Beethoven e Brahms • Chung
- Lorenzo Giovati
- 22 giu
- Tempo di lettura: 5 min
Milano, Teatro alla Scala. 15 Giugno 2026.
Tra il Concerto per Milano in Piazza Duomo, Carmen, un Don Chisciotte e una Lucia di Lammermoor ancora attesa al debutto, la parte della stagione del Teatro alla Scala che precede l’estate sembra non essere intenzionata a congedarsi. A questi appuntamenti si è aggiunto anche un concerto sinfonico diretto dal maestro Myung-Whun Chung, nuovo Direttore principale del Teatro alla Scala, che ha proposto al pubblico scaligero, all’interno della stagione sinfonica del teatro e dunque con tre repliche, la medesima dicotomia già presentata nel suo concerto di fine marzo: un concerto di Beethoven e una sinfonia di Brahms. Questa volta, tuttavia, il risultato non ha raggiunto lo stesso livello di qualità interpretativa.
Nella prima parte è stato eseguito il Triplo Concerto di Ludwig van Beethoven, per violino, violoncello, pianoforte e orchestra, con le prime parti dell’Orchestra del Teatro alla Scala chiamate al ruolo solistico per gli archi e, al pianoforte, lo stesso maestro Chung, impegnato anche nella direzione. Chi frequenta abitualmente il Teatro alla Scala ricorderà che cosa accadde l’ultima volta in cui il maestro Chung vestì il doppio ruolo di direttore e pianista: un improvviso lapsus durante l’ultimo movimento del Concerto n. 23 di Mozart, seguito dalla battuta rivolta al pubblico: “Un vero direttore, non un pianista!”. Questa volta non vi sono stati lapsus, ma l’esecuzione non ha certo brillato per particolari meriti pianistici.
Il pianismo del maestro Chung non ha mostrato grande morbidezza di tocco, né una reale fluidità di fraseggio. Il discorso è apparso spesso frammentario, poco scorrevole nella linea e non sempre ben integrato con gli altri due solisti. Il suono del pianoforte è risultato talvolta sovrastante rispetto alla compagnia, orientato verso una proiezione robusta anche quando la scrittura avrebbe richiesto maggiore misura, più discrezione e una più attenta ricerca di equilibrio. Ne sono usciti meglio Francesco Manara, primo violino del Teatro alla Scala, apprezzabile per precisione d’intonazione e nitidezza degli attacchi, sebbene il volume dello strumento non sia sempre riuscito a imporsi con adeguata presenza, e Massimo Polidori al violoncello, che ha offerto un fraseggio rotondo, morbido, sorvegliato, sostenuto da un autentico senso della linea musicale.
Del maestro Chung, in questo caso, non ha convinto pienamente nemmeno la componente direttoriale. Fin dall’incipit l’orchestra è parsa piuttosto sottotono sul piano del volume e della consistenza sonora. L’organico, schierato in forma abbastanza ridotta, non ha garantito una sonorità davvero ben piazzata, e anzi ha prodotto in più punti un impasto poco incisivo. I tempi, molto controllati e quasi metronomici, insieme a un’orchestra che spesso ha dato l’impressione di procedere secondo una gestione piuttosto autonoma del discorso, hanno conferito all’esecuzione il carattere di una mesta routine. È mancata quasi del tutto un’idea interpretativa riconoscibile, così come sono mancati carattere stilistico, slancio drammatico e reale varietà di accenti. Il movimento più riuscito, nell’economia complessiva della prima parte, è stato il secondo, in cui si è percepita una maggiore cura delle tinte e dei colori. Nel terzo movimento, invece, sono mancati molti accenti e soprattutto quei contrasti che avrebbero potuto restituire maggiore vitalità al discorso. Contrasti che, peraltro, erano risultati carenti anche nel primo movimento, in cui era difficile individuare autentici accenti e slanci in presenza di un pianoforte spesso troppo presente. Ne è derivata una prima parte alla lunga piuttosto monocolore, priva di vero carattere e, in alcuni momenti, non lontana dalla noia.
