Herzog Blaubarts Burg • Makela
- Lorenzo Giovati
- 27 lug
- Tempo di lettura: 3 min
Aix-en-Provence, Grand Theatre de Provence. 11 Luglio 2026.
Il ricchissimo cartellone del Festival d’Aix-en-Provence, che come ogni estate ha animato la splendida cittadina provenzale, è stato affidato quest’anno prevalentemente a compagini orchestrali francesi, con una partecipazione di primo piano dell’Orchestre de Paris, guidata dal giovane, ma sempre più affermato, maestro Klaus Mäkelä.
Accanto alle grandi produzioni liriche si sono inseriti due concerti straordinari, in un programma per il resto quasi del tutto privo di musica sinfonica: Les Vêpres siciliennes di Verdi e Il castello di Barbablù di Bartók. In un Festival il cui filo conduttore è sembrato essere quello delle vicende dure, oscure e drammatiche (Die Frau ohne Schatten, il Requiem di Mozart in una sconcertante versione scenica, Die Zauberflöte in una regia attualizzata, El Cimarrón di Henze, Accabadora di Filidei e Les Vêpres siciliennes), Il castello di Barbablù ha segnato una serata di grande forza teatrale, nonostante l’assenza della scenografia.
La direzione del maestro Klaus Mäkelä ha costituito lo spettacolo, tanto dal punto di vista musicale quanto da quello visivo. La serata si è aperta con la voce narrante di József Gyabronka, per poi lasciare spazio a una lettura complessivamente molto ben costruita.
Il maestro Mäkelä ha proposto un’interpretazione fluida e coerente, assicurando continuità e chiarezza all’intero arco drammatico. Questa impostazione ha però in parte sacrificato l’immensa varietà di colori, sonorità e atmosfere novecentesche contenute nella partitura. Il direttore non ha sempre ricercato quei pianissimi e quei timbri così particolari che avrebbero potuto ampliare il respiro della musica e accentuare il carattere inquietante e misterioso dell’opera. Il maestro Mäkelä ha puntato soprattutto sulla dimensione sinfonica della partitura, privilegiando la compattezza, la tensione e la forza dell’insieme. Questa scelta ha prodotto risultati di notevole efficacia, ma in alcuni frangenti ha anche condotto l’orchestra a coprire seriamente entrambe le voci, soprattutto quella di Barbablù. È sembrato dunque prevalere il desiderio di costruire un grande affresco orchestrale, talvolta a discapito di una maggiore duttilità timbrica e di un rapporto più equilibrato con il canto.
Vi è stato però anche tutto il resto: una direzione splendida, di indubbio talento, costruita con spirito personale e con un’attenzione eccellente alle diverse voci orchestrali. Il maestro Mäkelä ha gestito i flussi sonori con grande sicurezza, travolgendo quasi sempre lo spettatore e mantenendo saldamente le redini di un’orchestra costantemente tesa, compatta e reattiva. Ne è nata una narrazione musicale lucida e vibrante, capace di sostenere con continuità la progressione drammatica dell’opera. Il maestro Mäkelä ha così confermato di possedere quel grande talento del quale si parla ormai da tempo. La sua lettura può aver sollevato qualche riserva, ma ha mostrato una personalità interpretativa già chiaramente riconoscibile.
L’Orchestre de Paris ha raggiunto un livello altissimo di precisione sonora. La sezione degli archi ha prodotto un suono corposo, denso e ben amalgamato; straordinario è risultato il contributo degli ottoni, mentre altrettanto eccellente è stata la prova delle percussioni. Anche nei momenti di maggiore intensità, l’orchestra ha conservato compattezza e chiarezza, rispondendo con prontezza e disciplina al gesto del direttore.
La componente vocale è risultata altrettanto interessante. Ha trionfato la Judith di Irene Roberts, voce eccellente per il ruolo. Il mezzosoprano ha delineato un personaggio emotivamente partecipe e profondamente umano, capace, sia di mostrarsi vicina a Barbablù, sia di esprimere quella curiosità ostinata e quasi morbosa che la conduce ad aprire tutte le porte del castello. La sua Judith è risultata credibile proprio per questa duplicità: affettuosa e comprensiva, ma al tempo stesso incapace di arrestarsi di fronte alla curiosità. La voce limpida, potente e ben proiettata le ha consentito di sostenere il ruolo in maniera eccellente, imponendosi anche nei momenti di maggiore densità orchestrale.
Al suo fianco, Gerald Finley ha offerto un Barbablù di granitica autorevolezza. L’eccellente baritono ha puntato più su un modo di porgere la frase, mellifluo ma perentorio, che su una vocalità esclusivamente scura e tenebrosa, tradizionalmente associata al personaggio. Finley ha costruito un Barbablù severo, inquietante e credibile, anche attraverso un’espressione del volto costantemente assorta e tenebrosa. Non ha tuttavia mantenuto il personaggio su un unico registro: in alcuni momenti ha disteso maggiormente il fraseggio, avvicinandosi alle tinte più umane e affettuose di Judith. Questa varietà ha reso la sua interpretazione ancora più complessa e convincente.
In conclusione, la serata ha offerto musica di eccellente livello, grazie a due interpreti vocali pienamente credibili e a un’Orchestre de Paris in condizioni straordinarie. La direzione del maestro Klaus Mäkelä non è stata scevra di qualche riserva, ma ha restituito una lettura personale, compatta, tesa e di indubbio valore.




