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La Traviata • Gamba

Lorenzo Giovati
13 minuti fa
Tempo di lettura: 3 min

Milano, Teatro alla Scala. 23 Settembre 2026. (Cast I)

La traviata appartiene a quella ristretta categoria di titoli dai quali un grande teatro difficilmente può prescindere. Proprio la familiarità estrema con quest’opera, tuttavia, rende particolarmente evidente la distanza fra una buona ripresa di repertorio e una serata destinata a lasciare il segno. Il 23 settembre il Teatro alla Scala ha riproposto lo storico allestimento di Liliana Cavani, con le scene di Dante Ferretti e i costumi di Gabriella Pescucci, affidando (per il primo cast) il ruolo di Violetta a Nadine Sierra, accanto al tenore Piero Pretti e al baritono Boris Pinkhasovich; sul podio il maestro Michele Gamba.


Proprio dalla direzione sono derivati i problemi maggiori della serata. La lettura del maestro Michele Gamba è risultata non in grado di cogliere quella mobilità teatrale e quella varietà di accenti senza le quali La traviata perde rapidamente vitalità. I tempi sono apparsi spesso innaturalmente dilatati, la pulsazione greve e il rapporto con il palcoscenico tutt’altro che saldo. I problemi si sono avvertiti fin dal primo atto, nel quale è mancata quasi interamente la leggerezza salottiera. L’orchestra è rimasta non elegante, poco elastica, incapace di sostenere il canto senza gravarlo. Ancora più discutibili sono state alcune scelte successive: «Di Provenza il mar, il suol», in particolare, è stato disteso fino a perdere naturalezza e continuità della frase. Non si è trattato semplicemente dell’adozione di tempi lenti, ma di una generale incapacità di saperli sostenere attraverso il respiro e la tensione della musica. Il risultato è stato un Verdi statico, privo di slancio e, complessivamente, non seducente.


A sostenere la rappresentazione è stata allora Nadine Sierra, protagonista di una prova di altissimo livello. La Sierra ha abitato il personaggio in ogni gesto, seguendone con grande naturalezza il passaggio dalla sicurezza mondana del primo atto alla crescente fragilità dei successivi. Ha interpretato Violetta con una presenza scenica capace di dare credibilità anche ai momenti più convenzionali della produzione. Vocalmente la prova è stata altrettanto valida. La voce si è proiettata con facilità nella sala, sostenuta da un’emissione sicura e da un registro acuto saldo. Il canto si è spinto maggiormente alla pienezza che alla rarefazione. Filati, smorzature e alleggerimenti estremi non sono stati l’elemento più caratterizzante della sua interpretazione, che ha privilegiato invece la nettezza della parola e l’intensità dell’accento. Una scelta che ha restituito una Violetta meno diafana e più concreta, senza comprometterne la vulnerabilità.


Più interlocutoria, seppur valida, è apparsa la prova di Piero Pretti. Il tenore ha mostrato una voce educata, un timbro piacevole e ben adatto per natura al personaggio di Alfredo. Ha cantato con correttezza e con indubbio mestiere. Il fraseggio è rimasto piuttosto generico e il personaggio non ha acquistato un peso sufficiente per confrontarsi alla pari con la Violetta della Sierra. Una prestazione in ogni caso professionalmente sicura e per questo apprezzabile.


Più interessante è stato Boris Pinkhasovich nei panni di Giorgio Germont. Il baritono dispone di uno strumento di bella pasta e ha affrontato il personaggio con evidente attenzione. La linea non è risultata sempre abbastanza morbida e l’arcata del canto avrebbe richiesto maggiore continuità; è mancata inoltre, in alcuni passaggi, quella naturale nobiltà del porgere che rende Germont padre qualcosa di più di un semplice antagonista. Pinkhasovich ha però cercato costantemente sfumature e intenzioni, costruendo un personaggio musicalmente meditato, anch’egli peraltro non agevolato dai tempi imposti dalla direzione.


Professionale il resto della compagnia, con una valida Carlotta Vichi quale Flora e prove complessivamente solide nelle parti di fianco. Il cast comprendeva inoltre Mariapaola Di Carlo come Annina, Francesco Pittari come Gastone (sempre validissimo), Fabrizio Beggi come Barone Douphol, Gianluca Failla come Marchese d’Obigny e Xhieldo Hyseni come Dottor Grenvil.


Anche l’Orchestra del Teatro alla Scala ha finito per risentire vistosamente della direzione d'orchestra. Le singole sezioni hanno conservato un buon livello tecnico e un’intonazione generalmente sicura, ma l’insieme è apparso poco partecipe e raramente rifinito come ci si aspetterebbe da questo complesso. Gli ottoni hanno mantenuto solidità, mentre le percussioni, in particolare i timpani, sono risultate talvolta eccessivamente pesanti.


Più convincente il Coro, preparato da Alberto Malazzi, compatto e generoso nel volume.


Resta invece intatto il fascino dell’allestimento di Liliana Cavani. Nato nel 1990 su commissione del maestro Riccardo Muti, con le sontuose scene di Dante Ferretti e i costumi di Gabriella Pescucci, raggiungerà il 2 ottobre la centesima rappresentazione scaligera. È una Traviata dichiaratamente tradizionale, costruita con mezzi scenici oggi quasi irripetibili: ambienti completamente diversi per i vari quadri, scene interamente montate e smontate, una ricchezza di materiali e dettagli che restituisce immediatamente il mondo dell’opera. Dopo oltre trentacinque anni qualche elemento appartiene inevitabilmente a un’altra concezione del teatro, ma la produzione non ha perso la propria eleganza, né la capacità di raccontare con chiarezza la vicenda.


La serata ha avuto quindi luce ed ombre che hanno generato un’accoglienza positiva, ma anche abbastanza tiepida.


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