Britten • Young
Milano, Teatro alla Scala. 6 Settembre 2026.
Il 6 settembre il Teatro alla Scala ha ospitato il concerto inaugurale della ventesima edizione di MITO SettembreMusica, il festival che ogni settembre intreccia la vita musicale di Milano e Torino in un’unica vastissima rassegna. Proprio questo dialogo fra le due città si è materializzato fin dalla serata d’apertura: sul palcoscenico scaligero sono saliti l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e il Coro e il Coro di Voci Bianche del Teatro Regio di Torino, affidati alla direzione di Simone Young. In programma, nella prima edizione curata da Speranza Scapucci, una delle più vaste, complesse e sconvolgenti creazioni corali del Novecento: il War Requiem di Benjamin Britten, eseguita in questa occasione per la prima volta assoluta al Teatro alla Scala.
Per Simone Young si è trattato anche di un ritorno significativo nel teatro milanese, pochi mesi dopo aver diretto nel marzo 2026 il secondo ciclo completo del Ring des Nibelungen. Una frequentazione wagneriana che ha certamente affinato, se mai ve ne fosse stato bisogno, una delle qualità più evidenti della direttrice australiana, ovvero la capacità di governare architetture vastissime, di coordinare masse imponenti e, soprattutto, di mantenere costantemente teso il filo del discorso musicale.
Il War Requiem nacque del resto da una ferita storica. Britten lo compose per la consacrazione della nuova cattedrale di Coventry, costruita accanto alle rovine dell’antico edificio distrutto durante i bombardamenti tedeschi del 1940 e inaugurata nel 1962. Pacifista convinto, il compositore concepì una partitura che non fosse semplicemente commemorativa, ma che interrogasse la guerra dall’interno, opponendo e sovrapponendo al testo latino della Messa da Requiem nove poesie di Wilfred Owen, poeta inglese morto sul fronte occidentale appena una settimana prima dell’armistizio del 1918.
Per la prima esecuzione Britten aveva pensato a tre interpreti provenienti da nazioni che la guerra aveva posto su fronti contrapposti: l’inglese Peter Pears, il tedesco Dietrich Fischer-Dieskau e la russa Galina Vishnevskaya. Le autorità sovietiche impedirono però a quest’ultima di raggiungere Coventry, costringendo Britten a sostituirla con Heather Harper. Vishnevskaya poté invece partecipare pochi mesi dopo alla celeberrima incisione Decca realizzata nel gennaio 1963 sotto la direzione dello stesso Britten, con Pears, Fischer-Dieskau, la London Symphony Orchestra e il relativo coro: una registrazione divenuta rapidamente riferimento imprescindibile nella storia discografica dell’opera.
Anche l’organizzazione delle forze musicali traduce questa idea. Britten separa infatti tre mondi distinti: la grande orchestra, il coro e il soprano, ai quali affida il testo liturgico; il tenore e il baritono, accompagnati da una ridottissima orchestra da camera, che danno voce ai versi di Owen; infine, le voci bianche, collocate in una dimensione quasi distante e incorporea.
È proprio questa pluralità di prospettive che la maestra Simone Young ha saputo mettere in evidenza con particolare efficacia. La sua direzione ha restituito con grande chiarezza la natura bifronte della partitura: da un lato, l’imponenza monumentale della grande orchestra e del coro, dall’altro lato, la dimensione più raccolta, umana e dolorosamente individuale degli episodi affidati a tenore e baritono con l’orchestra da camera.
Nelle grandi sezioni corali la maestra Young ha ottenuto sonorità poderose, senza mai cedere alla pura esibizione di volume. Il gesto, sicuro e estremamente sorvegliato, ha continuamente organizzato le masse, graduando con precisione le dinamiche e lasciando emergere la complessità dell’orchestrazione.
Per contrasto, gli interventi dell’orchestra da camera hanno assunto un carattere più intimo e spoglio. La direttrice ne ha assecondato la diversa natura conservando una notevole continuità fra i diversi livelli della partitura.
Il War Requiem mostra la propria invenzione più penetrante nell'idea di lasciare al latino la tragedia su un piano universale, mentre i versi di Owen la riportano continuamente alla dimensione concreta dell’uomo, del soldato, della morte individuale.
Ne è risultato un Britten teso, drammatico, profondamente inquieto. Anche nei momenti di maggiore magnificenza sonora non si è mai avvertito un autentico senso di pacificazione. In alcuni grandi episodi corali e orchestrali, soprattutto per la violenza degli interventi e per il modo in cui la massa viene improvvisamente caricata di un significato quasi teatrale, non era difficile avvertire, per analogia, qualche lontana memoria della grande tradizione del Requiem verdiano. Non tanto una citazione o una derivazione diretta, quanto una comune capacità di trasformare il testo sacro in materia drammatica, pur entro linguaggi profondamente differenti.
Eccellente è stata la prova dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Il complesso ha risposto alla direttrice con precisione, mostrando compattezza nelle grandi esplosioni orchestrali e, allo stesso tempo, estrema duttilità nei passaggi di maggiore rarefazione. Gli impasti sono rimasti nitidi, mentre ottoni e percussioni hanno conferito alle grandi invocazioni una forza fisica senza mai compromettere l’equilibrio generale. È stata una prova orchestrale di altissimo livello.
Altrettanto convincente è stato il Coro del Teatro Regio di Torino, preparato da Gea Garatti Ansini, compatto nelle grandi masse ma capace di mutare continuamente peso e colore secondo le necessità della partitura. Particolarmente efficace è risultata la sua disponibilità a seguire le numerosissime graduazioni imposte dalla bacchetta della Young. Il Coro di Voci Bianche, preparato da Claudio Fenoglio, ha completato il quadro con la dimensione remota e quasi irreale che Britten gli assegna.
Sul versante solistico Elena Guseva ha sostenuto con sicurezza la parte del soprano, inscritta nelle sezioni più monumentali del Requiem, mentre Nicky Spence e Bo Skovhus hanno incarnato la dimensione assai più terrena delle poesie di Owen.
Ne è scaturita una lettura potente, sorvegliatissima nella costruzione e tuttavia capace di sprigionare una tensione drammatica costante. Orchestra, cori e solisti hanno risposto con una prova complessivamente splendida, mentre Young ha confermato ancora una volta la propria straordinaria capacità di governare le grandi architetture musicali. Un’apertura di MITO all’altezza della qualità e del prestigio del festival.




