Les Pecheurs de Perles • Rustioni
- Lorenzo Giovati
- 7 giu
- Tempo di lettura: 5 min
Vienna, Staatsoper. 29 Maggio 2026.
La Wiener Staatsoper, inaugurata nel 1869, distrutta dai bombardamenti nel 1945 e poi ricostruita e riaperta nel 1955 sotto la direzione musicale del maestro Karl Böhm, è ancora oggi uno dei teatri d’opera più importanti del mondo, non soltanto per la sua storia, ma anche per la qualità e la quantità della programmazione. In un luogo che ha ospitato oltre millecento recite delle Nozze di Figaro, è risultato quasi sorprendente apprendere che non sia mai entrato in repertorio un titolo certamente raro, ma di fascino indiscutibile come Les Pêcheurs de perles di Georges Bizet. Per questa prima viennese assoluta, la Staatsoper ha riunito un cast di altissimo livello, capace di garantire una riuscita musicale eccellente. A funestare una serata che, sotto il profilo vocale e orchestrale, ha avuto molti motivi di interesse, è stata però la regia di Ersan Mondtag, difficilmente difendibile per concezione, per realizzazione e per rapporto con la partitura.
Mondtag, nelle note di sala, alle quali si è costretti a ricorrere come àncora di salvezza di fronte a un palcoscenico in cui l’unico elemento immediatamente comprensibile è il sipario, propone una lettura che sembra essersi fermata a lettura del titolo. La pesca delle perle, pratica rischiosa e spesso mortale, viene assunta come metafora dello sfruttamento esercitato sui pescatori in nome del lusso degli altri. Da qui l’idea di trasporre la vicenda nel mondo del consumo, dell’apparenza e del commercio, collocandola, dapprima nella squallido sobborgo di una città orientale non meglio identificata e poi in un Mall. Il problema, naturalmente, non sta nella libertà registica di abbandonare l’ambientazione originaria per ricollocare l’opera in altro tempo e in un altro spazio. Il teatro musicale può vivere anche di riletture, ma ogni scelta deve trovare una necessità, una coerenza drammaturgica, una ragione musicale, intrinseca o sottesa all’opera stessa, non ad essa sovrapposta. Qui, invece, la trasposizione è apparsa gratuita e molto povera di pensiero. Il risultato è stato uno spettacolo confuso, di una pretestuosità scoraggiante, in cui la regia ha proceduto costantemente per conto proprio, in modo autoreferenziato e senza mai instaurare un vero dialogo con la musica di Bizet. All’inizio del secondo atto, la pleonastica citazione del Toreador dalla Carmen e la voce del sovrintendente che ha annunciato la prossima chiusura del centro commerciale, sono parsi un espediente solo banale, non un guizzo registico. I personaggi sono stati privati della loro identità senza essere realmente ricostruiti in un nuovo sistema di senso; nessuno è sembrato cantare da un luogo scenico davvero necessario, nulla è apparso collocato secondo una logica teatrale comprensibile. La musica andava in una direzione, la scena in un’altra. Un allestimento che non ha raggiunto, né l’obiettivo di offrire una stimolante lettura dell’opera, in un’occasione così importante per il teatro viennese, né la finalità di articolare, tramite l’opera, un’intelligente critica all’economia del lusso e della sfarzo. Una regia, quindi, di cui si poteva, e forse si doveva, fare a meno.
Per fortuna, la parte musicale è stata di un livello tale da risollevare completamente le sorti di uno spettacolo che, se affidato alla sola componente visiva, sarebbe naufragato senza appello.
Il merito più grande va certamente alla splendida direzione del maestro Daniele Rustioni, in occasione del suo debutto alla Staatsoper. Il maestro Rustioni ha firmato una lettura di classe, capace di restituire a Bizet eleganza, slancio teatrale e raffinatezza timbrica. La sua concertazione ha evitato, tanto il bozzettismo esotico, quanto l’appesantimento sinfonico. Le suggestioni orientaleggianti, così importanti nella scrittura dei Pêcheurs de perles, sono emerse con chiarezza, ma senza rumori orchestrali fuori misura. Tutto è apparso controllato, nitido, musicalmente sorvegliato. La scelta dei tempi è stata sempre felicissima. Il maestro Rustioni ha mantenuto una pulsazione viva, spesso spedita, ma mai precipitosa; ha dato movimento al discorso senza renderlo inerziale e ha sempre sostenuto l’azione. Particolarmente apprezzabile è stata la cura con cui ha accompagnato le voci. Il maestro Rustioni ha dimostrato una qualità di bacchetta notevole, un istinto teatrale autentico e una capacità rara di tenere insieme brillantezza, controllo e senso del colore. Un debutto indubbiamente molto interessante.
