Gotterdammerung • Soddy
- Lorenzo Giovati
- 18 ore fa
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Milano, Teatro alla Scala. 7 Marzo 2026.
A distanza di una settimana dall’incipit di Das Rheingold, si è compiuto al Teatro alla Scala il ciclo integrale del Ring des Nibelungen di Richard Wagner, impresa tanto ambiziosa, quanto felicemente condotta, culminata in un trionfo suggellato da quattordici minuti di applausi al termine di Götterdämmerung. Un esito che non sorprende, considerando la coerenza e l’altissimo livello qualitativo che hanno contraddistinto l’intero progetto, configurandolo come uno degli appuntamenti più significativi della recente stagione scaligera.
Sul podio, il maestro Alexander Soddy ha offerto un’ulteriore e definitiva conferma della propria maturità interpretativa, misurandosi con la complessità del tessuto wagneriano con lucidità e con pieno controllo. La sua lettura si è distinta per una chiarezza esemplare nell’articolazione delle linee, capace di restituire con nitidezza la fitta trama leitmotivica senza mai rallentarne il fluire. La concertazione, sempre vigile e sorvegliata, ha saputo coniugare rigore strutturale e tensione narrativa, mantenendo un equilibrio saldo tra buca e palcoscenico. Di particolare rilievo è stato il passaggio dal prologo al primo atto, reso con un impeto straordinario, come anche gli ultimi dieci minuti del terzo atto, dove il maestro Soddy ha raggiunto esiti di autentica grandezza, sostenendo l’orchestra in una progressione sonora compatta, luminosa e perfettamente condotta. Nel complesso, una direzione eccellente che, estesa all’intero ciclo, lo consacra quale interprete pienamente consapevole del linguaggio wagneriano.
L’Orchestra del Teatro alla Scala ha risposto con prontezza e qualità, offrendo una prova di notevole solidità. Gli archi si sono distinti per un velluto sonoro compatto e omogeneo, mentre i fiati hanno garantito un fraseggio nitido e ben profilato. Le percussioni, sempre puntuali, e gli ottoni, precisi e ben controllati, hanno contribuito a delineare un impasto orchestrale equilibrato.
Il Coro, preparato dal maestro Alberto Malazzi, ha fornito un contributo di rilievo nella sua unica, ma significativa apparizione.
Sul versante vocale, Klaus Florian Vogt, nel ruolo di Siegfried, ha ribadito la sua statura di interprete solido e affidabile. La sua vocalità, caratterizzata da un timbro chiaro e luminoso, si discosta in parte dalla tradizione più propriamente eroica del ruolo, ma si è imposta per sicurezza d’emissione e tenuta complessiva. L’interpretazione, ben governata, tanto sul piano scenico, quanto su quello musicale, gli ha consentito di affrontare con autorevolezza una parte di estrema difficoltà, restituendo un Siegfried coerente e musicalmente rifinito.
Camilla Nylund, nei panni di Brünnhilde, si è confermata anch'essa un’interprete di prim’ordine. La sua lettura, già apprezzata nelle precedenti tappe del ciclo, ha trovato qui una compiutezza ancora maggiore: la voce, salda e ben timbrata, si è piegata a un’idea del personaggio più lirica e interiorizzata, senza rinunciare alla necessaria autorevolezza. La scena finale ha rappresentato il vertice della sua prova, condotta con sicurezza, intensità e un controllo tecnico che le vale le ovazioni del pubblico.
Günther Groissböck ha offerto un Hunding di straordinaria incisività, sostenuto da una vocalità ampia e da un fraseggio capace di coniugare durezza e sottile ambiguità espressiva. La sua presenza scenica, autorevole e perfettamente dosata, ne fa un cantante di riferimento per il ruolo.
Russell Braun, nel ruolo di Gunther, si è distinto per un’emissione ben timbrata e per una resa scenica disinvolta, sostenuta da un’intonazione precisa e da un fraseggio curato.
Accanto a lui, Olga Bezsmertna ha delineato una Gutrune partecipe e musicalmente solida, confermandosi anche come Terza Norna di buon livello.
Johannes Martin Kränzle, nei panni di Alberich, si è confermato interprete di grande esperienza, capace di restituire con efficacia le sfumature più oscure del personaggio.
Tra i ruoli di contorno, meritano menzione Szilvia Vörös (Seconda Norna), Lea-Ann Dunbar (Woglinde), Svetlina Stoyanova (Wellgunde) e Virginie Verrez (Flosshilde), tutte corrette e ben inserite nell’insieme. Particolare rilievo va a Christa Mayer, impegnata sia come Prima Norna sia, soprattutto, nel ruolo di Waltraute, in sostituzione dell’indisposta Nina Stemme in una prova affrontata con sicurezza e piena padronanza, che ne ha confermato il valore artistico.
La regia di David McVicar si è infine imposta come uno degli elementi più alti dell’intero progetto. La sua concezione, coerente e profondamente meditata, trova compimento in una visione unitaria che si chiude con ammirevole circolarità. Il recupero delle maschere divine del Rheingold nella scena del matrimonio, la scena del funerale di Siegfried (realizzato con un emozionante quadretto familiare con Sieglinde, Siegmund e Wotan), così come il ritorno del figurante dell’Oro, non sono mai stati meri espedienti scenici fini a loro stessi, ma segni di una lettura più ampia, attentissima ad ogni frase e consapevole del libretto e del linguaggio wagneriano, capace di tradursi in immagini di forte impatto visivo. La cura del dettaglio, sempre puntuale, e l’equilibrio tra dimensione estetica e drammaturgica hanno concorso a definire un allestimento di livello eccezionale.
Si à concluso così, dopo oltre tredici ore di musica, un’esperienza artistica di rara intensità, che conferma la Scala come luogo privilegiato per la realizzazione di grandi progetti operistici. Un Ring che, per coerenza, qualità e visione, si impone come modello di riferimento.




























