Der Rosenkavalier • Soddy
- Lorenzo Giovati
- 1 giorno fa
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Vienna, Staatsoper. 9 Maggio 2026.
A distanza, questa volta, soltanto di un rapido caffè tra la fine dell’Ottava Sinfonia di Mahler alla Konzerthaus e l’inizio di una nuova avventura musicale, dopo aver percorso la strada insieme ad alcuni orchestrali dei Wiener Philharmoniker, riconoscibilissimi per il loro particolare completo, e a una parte del pubblico che, quasi in processione, trasmigrava da una sala all’altra, alla Wiener Staatsoper è andato in scena Der Rosenkavalier di Richard Strauss. Un titolo delizioso, elegantissimo, perfettamente viennese nello spirito, che ha trovato in questa produzione una realizzazione decisamente convincente sotto ogni aspetto.
Sul podio, il maestro Alexander Soddy ha proposto una direzione molto interessante per spirito, intenzioni e stile. La sua lettura ha privilegiato l’energia della partitura e la luminosità delle melodie, senza però sacrificare mai quella particolare “viennesità” che attraversa l’opera dall’inizio alla fine. Agevolato dall’eccellente qualità dell’orchestra della Staatsoper, il maestro Soddy ha impresso all’intera esecuzione un carattere di grande eleganza, con un passo teatrale sempre vivo e con una cura costante del rapporto tra buca e palcoscenico.
Der Rosenkavalier è, del resto, un’opera quasi ideale per una compagine come la Wiener Staatsorchester. Già per le proprie qualità musicali questa orchestra sembra capace di trasformare in oro ogni partitura che tocca, ma in Strauss, e in particolare in questo Strauss, intriso di profumo viennese, la rotondità del suono assume un valore ulteriore. Gli ottoni sono stati precisissimi, con particolare menzione per i corni, sempre compatti, nobili e ben timbrati; gli archi hanno offerto un suono di eccellente velluto, sostenuto da potenza, compattezza e duttilità. Di notevole pregio anche i numerosi interventi solistici del primo violino Volkhard Steude, reduce, nello stesso pomeriggio, dall’Ottava di Mahler alla Konzerthaus con i Philharmoniker.
Il cast, di eccellente livello, è stato uno dei punti di forza più evidenti della produzione.
Camilla Nylund ha impersonato la Marescialla con un realismo impressionante di sentimenti, emozioni e qualità vocale. Il ruolo sembra quasi essere stato scritto per lei, tanto la cantante ha saputo abitarlo con naturalezza, nobiltà e profondità. La sua Marescialla è stata costruita attraverso emozioni sempre percepibili, mai meramente esibite, sostenute da una voce di grande eleganza e da un canto di nobile compostezza. Il fraseggio è risultato scolpito, l’interpretazione curata nei minimi dettagli. Ne è emersa una Marescialla scolpita, aristocratica e insieme profondamente umana.
Al suo fianco, l’Octavian di Samantha Hankey ha mostrato una voce molto educata, un bel timbro brunito e un canto decisamente nobile. La cantante ha saputo restituire con intelligenza la duplicità del personaggio: da un lato il giovane aristocratico, elegante, impetuoso, ma non scomposto, soprattutto nel secondo atto; dall’altro lato l’amante Quinquin, ancora animato da una freschezza giovanile esuberante e spontanea. La presenza scenica le ha permesso di muoversi con grande naturalezza tra questi due piani, mantenendo sempre una notevole coerenza musicale e teatrale.
Sempre eccellente è stato l’apporto di Nikola Hillebrand, Sophie di rara limpidezza e di apprezzabile chiarezza vocale. La sua voce, luminosa, ben proiettata e stilisticamente inappuntabile, ha restituito con grande efficacia l’innocenza del personaggio, senza però ridurlo a semplice figura ingenua. La linea di canto ha avuto grande nobiltà, freschezza e precisione. L’interpretazione è risultata insieme turbata e leggera, capace di rendere l’emozione di Sophie senza appesantirne la naturale grazia. Una prova davvero eccellente.
