top of page

L'Elisir D'Amore • Alibrando

Lorenzo Giovati
12 minuti fa
Tempo di lettura: 3 min

Milano, Teatro alla Scala. 16 Settembre 2026.

Come ormai consuetudine, la ripresa dell’attività scaligera dopo la pausa estiva è stata affidata all’Accademia del Teatro alla Scala, che ha portato sul palcoscenico orchestra, coro e giovani cantanti nel nuovo allestimento dell’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti. Dopo La Cenerentola dello scorso anno, il progetto è rimasto dunque nel territorio dell’opera italiana, questa volta sotto la direzione di Marco Alibrando e la regia di Maria Mauti.


La recita del 16 settembre ha lasciato un’impressione complessivamente positiva, pur confermando una considerazione che va ormai ben oltre il caso specifico dell’Accademia scaligera. Le scuole di perfezionamento sembrano spesso formare voci tecnicamente preparate senza però dedicare altrettanta attenzione alla costruzione dell’interprete. Si insegna a emettere correttamente il suono, assai meno a dare peso alla parola, a fraseggiare, a trasformare una successione di note in un personaggio. Nell’Elisir questa carenza è emersa con particolare evidenza, perché Donizetti richiede una naturalezza teatrale e una duttilità della parola che non possono essere sostituite dalla sola correttezza vocale.


Marco Alibrando ha condotto la serata con sicurezza, mantenendo vivo il discorso e assicurando un buon rapporto con il palcoscenico. La sua è stata tuttavia una lettura non sempre raffinata, (colpa anche dell'Orchestra), incline a sonorità piuttosto marcate. La concertazione è rimasta comunque salda e funzionale al teatro.


Più evidenti sono apparsi i limiti dell’Orchestra dell’Accademia. Gli archi hanno mostrato un suono piuttosto esile e blando, poco duttile nelle dinamiche. Meglio i fiati, complessivamente più caratterizzati e sicuri. È mancato in generale uno scavo timbrico realmente approfondito, ma l’insieme ha mantenuto disciplina e precisione sufficienti a sostenere con ordine la rappresentazione.


Nel ruolo di Adina Noemi Muschetti ha offerto una prova corretta e musicalmente sicura. La voce è ben proiettata e sufficientemente educata, sebbene gli acuti abbiano talvolta acquistato una fibra leggermente aspra. Più interessante è stata l’attenzione alla parola, decisamente superiore a quella dei colleghi. La Muschetti ha cercato accenti, intenzioni e varietà nella declamazione, costruendo un personaggio scenicamente credibile.


Zizhao Chen ha affrontato Nemorino con mezzi vocali solidi, buona intonazione e una linea complessivamente corretta. È mancato però quasi interamente il fraseggio. La parola è rimasta poco scolpita, le intenzioni scarsamente differenziate e la caratterizzazione del personaggio assai generica. Anche nei momenti in cui Donizetti offre al cantante la possibilità di piegare il canto a sfumature più intime, Chen è rimasto prevalentemente sul piano dell’esecuzione musicale. Una prova vocalmente valida, dunque, ma ancora lontana dalla compiutezza interpretativa richiesta dal personaggio.


Di maggiore interesse Chao Liu quale Belcore. La voce è risultata ampia, ben emessa e di bella consistenza, con una presenza sonora immediatamente riconoscibile. Anche nel suo caso il fraseggio avrebbe potuto essere più rifinito, ma l’interpretazione ha mostrato maggiore consapevolezza teatrale e una buona capacità di sostenere il carattere vanitoso e militaresco del personaggio.


Il vero punto di riferimento della compagnia è stato Misha Kiria, unico interprete chiamato a portare nel gruppo un’esperienza già pienamente professionale. Il suo Dulcamara ha offerto quasi una dimostrazione pratica di ciò che ancora mancava a molti dei giovani colleghi. Kiria ha scolpito la parola anche nei passaggi più rapidi, articolando con estrema chiarezza, senza sacrificare il legato, né la qualità dell’emissione. La voce è rimasta solida e ben presente, mentre scenicamente ha costruito un Dulcamara vivacissimo, magnetico e mai ridotto a macchietta. Una prova notevole.


Professionale Saori Sugiyama come Giannetta, mentre il Coro dell’Accademia, preparato da Salvo Sgrò, ha cantato con compattezza e disciplina, inserendosi con ordine nei numerosi momenti d’insieme.


Meno convincente la produzione firmata da Maria Mauti. L’idea dichiarata è partita da un grande campo di grano e da un riferimento ideale al West americano, inseriti entro una cornice metateatrale che avrebbe dovuto mantenere evidente il rapporto fra palcoscenico e teatro. Visivamente il campo ha offerto inizialmente un’immagine piacevole, ma l’intuizione è rimasta sostanzialmente priva di sviluppo. Gli apparati teatrali a vista e il grande portale sul fondo non hanno poi trovato una vera funzione drammaturgica.


Nemmeno la scelta agreste ha costituito, di per sé, una particolare novità. Il celebre Elisir di Laurent Pelly, nato per il Covent Garden e poi approdato anche a Parigi, aveva già fatto del fieno e del paesaggio rurale il nucleo visivo dello spettacolo, sviluppandolo però attraverso una precisa costruzione teatrale e una minuziosa caratterizzazione dell’ambiente.


Ne è risultato un Elisir gradevole e complessivamente dignitoso, sostenuto da giovani voci in buona parte interessanti e dalla solida esperienza teatrale di Misha Kiria. Restano tuttavia evidenti i margini di crescita, soprattutto nella cura della parola e del fraseggio, cioè proprio in ciò che trasforma una voce ben educata in un interprete.


  • Instagram
  • Facebook

Powered and secured by Wix

bottom of page