A risollevare le sorti della serata è arrivato l’incantevole bis proposto dal trio Manara, Polidori e Chung: l’Andante con moto dal Trio n. 1 di Mendelssohn, pagina che Schumann giudicò tra le più alte del compositore. Qui ha prevalso invece una delicatezza toccante. Gli archi sono rimasti compatti, con una linea perfettamente udibile, morbida e sempre rotonda. Anche le problematiche pianistiche del maestro Chung sono parse notevolmente attenuate: il tocco è risultato più morbido, il suono più controllato, il fraseggio più raccolto e meglio inserito nel respiro cameristico dell’insieme.
È seguita la Quarta Sinfonia di Brahms, che il maestro Chung aveva già diretto alla Scala nel 2007 e nel 2023. A differenza della Seconda Sinfonia proposta a marzo, diretta con piglio energico e con un’impronta più apertamente romantica, qui il maestro Chung ha scelto di far prevalere una saturazione sonora spesso manifestamente eccessiva, caricata e pesante. L’Orchestra del Teatro alla Scala ha risposto con un suono a tratti greve e non sempre preciso, dando vita a un esito complessivamente problematico, pur se superiore alla prima parte beethoveniana.
Il celeberrimo incipit è apparso lungo e lento, per poi assestarsi su un tempo disteso. Non è però emersa una vera cura dei pianissimi, dei contrasti, dei rubati, della sinuosità della linea. Il discorso è rimasto spesso uniforme, poco emozionante, più eseguito che interpretato. Il secondo movimento ha mostrato una maggiore attenzione alla linea, sebbene impostato su un tempo non molto distante da quello del primo. Solo verso la conclusione si è imposto un passaggio di grande densità orchestrale affidato agli archi, ben curato e ben eseguito, nel quale gli archi scuri hanno conferito maggiore carattere alla tessitura. Nel complesso, però, sono mancate coesione, respiro e varietà di legature.
Il terzo movimento ha rappresentato un momento di energia, spesso però affidata alla ricerca di effetti piuttosto facili. I grandi rallentandi sono sembrati finalizzati a creare una tensione che, in realtà, non si è davvero generata, mentre le esplosioni sonore hanno prodotto volume (peraltro non di bel suono) più che leggerezza. Il triangolo è risultato sempre troppo evidente e le trombe hanno mostrato carenze d’intonazione particolarmente sgradevoli, mentre i cambi di atmosfera sono rimasti sostanzialmente assenti. Tutto è apparso pesante. Nell’ultimo movimento, ancora una volta lento e gravato da una gestione orchestrale poco flessibile, la rarefazione della scrittura non ha trovato corrispondenza in una reale cura delle frasi, dell’agogica e delle impostazioni timbriche.
L’esito della sinfonia è stato dunque privo di idee interpretative davvero persuasive.
L’Orchestra del Teatro alla Scala ha suonato, ma nulla o quasi di più. Gli archi hanno mostrato il consueto velluto morbido e compatto, più avvolgente in Brahms che in Beethoven, anche a causa della ridotta consistenza dell’organico nella prima parte. Ottimi, in diversi momenti, anche gli archi scuri, capaci di dare corpo e profondità alla trama orchestrale. I fiati si sono confermati precisi e misurati nei loro interventi, con alcuni episodi solistici o a coppie di ottima fattura. Le trombe, invece, hanno conservato il difetto di un suono poco rotondo e non sempre ben centrato, mentre anche i corni non hanno brillato per compattezza. In più occasioni si sono percepite stonature evidenti, tali da compromettere l’omogeneità della sezione. Le percussioni sono state puntuali, ma talvolta eccessive nel volume. L’insieme, nel complesso, è risultato poco elegante.
Ne è uscito un concerto poco ispirato e preparato con modesta cura.
















