Leon e Mahler • Dudamel
Berlino, Philharmonie. 17 ottobre 2026.
Non capita frequentemente di ascoltare le grandi orchestre americane in tournée europea. La New York Philharmonic, in particolare, mancava dal vecchio continente da quasi un decennio e il suo ritorno, questa volta sotto la guida del nuovo direttore musicale e artistico Gustavo Dudamel, ha costituito un appuntamento di notevole interesse. Una tournée che non ha previsto alcuna tappa italiana, costringendo gli appassionati della penisola a scegliere fra le diverse destinazioni europee della prestigiosa compagine statunitense. Alla Philharmonie di Berlino, un pubblico folto e cosmopolita ha accolto l'orchestra newyorkese per un programma imperniato sulla Quinta Sinfonia di Gustav Mahler, preceduta da una composizione contemporanea di Tania León. Un concerto di grande qualità, nel quale è emersa con assoluta evidenza la levatura di una delle migliori orchestre del panorama internazionale.
La serata si è aperta con Imágenes mestizas della compositrice cubano-americana Tania León, lavoro commissionato dalla stessa New York Philharmonic e presentato a Berlino in prima esecuzione tedesca. Una pagina breve, caratterizzata da sonorità talvolta evocative e da suggestioni quasi pastorali, che tuttavia non ha destato particolare interesse. Anche la scelta di collocare un intervallo dopo una composizione di durata così esigua è parsa discutibile, spezzando inutilmente la continuità della serata prima dell'esecuzione della sinfonia mahleriana.
Ben diverso il discorso per la Quinta Sinfonia in do diesis minore di Gustav Mahler, capolavoro assoluto del repertorio sinfonico, nel quale Dudamel ha proposto una lettura convincente, sostenuta da una realizzazione orchestrale di livello eccezionale.
L'unico movimento a non aver convinto del tutto è stato solo il primo. La Trauermarsch iniziale ha risentito di un tempo eccessivamente scorrevole, che ha finito per sottrarre alla pagina parte della sua gravità espressiva. La marcia funebre, privata di una scansione ritmica sufficientemente marcata, ha perduto la sua solennità severa e inquieta che costituisce un elemento fondamentale della sua identità. Dudamel ha privilegiato la fluidità del discorso e ne è risultata una lettura piuttosto uniforme.
Il secondo movimento, Stürmisch bewegt, mit größter Vehemenz, ha invece costituito uno dei momenti più riusciti dell'intera esecuzione. Proprio la predilezione di Dudamel per tempi rapidi ha trovato qui una giustificazione musicale assai più convincente, conferendo alla pagina una tensione quasi convulsa. Il carattere tempestoso della scrittura mahleriana è emerso attraverso un andamento incalzante, nel quale le brusche accelerazioni, gli scarti dinamici e la continua sovrapposizione delle diverse voci orchestrali hanno contribuito a creare un'impressione di straordinaria frenesia. L'orchestra ha risposto con una precisione impressionante, conservando nitidezza e coesione anche nei passaggi di maggiore complessità.
Lo Scherzo ha offerto, per parte sua, una prova di eccezionale raffinatezza interpretativa. Il protagonista assoluto è stato David Cooper, primo corno della New York Philharmonic, autore di un'esecuzione semplicemente sbalorditiva della parte solistica. La qualità del suono ha raggiunto livelli difficilmente immaginabili. Una sonorità di ampiezza impressionante, densa, rotonda e profonda. Anche la direzione di Dudamel, in questo movimento, è stata particolarmente felice. Il direttore venezuelano ha restituito con grande eleganza il carattere danzante della scrittura, curando minuziosamente il fraseggio, le articolazioni ritmiche e la definizione delle linee melodiche. La successione di episodi distesi e passaggi più rapidi, di momenti di apparente leggerezza e improvvise impennate sonore, è stata governata con naturalezza e straordinaria attenzione al dettaglio.
Molto bello anche il celebre Adagietto, affidato alla sola compagine degli archi e all'arpa. Dudamel ha optato per un andamento relativamente scorrevole, laddove una maggiore distensione avrebbe forse consentito di approfondire ulteriormente la dimensione contemplativa della pagina. La scelta non ha comunque pregiudicato la riuscita del movimento, sostenuto da un fraseggio accuratissimo e da una qualità sonora degli archi veramente ammirevole.
Il Rondo-Finale ha suggellato l'esecuzione con una prova di grande vigore e compattezza. Dudamel ha saputo imprimere al movimento un'energia inesauribile, mantenendo un controllo rigoroso del complesso intreccio contrappuntistico e valorizzando la progressiva accumulazione delle masse sonore. Si sarebbe forse desiderata una presenza leggermente più marcata delle percussioni, soprattutto dei timpani, per conferire ulteriore incisività ai passaggi culminanti; una riserva che nulla toglie alla straordinaria riuscita complessiva del movimento.
Ciò che ha maggiormente impressionato è stata la qualità della New York Philharmonic: un'orchestra dotata di una forza sonora straordinaria, di una precisione assoluta e, soprattutto, di una vitalità esecutiva che ha trovato espressione in ogni sezione. Gli archi hanno colpito per il vigore e la compattezza del suono, per la rapidità degli attacchi e per un'energia irruenta, sempre governata da un impeccabile controllo tecnico. Particolarmente ammirevoli i secondi violini, capaci di imprimere alle proprie linee una presenza e una determinazione non comuni.
Non meno impressionante il comparto dei fiati, caratterizzato da interventi puntualissimi e da una notevole ricchezza timbrica. Gli ottoni, in particolare, hanno offerto una prova superlativa: tromboni di formidabile consistenza sonora, trombe nitidissime e una sezione dei corni semplicemente eccezionale. Ottima, infine, la prova delle percussioni, sempre precise e perfettamente integrate nel tessuto orchestrale. L'energia che percorre l'intera compagine, unita alla varietà dei colori e alla qualità dei singoli strumentisti, restituisce l'immagine di una formazione di primissimo piano.
Il successo è stato calorosissimo. All'ultima nota della sinfonia, il pubblico della Philharmonie si è immediatamente alzato in piedi, tributando a Dudamel e ai musicisti una lunga e festosa ovazione. Un concerto di altissimo livello, che ha lasciato soprattutto il ricordo di una compagine orchestrale eccezionale e di un primo corno destinato, da solo, a rendere memorabile la serata.




