Hindemith e Gershwin • Chailly
- Lorenzo Giovati
- 11 ore fa
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Milano, Teatro alla Scala. 30 Gennaio 2026.
A una settimana di distanza dall’inaugurazione della quarantaquattresima stagione della Filarmonica della Scala, il maestro Riccardo Chailly è tornato sul podio del Teatro alla Scala per la sua prima apparizione nel cartellone sinfonico del teatro milanese. Se il programma della settimana precedente aveva guardato a Prokofiev e Tchaikovsky, questa nuova serata ha proposto un deciso cambio di prospettiva stilistica e culturale, accostando Hindemith nella prima parte a Gershwin nella seconda.
La serata si è aperta con il Ragtime (wohltemperiert) di Hindemith, brano luminoso, scattante e di rarissima esecuzione, nel quale il maestro Chailly ha saputo mettere in luce l'ironia della scrittura, senza appesantirne la struttura. La direzione ha privilegiato chiarezza e slancio ritmico, restituendo al pezzo le effusioni americaneggianti che ne costituiscono il fascino.
È seguito Der Schwanendreher, concerto per viola e piccola orchestra su antichi canti popolari, pagina complessa e di non immediata fruizione. Il maestro Chailly ha mostrato grande attenzione nella gestione dell’organico ridotto, sfruttandone appieno le possibilità espressive e costruendo attorno alla parte solistica un accompagnamento sempre presente, coeso e attentamente calibrato. La viola di Simonide Braconi si è imposta per qualità del suono, sicurezza tecnica e intensità espressiva, offrendo una prova di altissimo livello in una partitura che richiede una concentrazione costante e un controllo assoluto del fraseggio. Pur nella sua indubbia solidità esecutiva, il brano è comunque parso faticoso all’ascolto, tanto per la densità della scrittura, quanto per l’articolazione formale, ma è stato affrontato con rigore e con partecipazione. Come bis, Braconi ha proposto, insieme all’arpista della Filarmonica della Scala, una raffinata Habanera di Ravel, accolta con particolare favore dal pubblico.
La seconda parte della serata ha presentato alcuni momenti più problematici. La Cuban Ouverture di Gershwin non è apparsa del tutto nelle corde del maestro Chailly, che ne ha offerto una lettura piuttosto rigorosa sul piano dei tempi, talvolta poco variati edeccessivamente contenuti. La pulsazione, sempre presente, non è però risultata davvero trascinante, e l’orchestra è parsa talora chiassosa, con scarsi sentori dei colori e dei ritmi caraibici che animano la pagina. Le percussioni, in particolare, sono emerse in modo troppo marcato rispetto al resto dell’orchestra, contribuendo a un equilibrio sonoro non sempre convincente. Ne è derivata un’esecuzione diligente, corretta sul piano tecnico, ma priva di quella vitalità e di quella spontaneità ritmica che rendono il brano realmente efficace.
Decisamente migliore l’esito di Un americano a Parigi, affrontato con maggiore varietà di accenti e con un senso narrativo più articolato. La lettura del maestro Chailly, pur senza indulgere in un’eccessiva caratterizzazione “jazzistica”, ha saputo restituire un quadro sfaccettato e vivace, ben costruito sul piano formale e piacevole nell’andamento complessivo, grazie a una maggiore elasticità agogica e a una più attenta cura dei dettagli orchestrali.
L’Orchestra della Scala ha offerto una prova complessivamente solida, distinguendosi soprattutto nella prima parte della serata e, in particolare, nel concerto per viola, dove compattezza e attenzione al dialogo interno sono risultate evidenti. Nella seconda parte sono riemerse alcune criticità, soprattutto negli ottoni, ancora una volta caratterizzati da un suono incerto, poco stabile e non sempre rotondo. Gli archi si sono confermati di ottimo livello, mentre le percussioni, precise e puntuali, sono apparse talvolta eccessivamente marcate nella Cuban Ouverture. Nel complesso, l’orchestra si è dimostrata reattiva e diligente, seguendo con attenzione le indicazioni del podio.
Al termine della serata, applausi per tutti.
