Günther Groissböck sembra nato per cantare il ruolo del barone Ochs. La parte gli si addice alla perfezione, non solo per un physique du rôle ideale, fatto di altezza, stazza e presenza scenica magnetica, sempre perfettamente calibrata sull’interpretazione, ma anche per una particolarissima emissione vocale, che gli consente di alternare il canto più disteso a un fraseggio frammentato, spezzato, volutamente irregolare, ma sempre di straordinaria precisione. Anche nei momenti più declamati, Groissböck ha mantenuto un controllo assoluto della parola e della linea, servendosi di un timbro cavernoso, corposo e immediatamente riconoscibile per restituire tutta l’arroganza, la maleducazione, la grezza vitalità e la grossolanità del personaggio. Un Ochs teatralmente irresistibile.
Eccellente anche Adrian Eröd, Faninal di notevole spicco musicale e teatrale, molto ben delineato nella sua ambizione sociale. Thomas Ebenstein, Valzacchi, e Stephanie Houtzeel, Annina, hanno formato una coppia di servitori affiatati, loschi, vivacissimi e sempre ben inseriti nell’azione scenica.
Nel breve intervento tenorile del primo atto, nel cameo italiano, ha fatto la sua apparizione Michael Spyres, baritenore in forte ascesa, forse però non in una delle sue serate migliori per nitore vocale. La linea di canto è parsa infatti un poco opaca nell’emissione, pur intonatissima e condotta con professionalità, mostrando qualche limite di brillantezza e un certo eccesso di stentoreità.
Hanno completato il cast, con precisione e qualità, una sterminata trafila di comprimari: Regine Hangler (la signorina Marianne Leitmetzerin), Wolfgang Bankl (un commissario di polizia), Wolfram Igor Derntl (il maggiordomo della Feldmarescialla), Lukas Schmidt (il maggiordomo di Faninal), Marcus Pelz (un notaio), Jozefína Monarcha (una nobile vedova), Dijana Kos-Galic, Irena Krsteska e Arina Holecek (le tre nobili orfane), Hyejin Han (una modista), Jörg Schneider (un oste), Thomas Köber (un venditore di animali domestici), Oleg Zalytskiy, Burkhard Höft, Johannes Gisser e Oleg Savran (i quattro valletti della Marescialla), Wolfram Igor Derntl, Martin Müller, Konrad Huber e Michael Wilder (i quattro camerieri), Jaroslav Pehal (Leopold, servitore del barone) e Wataru Sano (un domestico).
Resta infine la sempre deliziosa e geniale regia di Otto Schenk, che non sembra mai invecchiare per capacità di intrattenimento, aderenza alla trama ed eleganza stilistica di scene e costumi. Si tratta di un autentico gioiellino di precisione teatrale, gusto e misura. Ogni scena riporta lo spettatore in una Vienna ottocentesca ricreata con tale naturalezza da sembrare ancora profondamente iscritta nella Vienna attuale, come una memoria viva, non museale, ma ancora respirabile. L’impianto registico ha funzionato perché non ha mai forzato l’opera: l’ha accompagnata e ne ha esaltato la raffinatezza. Particolarmente riuscita è stata la scena finale, nella quale la regia ha ricreato i fantasmi di Ochs attraverso un gioco dove alcune figure, nascoste negli anfratti della squallida camera da letto, sono apparse al momento opportuno, producendo un effetto teatrale di grande immediatezza. Una soluzione elementare, quasi artigianale, ma proprio per questo perfettamente funzionante. È stata una regia assolutamente gradevole, intelligente nella sua chiarezza e preziosa nella sua fedeltà allo spirito dell’opera.
In sintesi, questo Rosenkavalier è stato di totale pregio: non soltanto per una direzione attenta, musicale e stilisticamente partecipe, ma anche per un cast di prim’ordine, per la qualità straordinaria dell’orchestra e per una regia elegante, piacevole e vitale. Una splendida serata viennese, accolta con grande favore dal pubblico, che ha riservato convinti applausi a tutti gli interpreti coinvolti, con particolare entusiasmo per l’Ochs di Groissböck e per la straordinaria Marescialla di Camilla Nylund.


























