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Gala Verdiano • Conlon

Lorenzo Giovati
11 minuti fa
Tempo di lettura: 3 min

Parma, Teatro Regio. 10 ottobre 2026.

È ormai tradizione consolidata che il 10 ottobre di ogni anno, al termine di una lunga giornata di celebrazioni per il compleanno del Maestro Giuseppe Verdi, il Teatro Regio concluda i festeggiamenti proponendo un Gala Verdiano. Anche per differenziarlo da Fuoco di Gioia, un altro gala, organizzato però dal Club dei 27 Gruppo Appassionati Verdiani ETS, che solitamente già prevede la classica sequenza di brani, ormai da qualche anno il Teatro Regio ha apprezzabilmente scelto di proporre l’esecuzione di singoli atti, tratti da opere del Maestro, intervallati o anticipati da una Sinfonia. Il tema “Mondi lontani”, lungo il quale si è articolato il festival di quest’anno, ha quindi ispirato la scelta di un programma che ha proposto, in apertura, la Sinfonia da “Il Guarany” di Carlos Antonio Gomes, e, poi,  a seguire, l’Atto II da “Il Corsaro” e l’Atto III da “Jerusalem”. Il primo, ambientato sull’isola del corsaro Corrado e a Corone (residenza del pascià Seid) e il secondo ambientato in Terra Santa, in quanto rifacimento dell’opera “I Lombardi alla Prima Crociata”.


Proprio la sinfonia da “Il Guarany”, che ha aperto il Gala, ha offerto, in una serata complessivamente non certo entusiasmante,  lo spunto di maggiore interesse, consentendo al pubblico di conoscere il frammento di un’opera ambientata in Brasile e composta da un musicista di quel Paese, che però era anche un grande appassionato della musica del Maestro Verdi.


All’invitante apertura non ha però fatto seguito una proposta parimenti accattivante, né per il livello artistico complessivo, né per il clima che attorno alle esecuzioni si è respirato.  E ad elevarla a compleanno degno della grandezza del festeggiato, non sono bastate, né  l’esperienza del maestro Conlon, reduce dal successo di Alzira, che non è riuscito a lavorare sull’orchestra con esiti paragonabili, né le ottime qualità canore di Alessia Panza, giovane e talentuosa soprano, le cui doti sono state apprezzate più volte negli ultimi anni sempre al Gala Verdiano del Festival Verdi, la quale però, nell’occasione, non è apparsa nemmeno lei pienamente a suo agio, fors’anche perché condizionata da un contesto artistico che non ha certamente favorito l’emersione delle qualità canore e interpretative, ma che si è generalmente risolto piuttosto in un’esibizione di stentoreità e di approssimazione.


Anche Galeano Salas, tenore affermato, che ultimamente ha calcato i più importanti palcoscenici italiani ed esteri, ha mostrato un’emissione difficoltosa e poco fraseggiata. Non riuscito l’acuto al termine dell’atto del Jerusalem, soprattutto perché era facilmente evitabile, in quanto non scritto da Verdi.


Daniel Luis De Vicente, impegnato nei rispettivi ruoli de Il corsaro e di Jérusalem, ha riproposto la medesima genericità e ruvidezza di intenzioni già riscontrata in Alzira, senza rendere giustizia al suo possente materiale vocale.


Tanto che, al termine della serata, forse le uniche notazioni positive possono essere rivolte  agli efficaci comprimari Long Ning, Agostino Subacchi e Emil Abdullaiev, oltre che, s’intende, al sempre validissimo coro del Teatro Regio, preparato dal maestro Martino Faggiani.


Al di là, però, dei meriti e (soprattutto) dei demeriti individuali, su cui non è il caso di soffermarsi oltremodo, considerato anche il carattere celebrativo della serata, vi è da notare che anche in questa edizione, come già era avvenuto in passato, anche se forse in misura meno evidente, si è percepita l’impressione che la celebrazione del compleanno del Maestro rappresenti per il Teatro, non l’occasione di una vera e sentita festa di musica e di tradizione, come potrebbe e dovrebbe essere, visto ciò che tutti dobbiamo al Maestro Verdi, ma piuttosto un evento di circostanza, che si giustifica in una logica di marketing teatrale e a cui vengono dedicate le risorse che residuano dall’intensa programmazione festivaliera.


Si spiega così la realizzazione di un evento emozionalmente spento e artisticamente poco rifinito, la cui vocazione vera sembra essere quella di riscuotere il consenso facile di un pubblico, perlopiù formato da stranieri, più interessato all’occasione teatrale in sé, che non ai suoi contenuti, nonché già gratificato dal sol fatto di vivere l’esperienza di varcare le soglie di un teatro indubbiamente glorioso. Se invece l’evento deve essere un vero compleanno, esso merita allora un ripensamento.


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