Die Frau ohne Schatten • Makela
- Lorenzo Giovati
- 15 ore fa
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Aix-en-Provence, Grand Theatre de Provence. 12 Luglio 2026.
Quasi quattro ore di emozione allo stato puro, dalle quali si è usciti profondamente turbati. Questo è stato, in estrema sintesi, l’esito della nuova produzione della Frau ohne Schatten presentata dal Festival di Aix-en-Provence: un’opera enigmatica, smisurata e febbrile, nella quale Richard Strauss ha condensato una quantità quasi inesauribile di significati, affidata alla direzione del giovane talento di Klaus Mäkelä.
Le tre componenti fondamentali dello spettacolo (voci, regia e direzione d’orchestra) hanno concorso con rara unità alla realizzazione di uno spettacolo veramente molto riuscito. Il cast, di straordinario livello, ha sostenuto una prova omogenea e coesa; la geniale e allucinata regia di Barrie Kosky ha tradotto in immagini la dimensione fantastica e psicologica del dramma; dal podio, il maestro Mäkelä ha delineato musicalmente i diversi mondi dell’opera, assecondando e alimentando la forza della visione teatrale.
Kosky ha rappresentato un dramma universale e sottratto a qualsiasi precisa collocazione temporale. L’Imperatrice è apparsa come una donna alla ricerca di qualcosa che potesse conferirle un’identità autentica e permetterle di entrare pienamente nel mondo degli esseri umani. Ne è derivata una narrazione modernissima, capace di rendere attuale il complesso itinerario immaginato da Hofmannsthal senza ridurne l’ambiguità simbolica. Il palcoscenico è stato popolato da presenze sinistre e indecifrabili: figure al servizio della Nutrice, volti di bambola dallo sguardo minaccioso, manichini danzanti, cavalli a dondolo e creature sospese tra l’incubo e la fiaba. Gli effetti scenici, impiegati con intelligenza e senza mai ridursi a un semplice esercizio spettacolare, hanno mantenuto costantemente desta l’attenzione dello spettatore. Ogni personaggio è rimasto saldamente connesso al significato della vicenda, conservando una precisa individualità drammatica. Dell’Imperatore, personaggio sostanzialmente marginale nell’economia dell’opera, Kosky ha sottolineato la fragilità e l’inconsistenza, presentandolo spesso in vestaglia o issato sopra un gigantesco cavallo a dondolo. Il mondo di Barak e della Moglie del Tintore è apparso invece concreto, degradato e soffocante: uno spazio domestico caotico e squallido, nel quale le tensioni della coppia hanno assunto una tangibilità quasi brutale.
Il terzo atto ha raggiunto una forza straordinaria. Il tormento dell’Imperatrice è stato accompagnato da un progressivo affollarsi di presenze inquietanti, fino al momento in cui la protagonista ha abbandonato la scena e ogni elemento si è improvvisamente placato. Il palcoscenico, rimasto fino ad allora immerso nel nero, è diventato interamente bianco, come uno spazio finalmente liberato da ogni ombra e da qualsiasi riferimento materiale. Soltanto nel finale l’ombra dell’Imperatrice è ricomparsa, proiettata sul fondo scuro. È difficile descrivere dettagliatamente a parole uno spettacolo tanto ricco di invenzioni e, soprattutto, tanto coinvolgente sul piano emotivo.
La direzione del maestro Klaus Mäkelä ha raggiunto risultati altrettanto rilevanti. Il maestro finlandese ha offerto una lettura contrastata e febbrile, mantenendo una tensione ininterrotta e dimostrando una costante attenzione alle esigenze delle voci. Il risultato ha sorpreso ancora di più considerando l’esperienza operistica finora assai limitata del direttore, impegnato ad Aix nella sua quarta presenza in buca. Mäkelä ha dominato con impressionante sicurezza una partitura satura di note, timbri e indicazioni, mettendone in evidenza, tanto i dettagli più minuti, quanto le grandi esplosioni sonore. Ha governato con naturalezza il passaggio dalle masse orchestrali più imponenti ai momenti rarefatti, differenziando musicalmente le scene e garantendo al tempo stesso una solida continuità all’intera architettura. Ogni episodio ha trovato una propria fisionomia, senza compromettere l’unità del racconto. Ne è risultata una lettura memorabile, pienamente all’altezza delle maggiori interpretazioni dell’opera.
Una parte decisiva del merito è spettata alla magnifica Orchestre de Paris. La compagine francese ha mostrato un suono debordante di colori, ma sempre compatto, amalgamato e perfettamente controllato. Gli archi hanno offerto morbidezza e precisione; i legni hanno cesellato con grande finezza i numerosi interventi solistici; le percussioni sono state straordinarie per varietà e incisività. Impressionante la prova degli ottoni, potenti e taglienti senza risultare scomposti, ai quali si sono aggiunti quelli disposti nelle balconate del teatro. Una soluzione spaziale indispensabile per conferire al finale del secondo atto il suo travolgente impatto sonoro.
