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Schubert, Mozart e Mendelssohn • Jarvi

  • Lorenzo Giovati
  • 13 minuti fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Reggio Emilia, Teatro Valli. 24 Aprile 2026.

Ricca e di alto profilo si è confermata la stagione sinfonica del Teatro Romolo Valli di Reggio Emilia, che ha accolto, alla vigilia della Festa della Liberazione, la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen, guidata dal maestro Paavo Järvi, nella loro unica tappa italiana di una tournée che li ha visti protagonisti nelle più prestigiose sale europee, dal Musikverein di Vienna alla Philharmonie di Amburgo. Un contesto, dunque, già di per sé eloquente, che ha trovato piena corrispondenza nella qualità musicale offerta.


La serata si è aperta con la Terza Sinfonia di Franz Schubert, pagina giovanile che il maestro Järvi e l’orchestra hanno affrontato all’interno di un progetto integrale di prossima pubblicazione discografica. L’esecuzione ha privilegiato con decisione il lato più energico e vitale della partitura (energia mai però tradottasi in semplice accelerazione dei tempi), mettendo in luce una compattezza d’insieme e una lucidità strutturale che hanno sopperito con intelligenza all’inevitabile assenza di quella rotondità tipicamente “viennese” che una compagine cameristica non può, per sua natura, ricercare fino in fondo.


Fin dall’introduzione del primo movimento si è avvertita una cura del fraseggio particolarmente attenta, accompagnata da un gesto direttoriale capace di scolpire le frasi senza irrigidirle, mantenendo una naturalezza del discorso musicale sempre fluida. Il primo movimento si è quindi sviluppato con eleganza ritmica e con leggerezza, evitando ogni eccesso. Il secondo tempo ha trovato invece una dimensione più lirica, ben sostenuta da un tempo disteso e da un equilibrio timbrico accurato. Nel terzo movimento è emersa una vivacità incisiva, con un trio centrale reso con una cantabilità quasi popolare, semplice, ma non banale. Il finale, infine, ha convinto pienamente per la brillantezza del gioco timbrico, con il raffinato alternarsi delle voci strumentali che, nella ripetizione dei temi, hanno saputo emergere con varietà e spirito, restituendo un effetto, tanto leggero, quanto ingegnoso. Un’esecuzione nel complesso riuscita, coerente e musicalmente viva.


Il Concerto n. 19 di Wolfgang Amadeus Mozart ha visto al pianoforte il giovane Mao Fujita, interprete dotato di una tecnica notevole e di un controllo dell’articolazione particolarmente nitido. Il primo movimento è stato affrontato con chiarezza di disegno e con una certa brillantezza, sostenuto da un dialogo ben calibrato con l’orchestra, anche se a tratti si è avvertita qualche mancanza di morbidezza nel tocco, che ha reso il fraseggio meno flessibile di quanto la scrittura mozartiana richiederebbe.

Particolare attenzione hanno suscitato le cadenze, probabilmente di elaborazione dello stesso Fujita, eseguite con grande sicurezza e ampiezza tecnica. Esse hanno tuttavia mostrato una tendenza stilistica orientata verso una modernità quasi tardo-ottocentesca, talvolta in lieve contrasto con l’equilibrio classico del resto del concerto. Di contro, la direzione del maestro Järvi ha mantenuto una linea interpretativa elegante e attentamente rifinita, valorizzando soprattutto la cantabilità del secondo movimento e la chiarezza strutturale dei movimenti estremi.

Come bis, Fujita ha proposto il Preludio op. 3 n. 2 di Sergej Rachmaninov, eseguito con notevole precisione e con un suono ampio e ben proiettato, qualità che hanno trovato immediata risposta nel consenso unanime del pubblico.


Nella seconda parte del concerto è stata eseguita la Terza Sinfonia di Felix Mendelssohn, la cosiddetta “Scozzese”, offerta in un’interpretazione di altissimo livello per coerenza e per qualità del dettaglio. Il primo movimento ha posto subito in evidenza una visione ampia, ma sempre controllata, in cui il clima evocativo si è mantenuto molto elegante. Il secondo movimento ha colpito per la sua eleganza vivace e per un senso di moto continuo, quasi ininterrotto, che l’orchestra ha saputo sostenere con leggerezza e precisione. Il terzo movimento ha offerto un momento di maggiore introspezione, costruito su un fraseggio raccolto e ben cesellato. Il finale, infine, si è imposto per energia e slancio, mantenendo però una precisione esecutiva costante fino alla conclusione, culminata in una chiusa luminosa e pienamente risolta.


La Deutsche Kammerphilharmonie Bremen ha offerto una prova impeccabile nel proprio ambito: pur priva dell’ampiezza sonora di una grande orchestra sinfonica, ha saputo distinguersi per una straordinaria qualità del dettaglio e per un suono compatto, raffinato e sempre perfettamente controllato. Nonostante l’organico ridotto degli archi, il timbro non è mai risultato esile o stridulo, ma ha invece sempre mantenuto una coerenza e una precisione d’intonazione esemplari. Di particolare rilievo la sezione dei fiati, davvero straordinaria per omogeneità e definizione.


Il maestro Paavo Järvi ha diretto con grande intelligenza musicale, adattando le proprie scelte interpretative alle caratteristiche specifiche dell’orchestra e garantendo attacchi sempre precisi e leggibili attraverso un gesto elegante e comunicativo. La sua attitudine, fatta anche di sguardi partecipi rivolti ai professori d’orchestra, si è riflessa in una resa musicale luminosa, mai eccessivamente analitica, ma fondata su un solido senso musicale della frase e su una naturalezza del discorso sonoro.


Singolare e raffinato il bis orchestrale, con l’Elegy dalla Suite Gustav Adolf II del compositore svedese Hugo Alfvén, che ha concluso la serata in un clima di composta suggestione. Un concerto accolto trionfalmente e con pieno merito.


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