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Carmen • Chung

  • Lorenzo Giovati
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Milano, Teatro alla Scala. 12 Giugno 2026.

È con Carmen di Georges Bizet che il maestro Myung-Whun Chung ha scelto di presentarsi al pubblico milanese nel nuovo ruolo di Direttore principale, recentemente ereditato da Riccardo Chailly, che con Nabucodonosor ha invece concluso il proprio ciclo scaligero. Un inizio non privo di difficoltà per il maestro coreano, segnato soprattutto dalle polemiche che hanno accompagnato la prima rappresentazione, con tanto di volantinaggio dal loggione contro il rincaro dei biglietti annunciato dal sovrintendente Fortunato Ortombina. Secondo i loggionisti, l’aumento rischierebbe di allontanare ulteriormente il pubblico degli appassionati, costringendolo a sostenere cifre sempre più considerevoli per assistere agli spettacoli. È questo un tema delicato e complesso, perché tocca il rapporto fra la Scala e il suo pubblico più fedele, ma che è anche il risvolto del fatto che lo spettacolo lirico ha purtroppo costi senza più elevati, a Milano, come in ogni grande teatro del mondo. In un teatro e in una città sempre più internazionale (e costosa), resta però essenziale la presenza di una comunità di appassionati che continua a riconoscersi nella sua vita artistica. Le polemiche dei giorni scorsi, pertanto, se colte nel loro lato positivo, hanno mostrato che quel legame è ancora vivo, anche quando si manifesta nella forma del dissenso.


Lo stesso dissenso che, alla prima rappresentazione, ha accolto con fischi la regia di Damiano Michieletto, al suo debutto scaligero con una Carmen già presentata alla Royal Ballet and Opera di Londra. I fischi e le polemiche che hanno investito lo spettacolo, pur nel pieno diritto del pubblico di manifestare il proprio dissenso, sono però parsi in larga misura aprioristici e ingenerosi. Il lavoro di Michieletto non è forse una delle sue regie più riuscite, né tantomeno un capolavoro destinato a rimanere nella storia come certe regie di Zeffirelli, Strehler o  Schenk, che tuttavia appartengono a un altro tempo del teatro musicale, ma ha mostrato con chiarezza il talento del regista veneziano nel lavorare sull’opera e con l’opera, senza imporre alla partitura una lettura estranea. La regia accompagna il dramma, lo interroga, lo sposta in un contesto diverso, ma non costringe mai la musica a inseguire un’idea scenica arbitraria. Al contrario, la musica resta il centro della costruzione teatrale.


Ogni operazione artistica, del resto, va compresa dentro il proprio tempo. Le grandi regie tradizionali del secondo Novecento hanno avuto un senso preciso perché rispondevano a un’idea di teatro allora condivisa, ovvero restituire visivamente l’ambiente del libretto, con la massima cura possibile, secondo linguaggi differenti. Strehler lavorava sulla luce, Zeffirelli sulla ricchezza delle masse e della scena, Schenk sull'eleganza della scenografia. Oggi, però, il rapporto tra pubblico, teatro e rappresentazione è cambiato. La società è ugualmente cambiata, l’arte è cambiata e anche il ruolo del regista non può più essere lo stesso di quarant’anni fa. Una Carmen semplicemente “classica”, se priva di una reale necessità teatrale, rischierebbe di cadere nel "già visto". Potrebbe accontentare una parte degli spettatori, ma difficilmente sarebbe capace di rinnovare davvero lo sguardo sull’opera.

