Brahms e Shostakovich • Honeck
Lucerna, KKL. 3 Settembre 2026.
Raramente capita di poter ascoltare, per due sere consecutive, una delle maggiori orchestre americane in tournée in Europa. È accaduto al Festival di Lucerna, dove la Pittsburgh Symphony Orchestra è tornata sul palcoscenico del KKL insieme al suo direttore principale Manfred Honeck. Il ritorno in Svizzera è coinciso con un momento particolarmente significativo nel rapporto tra il maestro austriaco e la compagine di Pittsburgh. Fresco di rinnovo del contratto, il maestro Honeck è destinato infatti a diventare il direttore principale più longevo nella storia dell’orchestra.
Quasi a celebrare la continuità di questo sodalizio, la Pittsburgh Symphony ha intrapreso un’importante tournée europea che ha toccato alcuni dei principali centri musicali del continente, tra cui Salisburgo e Amburgo, dove ha inaugurato la stagione della Elbphilharmonie, prima di fare tappa a Lucerna e di proseguire verso Vienna. Per il primo dei due concerti al KKL è stato scelto un programma di grande impegno, aperto dal Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra in re minore op. 15 di Johannes Brahms, affidato ad Alexander Kantorow.
Kantorow ha mostrato fin dalle prime battute un pianismo di eccezionale fluidità, sostenuto da una sonorità ampia e perfettamente controllata. La grandezza del suono non è mai coincisa con la pesantezza. Infatti, nei passaggi più monumentali il pianoforte ha acquistato corpo, profondità e forza senza perdere nitidezza, mentre nelle pagine più raccolte il tocco si è fatto leggerissimo, quasi rarefatto, conservando tuttavia una notevole consistenza timbrica. Questa capacità di passare senza soluzione di continuità da una sonorità poderosa a una scrittura quasi cameristica ha costituito uno degli aspetti più notevoli della sua interpretazione.
Il pianismo di Kantorow è apparso estremamente dinamico anche nel senso più propriamente musicale del termine. Le variazioni di intensità non hanno rappresentato semplici contrasti di volume, ma hanno contribuito alla costruzione delle frasi e alla definizione della forma. Le figurazioni più dense sono rimaste trasparenti e anche nei momenti di maggiore tensione tecnica il tocco è rimasto naturale. Per qualità del tocco, chiarezza delle linee e capacità di dare peso diverso a ciascuna voce, la sua interpretazione ha potuto ricordare, per alcuni aspetti, il pianismo di Krystian Zimerman nella celebre incisione del concerto realizzata con Leonard Bernstein.
Al dato tecnico, già impressionante, Kantorow ha unito una maturità interpretativa non comune per un pianista della sua età. Il Primo Concerto di Brahms è stato affrontato, non come un grande pezzo virtuosistico accompagnato dall’orchestra, ma come una costruzione sinfonica nella quale il pianoforte si inserisce, si oppone e infine si integra continuamente con la massa orchestrale.
Solidissimo è apparso anche il rapporto con la Pittsburgh Symphony guidata dal maestro Honeck. Pianoforte e orchestra si sono mossi secondo un intento interpretativo comune, con una notevole precisione nei passaggi e una costante attenzione alla direzione delle frasi. Non si è avuta l’impressione di ascoltare due piani sovrapposti, il solista e il suo accompagnamento, ma un unico organismo nel quale il pianoforte ha dialogato continuamente con archi e fiati.
La direzione del maestro Honeck ha conservato quella forte componente energica che caratterizza abitualmente le sue interpretazioni, senza però trasformarsi in frenesia. Anche nei momenti di maggiore tensione il discorso ha mantenuto respiro e la ricerca di slancio non ha compromesso la possibilità di articolare le frasi o di differenziare i colori. Nel primo movimento il maestro Honeck ha costruito con grande attenzione i successivi accumuli di tensione, evitando di anticipare troppo i punti culminanti e lasciando alla musica il tempo necessario per svilupparsi.
Particolarmente riuscito è stato l’Adagio. Il tempo ampio ha permesso di mettere in evidenza la straordinaria qualità timbrica della Pittsburgh Symphony e di curare con precisione i rapporti fra le diverse sezioni.
Nel Rondò conclusivo il maestro Honeck ha privilegiato invece la scorrevolezza. Le figurazioni rapide non sono state appesantite da accenti eccessivi e il ritmo ha mantenuto una notevole elasticità. Anche quando la musica è diventata concitata, il maestro Honeck ha espresso la tendenza a far percepire il movimento delle frasi più che la semplice velocità delle note. Il risultato è stato un Brahms energico ma non massiccio, attentissimo alla struttura e allo stesso tempo capace di una notevole immediatezza.
