincente è risultata la parte scenica. La regia di Yannis Kokkos, dopo tre ore di spettacolo, ha mostrato tutti i propri limiti. L’impianto visivo, inizialmente anche gradevole sul piano estetico, ha progressivamente rivelato una certa povertà d’invenzione. Un arredamento di palcoscenico, più descrittivo che realmente drammaturgico, ha accompagnato l’opera senza illuminarla, limitandosi a fornire un contesto visivo spesso statico e non sempre significativo. Non si è avvertita una lettura nuova del titolo, ma nemmeno una particolare aderenza alla sua sostanza più profonda. Ne è derivato uno spettacolo visivamente ordinato, ma privo di idee.
La riuscita della serata è dunque dipesa soprattutto dalla qualità musicale. Al netto di una messinscena poco incisiva, questa Lucia di Lammermoor ha chiuso la stagione scaligera prima dell’estate con una prova musicale di ottimo livello, confermando la vitalità di un titolo che, quando sostenuto da interpreti adeguati, conserva intatta la propria forza.




