Da questo punto di vista, il lavoro di Michieletto è apparso encomiabile nel tentativo di problematizzare Carmen senza tradirla. Non ha lavorato sulla riconoscibilità immediata degli elementi tradizionali, ma sulla costruzione di un mondo moderno in cui l’opera potesse continuare a vivere con piena coerenza. La Carmen di Michieletto, in apparenza, non ha quasi nulla della Carmen entrata nell’immaginario comune, eppure conserva tutto il suo essere Carmen. Non mancano elementi discutibili, come l’uso delle strutture rotanti, diverse in ogni atto, che tende talvolta a ripetersi, non solo all’interno dello spettacolo, ma anche nel linguaggio scenico dello stesso Michieletto (basti pensare a Cavalleria rusticana e Pagliacci). Resta però notevole la capacità di evocare una Spagna aspra e riconoscibile, fatta di colori bruciati, erba incolta, edifici poveri, dentro cui il destino dei personaggi si consuma con naturalezza drammatica. Fin dal preludio incombe una figura scura, legata alla morte, che appare più volte anche a Carmen e che progressivamente si chiarisce come immagine della madre di Don José. È una presenza coerente con l’opera, perché quella figura materna ritorna più volte come un pensiero ossessivo, quasi un vincolo morale che stringe il brigadiere. Molto intelligente è anche l’associazione di questa apparizione al motivo della seconda parte del preludio orchestrale: una scelta che rivela attenzione alla partitura e non semplice gusto per l’effetto visivo. Gli stessi colori verdognoli che accompagnano questa presenza tornano poi nel finale, durante il femminicidio di Carmen, quando grandi fari calano dall’alto e illuminano la scena come una forza inesorabile.


La conclusione, allora, è che non esiste distinzione più povera di quella tra regia tradizionale e regia moderna. Esistono regie belle e regie brutte, regie intelligenti e regie senza senso; ed esistono registi dotati di talento e registi che ne sono privi. Michieletto appartiene senza dubbio alla prima categoria, e ha firmato uno spettacolo in cui modernità, intelligenza teatrale, scavo psicologico, senso estetico e ascolto della musica hanno trovato un equilibrio raro.


Senso della musica lo ha mostrato anche il maestro Chung, che ha proposto una direzione accesa, teatrale, talvolta energica, ma mai abbandonata al puro effetto. Il preludio non è stato sempre impeccabile nella precisione, ma fin dai primi minuti si è percepita una lettura costruita con serietà, capace di alternare vigore e controllo, tensione drammatica e parentesi più raccolte. L’orchestra è stata sempre ben dosata nei volumi e attenta al palcoscenico. I tempi sono parsi spesso calibrati sul momento scenico, così da restituire a ogni passaggio il giusto respiro drammatico. Chung ha diretto a memoria, con gesto minimale, ma eloquente, senza indugiare in un controllo esteriore di ogni singola sfumatura. È un dettaglio significativo poiché dimostra che la sua direzione si è concentrata sull’insieme, sui tempi, sui rapporti con la scena, lasciando all’orchestra la capacità di alleggerire, intensificare e respirare con naturalezza. Segno evidente di un lavoro di prove solido e accurato. È stata, nel complesso, una bella direzione. Non è parsa però del tutto comprensibile la scelta di effettuare numerosi tagli ai recitativi dell’opera. Anche laddove possano apparire meno scorrevoli, quei passaggi contribuiscono alla tenuta dell’azione e al senso delle parole. Non spetta, né al pubblico, né ai posteri stabilire, con tale disinvoltura, ciò che in Bizet possa essere considerato superfluo.


Ottima è stata anche la prova dell’Orchestra del Teatro alla Scala, che ha mostrato duttilità, attenzione al gesto del maestro Chung e notevole compattezza. La sezione degli archi ha offerto un suono morbido, rotondo, di eccellente velluto; i fiati hanno risposto con precisione, rapidità e leggerezza; le percussioni sono risultate generalmente puntuali. I corni, pur non avendo momenti di particolare esposizione, hanno formato un impasto omogeneo e ben integrato. Meno convincenti le trombe, che con un suono talvolta sguaiato si sono imposte con eccessiva evidenza sul resto della compagine, eccedendo in alcuni punti nei volumi e mostrando una sonorità poco rotonda, oltre a qualche instabilità d’intonazione.


Sul palcoscenico, il risultato è apparso più alterno, se si considerano le singole prove vocali.