Il cast vocale ha completato l’eccellenza dell’esecuzione.
Ha trionfato, senza riserve, l’Imperatrice di Vida Miknevičiūtė, soprano che negli ultimi anni ha compiuto un’ascesa luminosa e che si è ormai imposta come interprete di primissimo piano. La sua Imperatrice è stata scenicamente perfetta, favorita anche da un physique du rôle elegante, ma soprattutto psicologicamente elaborata, profonda e intensa. La voce, piacevole e rifinita nel timbro, si è rivelata duttile, penetrante e potente, sostenuta da un’intonazione irreprensibile e da una notevole sicurezza nei cambi di registro. Nel terzo atto ha raggiunto il vertice della propria prova, esprimendo con straordinaria intensità la trasformazione interiore del personaggio. Una prova straordinaria.
Nina Stemme, già interprete in passato della Moglie di Barak, ha nuovamente vestito i panni della Nutrice, già affrontata a New York, e lo ha fatto con l’intelligenza e l’intensità interpretativa che da sempre la contraddistinguono. Nonostante una tracheite, che fortunatamente non l’ha costretta a rinunciare alla recita, ha sostenuto la parte senza cedimenti. Soltanto in alcuni passaggi è affiorata una comprensibile fatica, ampiamente compensata dal fascino e dall’autorevolezza di un’interprete di caratura elevata. La sua Nutrice è stata inquietante, manipolatrice e durissima, vero motore oscuro dell’azione.
Michael Spyres ha esibito, nel ruolo dell’Imperatore, una vocalità profondamente mutata rispetto a quella di alcuni anni fa. Dopo il lungo percorso attraverso il repertorio rossiniano e mozartiano (indimenticabile il suo Don Ottavio a Salisburgo) la voce si è progressivamente irrobustita, conservando la natura tenorile, ma acquistando nel registro centrale uno spessore quasi baritonale. Spyres ha così delineato un Imperatore sicuro e vocalmente autorevole, animato da una costante inquietudine. La parte ha trovato particolare espansione nel secondo atto, nel quale la solidità dell’emissione e la qualità del fraseggio sono emerse con maggiore evidenza.
Ambur Braid è stata una Moglie del Tintore ruvida, aggressiva e a tratti feroce, proprio per questo estremamente credibile. Ha costruito un personaggio concreto e tormentato, passando dalla rabbia al desiderio e infine alla riconciliazione senza mai smarrirne la coerenza. La voce ha mostrato potenza, sicurezza e un’emissione sontuosa, accompagnate da una marcata attenzione alla parola e da una presenza scenica magnetica.
Brian Mulligan ha restituito a Barak tutta l’umanità che lo rende il personaggio moralmente più saldo dell’opera. Il suo tintore è stato un uomo autentico, ferito e generoso, incapace di comprendere fino in fondo la moglie e tuttavia sempre disposto ad accoglierla. Mulligan lo ha interpretato con misura e naturalezza, sostenuto da una voce ampia, sicura e ben proiettata. Ha conferito al personaggio una dignità di grande efficacia.
Eccellente è risultato anche il numeroso gruppo dei comprimari. Jean-Sébastien Bou, nel ruolo del Messaggero degli Spiriti, Tomasz Kumięga, Daniel Miroslaw e Robert Lewis, interpreti dei fratelli di Barak e delle Voci dei Guardiani, Ella Taylor, Voce del Falco e Guardiano della Soglia, e Héloïse Mas, Voce dall’Alto, hanno offerto prove vocalmente sicure e perfettamente integrate nella concezione dello spettacolo. Disposti in larga parte fuori scena o nelle balconate superiori del teatro, hanno cantato con notevole precisione, proiezione e incisività, contribuendo in maniera determinante alla dimensione spaziale e misteriosa della rappresentazione. Ottimo, infine, il Chœur de l’Orchestre de Paris, preparato da Richard Wilberforce, nonostante sia stato riprodotto in sala, probabilmente per esigenze registiche, un audio preregistrato.
Il pubblico ha accolto la serata con un trionfo pieno e prolungato, meritatissimo per tutti gli interpreti della produzione. È stato il giusto riconoscimento tributato a uno spettacolo eccellente, destinato a collocarsi tra gli esiti più alti di questa edizione del Festival e a rimanere a lungo nella memoria di chi vi ha assistito.