L’orchestra della Staatsoper ha suonato con la consueta, meravigliosa, qualità. Gli archi hanno offerto un suono vellutato, ma presente. I fiati si sono distinti per rotondità e per finezza d’impasto, contribuendo a quella dimensione di eleganza sensuale che attraversa la partitura. Le percussioni sono state incisive senza risultare invadenti, mentre gli ottoni hanno mantenuto una sonorità piena, compatta, mai sguaiata.
Il palcoscenico, almeno sul piano vocale, ha brillato.
Su tutti si è imposto lo Zurga imponente e straordinario di Ludovic Tézier, baritono che non necessita di presentazioni, ma che ogni volta conferma di possedere una statura interpretativa fuori dal comune. Tézier possiede una dote rara: non soltanto ha una voce di qualità magnifica, ampia, autorevole, nobile nel colore e saldissima nella proiezione, ma dispone anche una capacità di scolpire la parola che gli permette di trasformare ogni frase in gesto drammatico. Il suo Zurga non è stato soltanto un capo, né soltanto l’amico diviso tra fedeltà e gelosia; è stato un personaggio vivo, attraversato da contraddizioni, improvvisi irrigidimenti, cedimenti, slanci di generosità e moti di collera trattenuta. La grandezza di Tézier è emersa soprattutto nella gestione degli accenti. Con variazioni minime di colore, intensità e articolazione, è riuscito a rendere Zurga ora partecipe, ora autoritario, ora ferito, ora rabbioso, ora sinceramente commosso. Il fraseggio, ricchissimo, ma mai ostentato, ha dato al personaggio una profondità psicologica notevole. Un’interpretazione completa, sfaccettata, ricca di accenti, da grandissimo interprete.
Nulla si può dire, sul piano della qualità musicale, al Nadir di Juan Diego Flórez. Il tenore ha offerto una prova di altissima eleganza, sostenuta da una linea di canto impeccabile e da un controllo stilistico di rara distinzione. Il fraseggio è apparso curato, il legato nobile, l’emissione costantemente sorvegliata. Flórez ha disegnato un Nadir innamorato, malinconico, credibile, evitando ogni esteriorità sentimentale e puntando piuttosto su una finezza espressiva fatta di morbidezze e intenzioni ben calibrate. Si è percepito, tuttavia, qualche segno di stanchezza. Nell’aria del primo atto, pur affrontata con classe e intelligenza, gli acuti hanno mostrato qualche segno di fatica, anche se sono stati comunque raggiunti; non a caso il tenore ha preferito evitare l’acuto finale. Più in generale, ciò che ha lievemente limitato la sua prova è stata la sensazione di una voce forse un poco piccola per il ruolo, in un teatro e in un contesto orchestrale di tale ampiezza. Nelle grandi scene il suono è apparso talvolta coperto. Resta però una prestazione di grande qualità.
Rivelazione assoluta della serata è stata la Leïla di Kristina Mkhitaryan. Il soprano ha mostrato una voce di incredibile purezza, sostenuta da una linea di canto elegante, omogenea e tecnicamente sicura. La sua Leïla ha colpito per la naturalezza dell’emissione, per la pulizia degli attacchi, per la capacità di alleggerire la voce senza perdere consistenza sonora. Mkhitaryan ha saputo evitare ogni genericità lirica, costruendo un personaggio partecipe, femminile, delicato, ma non evanescente. Anche scenicamente, nonostante una regia che certo non l’ha aiutata, la sua presenza è risultata molto appropriata: intensa, misurata, credibile. Una bellissima voce, usata con gusto e con piena consapevolezza tecnica. Una cantante da seguire con attenzione.
Ivo Stanchev si è imposto molto bene nel ruolo di Nourabad, offrendo una prova solida e autorevole. La voce ha mostrato corpo, nobiltà di emissione e una presenza granitica, adatta alla funzione sacerdotale e severa del personaggio.
È stata dunque una splendida serata all’insegna di un’opera poco frequentata ma bellissima, finalmente approdata sul palcoscenico della Staatsoper. Musicalmente, lo spettacolo ha raggiunto un livello eccellente grazie alla direzione raffinata e teatrale del maestro Daniele Rustioni, alla qualità dell’orchestra viennese e a un cast di prim’ordine. Registicamente, invece, è stata una serata da dimenticare, ma la forza di Bizet, quando servita da interpreti di tale valore, ha saputo resistere anche a questo.
