Al termine del concerto, dopo una lunga ovazione del pubblico che riempiva il KKL, Kantorow ha offerto come bis l’Intermezzo in la maggiore op. 118 n. 2 di Brahms.
Nella seconda parte è stata eseguita la Sinfonia n. 5 in re minore op. 47 di Dmitrij Shostakovich, composta nel 1937 dopo la violenta condanna ufficiale subita dal compositore da parte del regime sovietico. Dopo gli esperimenti più radicali delle opere precedenti e soprattutto dopo l’attacco rivolto contro Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, Šostakovič è tornato in questa partitura a una struttura apparentemente più tradizionale. La maggiore riconoscibilità formale, tuttavia, non ha eliminato le ambiguità della sua scrittura, nella quale monumentalità, ironia e violenza continuano a convivere.
Anche qui il maestro Honeck ha lavorato soprattutto sui contrasti. All’inizio del primo movimento gli archi hanno tracciato con estrema nettezza le linee severe della partitura. Nei momenti più concitati le percussioni hanno acquistato una forza trascinante e gli ottoni hanno attraversato la massa sonora con una brillantezza impressionante, senza tuttavia coprire le altre sezioni. Il maestro Honeck ha evitato soprattutto di trasformare la sinfonia in una successione di effetti. Anche quando la scrittura è diventata più aggressiva, i contrasti sono rimasti parte di una costruzione molto controllata. I cambi di atmosfera sono stati netti.
Il secondo movimento ha acquistato un carattere frenetico e fortemente ritmato, ma il maestro Honeck ne ha evidenziato anche la componente ironica. Gli accenti sono stati marcati con precisione senza appesantire il movimento e le frasi hanno conservato una mobilità quasi sarcastica.
Il Largo ha costituito un momento particolarmente intenso. Il maestro Honeck ha scelto un andamento meditativo, ma non statico, lasciando respirare le lunghe linee degli archi e mantenendo sempre una tensione sotterranea. La Pittsburgh Symphony ha mostrato qui la straordinaria compattezza della propria sezione degli archi. Il movimento è cresciuto per successive espansioni, fino ai punti di maggiore intensità, raggiunti senza forzature.
Da questo clima è nato il Finale, costruito dal maestro Honeck con notevole pazienza. L’attacco è stato travolgente, ma non precipitato. La tensione è stata amministrata fino alle battute conclusive senza anticiparne l’effetto.
La Pittsburgh Symphony Orchestra si è confermata soprattutto un complesso straordinariamente adatto al linguaggio interpretativo del maestro Honeck. Dopo anni di lavoro comune, il gesto del direttore e la risposta dell’orchestra sembrano appartenere allo stesso vocabolario. Gli archi possiedono una solidità impressionante: possono affrontare gli attacchi più violenti con precisione quasi brutale e, immediatamente dopo, alleggerire il suono e costruire frasi di grande ampiezza.
Ancora più caratteristico, soprattutto per un ascoltatore abituato alle principali orchestre europee, è risultato il colore dei fiati. Gli oboi hanno mostrato un timbro più nasale e penetrante; i fagotti hanno avuto una sonorità più rotonda e corposa. Gli ottoni hanno rappresentato forse l’elemento più immediatamente riconoscibile dell’identità della Pittsburgh Symphony: estremamente precisi negli attacchi, compatti negli accordi e dotati di una luminosità che permette loro di imporsi senza trasformare il forte in semplice volume sonoro.
È proprio questa combinazione tra precisione ritmica, compattezza e brillantezza timbrica a rendere particolare l’orchestra. Il maestro Honeck può chiedere accelerazioni improvvise, articolazioni molto secche, estremi dinamici e contrasti marcati perché la risposta della compagine rimane immediata.
Dopo la violenza e le ambiguità della Quinta di Šostakovič, il bis orchestrale ha prodotto un contrasto quasi ironico. Agli applausi entusiasti del pubblico la Pittsburgh Symphony e il maestro Honeck hanno risposto con Mattino, dalla prima suite del Peer Gynt di Edvard Grieg. La pagina è stata eseguita con grande morbidezza, lasciando emergere ancora una volta la qualità dei fiati e la capacità degli archi di alleggerire completamente il suono. È stata una conclusione volutamente distesa dopo una seconda parte dominata da tensione e contrasti, e ha chiuso nel migliore dei modi un concerto di livello altissimo.



