Così Fan tutte • Mallwitz
- Lorenzo Giovati
- 2 giorni fa
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Salisburgo, Großer Festspielhaus. 6 Agosto 2026.
Una grandissima eleganza nel teatro e qualche scroscio fuori dal teatro hanno accolto la prima di Così fan tutte alla Großer Festspielhaus di Salisburgo, inserita nella programmazione estiva del Festival 2026. Tre sono state le première concentrate nell’arco di appena due giorni: il 5 agosto, Il viaggio a Reims di Rossini e, in contemporanea, Saint François d’Assise di Messiaen; il 6 agosto, invece, il capolavoro mozartiano. Il Festival sembra quindi essere entrato pienamente nel vivo della sua consueta fittissima programmazione.
L’esito complessivo dello spettacolo è stato molto godibile, grazie a un cast complessivamente ben assortito e alla bacchetta esperta e sicura di Joana Mallwitz, tornata a Salisburgo dopo il Flauto magico di alcuni anni fa, allora fortemente penalizzato da una regia assai discutibile.
Della Mallwitz si apprezza soprattutto la chiarezza formale di un’interprete decisa ed elegante, tanto nel gesto, quanto nella resa musicale. Il suo Mozart si è confermato solido e perfettamente inserito nella tradizione viennese: mai eccessivamente energico o aggressivo, ma controllato, levigato e sorretto da un’attenta gestione dei contrasti dinamici. La direzione ha saputo alternare con naturalezza la leggerezza e la tensione, evitando qualsiasi appiattimento. Le è mancata forse, almeno in questa lettura, quella personalità interpretativa particolarmente riconoscibile che permetterebbe di elevare un livello già molto apprezzabile. Nel suo Così fan tutte si sono riconosciute indubbie qualità musicali, senza tuttavia ascoltare prospettive realmente nuove, né cogliere una particolare volontà di scavare nelle ambiguità più profonde della partitura. Il che non rappresenta necessariamente un limite poiché la direzione è risultata comunque accurata.
Un risultato al quale ha naturalmente contribuito la presenza in buca dei Wiener Philharmoniker. In una partitura nella quale gli archi sono chiamati a un lavoro pressoché ininterrotto, la compagine viennese ha esibito il consueto suono vellutato, rotondo e morbido, perfettamente riconoscibile nella sua eleganza. Particolarmente apprezzabile è stato anche l’apporto dei legni, precisi e stilisticamente impeccabili. Meno inappuntabile, in qualche passaggio, il contributo di corni e trombe.
Delle masse viennesi si è apprezzato anche il breve intervento del Coro della Staatsoper di Vienna, compatto e ben preparato.
Se dalla buca non è emersa una lettura particolarmente personale, nemmeno sul palcoscenico si sono imposte individualità interpretative veramente eccezionali. Il cast si è comunque dimostrato omogeneo e ben equilibrato. Nell’insieme si è però avvertita una certa disattenzione nei confronti della parola scenica. Il fraseggio musicale è stato generalmente curato, assai meno la volontà di scolpire il testo, scandirlo e attribuire alle parole quel peso drammatico che in Mozart e Da Ponte assume un’importanza fondamentale.
La coppia formata da Guglielmo e Ferrando è stata affidata ad André Schuen e Bogdan Volkov. I due hanno mostrato un buon affiatamento scenico e musicale. Schuen ha messo a disposizione del personaggio una voce baritonale scura, ben impostata e di buona consistenza, accompagnata da una presenza scenica naturale e disinvolta. Volkov ha presentato invece un timbro tenorile più chiaro e luminoso, piacevole nell’emissione e adatto alla scrittura mozartiana, pur mostrando con il procedere della serata qualche segnale di affaticamento, nonostante l’aria "Un'aura amorosa" sia stata eseguita con ottima professionalità. Insieme hanno delineato con vivacità e una convincente vis comica la coppia dei due giovani travestiti da improbabili albanesi.
Le due sorelle ferraresi sono state interpretate da Elsa Dreisig e Victoria Karkacheva. La Dreisig ha affrontato il ruolo di Fiordiligi con sicurezza e considerevole solidità tecnica, superando senza particolari difficoltà una scrittura notoriamente impervia. L’emissione non è sempre risultata perfettamente omogenea, ma la voce ha conservato qualità, presenza e sicurezza lungo l’intera parte. La Karkacheva ha offerto invece una Dorabella dalla vocalità sontuosa, forse persino sovradimensionata rispetto alle esigenze del ruolo, ma impiegata con efficacia e sostenuta da una caratterizzazione scenica credibile. Entrambe sono risultate piacevoli all’ascolto e ben integrate nell’equilibrio complessivo del sestetto.
Meno convincente il Don Alfonso di Johannes Martin Kränzle. Alla notevole esperienza e a una presenza scenica indubbiamente efficace non ha corrisposto un fraseggio altrettanto incisivo, capace di restituire pienamente l’intelligenza, l’ironia e la sottile ambiguità del vero deus ex machina dell’opera. Il canto è apparso talvolta frammentario e non sempre sufficientemente rifinito, lasciando l'impressione di un personaggio abbozzato.
Ha brillato invece la giovane e vivacissima Despina di Lea Desandre, una delle punte di diamante del cast per intelligenza scenica e qualità vocale. La dizione nitida e il buon fraseggio hanno permesso alla cantante di dare rilievo anche alla parola, distinguendola in questo senso da buona parte dei colleghi. La caratterizzazione è risultata immediata, brillante e pienamente credibile, pur con qualche urletto di troppo e alcune esagerazioni macchiettistiche nei travestimenti del medico e del notaio.
Resta infine l’elegantissima regia di Christof Loy, ripresa di uno spettacolo già presentato al Festival. L’impostazione del regista tedesco si è confermata, tanto raffinata, quanto sostanzialmente statico, costruita attraverso movimenti misurati, relazioni tra i personaggi delineate con chiarezza e una grande pulizia visiva. Nonostante questa compostezza lo spettacolo non risulta noioso: Loy segue con attenzione le dinamiche previste dal libretto, assecondandone con intelligenza gli sviluppi e permettendo ai personaggi di emergere. La sua lettura non tenta di problematizzare particolarmente l’opera, né di indagarne fino in fondo gli aspetti più moderni, ma preferisce restituirne l’essenza più elegante e immediatamente leggibile. Una scelta forse scontata, ma realizzata con buon gusto.
Ne è risultato un Così fan tutte di pregio, accolto dal pubblico con scroscianti applausi. Non un capolavoro destinato a rimanere nella memoria, ma una produzione seria, degna di un festival importante.