Clémentine Margaine ha affrontato Carmen con una voce mezzosopranile di ottima stoffa, con carattere sicuro e con fraseggio dettagliato. Le origini francesi e la lunga frequentazione del personaggio le hanno consentito di muoversi nel ruolo con padronanza, sicurezza scenica e pieno controllo stilistico. Solo in alcuni passaggi l’emissione non ha convinto del tutto, soprattutto quando la voce è stata emessa con vibrato quasi azzerato, risultando molto diretta e a tratti leggermente distorta. La riserva maggiore, tuttavia, riguarda il piano interpretativo. Margaine ha portato in scena una Carmen spavalda, sicura, sfrontata, ma non sempre dotata di quella sensualità ammaliatrice, ambigua e magnetica che rende il personaggio davvero completo. Resta comunque una prova molto solida per tecnica, potenza, timbro e intonazione, pur senza raggiungere un vero livello di eccezionalità.


Ha sorpreso in positivo il Don José di Vittorio Grigolo, apparso emotivamente partecipe e vocalmente molto convincente. Ha delineato un personaggio di grande intensità, sostenuto da intonazioni sicure, fraseggio vario e una linea di canto sempre distesa. Grigolo non ha mai declamato, ma ha sempre usato il canto per porgere la frase, mantenendo la parola dentro una vocalità generosa, di eccellente volume, di notevole squillo e ben proiettata. L’interpretazione è stata curata, accesa, partecipe, senza mai perdere il controllo del disegno musicale, restituendo un Don Josè inebriato nel turbine di emozioni che la figura di Carmen gli provoca. Anche sul piano scenico si è mosso con naturalezza, ostentando presenza, energia e piena adesione al personaggio. È stato un Don José eccellente, e senza dubbio il punto migliore del cast.


Bella voce, ma poco oltre, per l’Escamillo di Giorgi Manoshvili. Il basso georgiano, artista giustamente molto apprezzato, ha mostrato una vocalità educata, una linea sorvegliata, un canto nobile e disteso, oltre a una cura evidente nella costruzione del personaggio. Scenicamente ha incarnato un torero fiero, austero, credibile. Sul piano dell’interpretazione e della partecipazione emotiva, tuttavia, ha lasciato qualche perplessità. Il suo Escamillo è rimasto un poco esterno all’economia drammatica dello spettacolo, faticando a imporsi, pur in presenza di qualità musicali non trascurabili.


Buona la Micaëla di Natalia Tanasii, che con purezza vocale e attenzione alla linea melodica ha delineato un personaggio semplice e credibile. La sua Micaëla è rimasta volutamente più in ombra rispetto agli altri personaggi, come del resto richiede la natura stessa del ruolo, senza però risultare insignificante. È stata una prova corretta, misurata e vocalmente convincente.


Hanno convinto anche i ruoli minori, in particolare la Frasquita di Sarah Dufresne e la Mercédès di Marine Chagnon, entrambe ben cantate e scenicamente efficaci. Buone anche le prove di Pierre Doyen come Le Dancaïre, Loïc Félix come Le Remendado, Simone Del Savio come Moralès e Xhieldo Hyseni come Zuniga.


Preso nelle singole componenti, il palcoscenico non ha offerto molti elementi di particolare rilievo, con l’eccezione evidente di Grigolo. Alcune presenze sono rimaste un poco sbiadite, pur senza compromettere l’equilibrio complessivo. Nell’insieme, però, grazie a una regia intelligente, capace di creare relazioni credibili tra i personaggi, e a una direzione attenta e ben costruita, lo spettacolo ha trovato una propria coerenza. Le voci hanno interagito con buon equilibrio e l’esito complessivo è stato quello di una Carmen riuscita.


Eccellente, come sempre, il Coro del Teatro alla Scala, preparato da Alberto Malazzi, per precisione, compattezza e attenzione alla parola. Convincente anche la prova dei Bambini del Coro di Voci Bianche del Teatro alla Scala, chiamati a una parte restituita con irruente vivacità e sicurezza, efficace nel contesto dello spettacolo.


Nel complesso, questa Carmen ha offerto una serata molto godibile.


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