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Evgenij Onegin • Kochanovsky

  • Lorenzo Giovati
  • 12 ago 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Verbier, Salle des Combins. 3 Agosto 2025.

Tra le numerose attività dell’Accademia del Festival di Verbier, quest’anno ha preso corpo un progetto, tanto ambizioso, quanto formativo: l’allestimento di Evgenij Onegin di Tchaikovsky, affidato alla Verbier Festival Junior Orchestra, un ensemble composto da giovanissimi musicisti selezionati a livello internazionale, e a una compagnia vocale formata interamente da artisti dell’Accademia. Non si è trattato dunque di un saggio o di un’esecuzione ridotta, ma della vera messa in scena, in forma di semi-staged, di una partitura complessa, che richiede maturità, controllo tecnico e sensibilità interpretativa.


L’unica vera criticità, per la verità prevedibile, è stata l’assenza del coro, che ha costretto gli organizzatori a intervenire con tagli più o meno significativi della partitura integrale. Sono venute così a mancare pagine corali di grande impatto, come il coro del primo atto o gli interventi d’insieme del secondo atto, sostituiti da un piccolo gruppo di ottimi cantanti e diversi passaggi del terzo atto, inclusa l’eliminazione di uno dei ballabili più belli dell’intera opera (la Ecossaise). Si è trattato di rinunce inevitabili, che però hanno lasciato un leggero senso di incompiutezza. Questo limite non ha comunque intaccato la qualità del lavoro, che ha avuto al centro l’obiettivo primario di offrire ai ragazzi un’occasione concreta di confronto con un capolavoro del teatro musicale.


A guidare l’esecuzione vi è stato l’unico “non allievo” della produzione, vale a dire il direttore Stanislav Kochanovsky, che ha messo la sua esperienza al servizio della compagine giovanile. La sua direzione, solida e chiara, ha garantito un sostegno costante agli interpreti, tenendo un saldo controllo delle dinamiche e gestendo in modo sapiente l’equilibrio tra orchestra e palcoscenico. Particolarmente riuscita è stata la scena della lettera, realizzata con un respiro narrativo ben calibrato. In alcuni momenti la lettura del maestro Kochanovsky non ha puntato alla ricerca di un pathos trascinante, ma ha mantenuto una misura elegante, ponendo in primo piano il suono dell’orchestra e la chiarezza del discorso musicale.


Nei panni del protagonista Anton Beliaev ha confermato con pieno merito l’assegnazione del Premio Yves Paternot 2025, il riconoscimento più prestigioso dell’Accademia. Ha dato vita a un Onegin dignitoso e composto, sfoggiando una linea vocale sorvegliata e un’intonazione impeccabile. La voce, non particolarmente scura per il ruolo, si è comunque rivelata potente e ben proiettata, sostenuta da una professionalità che fa intravedere a un futuro molto promettente.


Come Tatyana, Mira Alkhovik ha mostrato accuratezza nella costruzione del personaggio e precisione nelle intonazioni. Nella scena della lettera ha incontrato qualche lieve difficoltà nella zona acuta, ma ha saputo mantenere una solidità apprezzabile nel registro centrale, trasmettendo spontaneità e partecipazione interpretativa.


Fra le prove più brillanti vi è stata poi quella del tenore Giorgi Guliashvili nel ruolo di Lensky: la sua voce è chiara e luminosa, perfetta per il ruolo, sostenuta da una tecnica salda e da una maturità musicale già notevole. L’aria del secondo atto è stata uno dei vertici espressivi della serata, cantata con toccante intensità e grande controllo del fraseggio.


Sofia Anisimova, nel ruolo di Olga, ha infine messo in mostra una vocalità dal colore ambrato, ben timbrata e intonata, anche se in alcuni momenti la parte le ha lasciato meno spazio per emergere.


Ossian Huskinson, principe Gremin, ha saputo valorizzare la sua aria del terzo atto con un timbro caldo e avvolgente, un’intonazione impeccabile e un’interpretazione sobria, ma efficace.


Di ottimo livello sono state anche le parti di fianco: Lili Mo Browne (Filipyevna) e Annabel Kennedy (Larina) sono stati musicalmente appropriati, così come Hugo Brandy (Triquet), misurato e corretto, e Maksim Andreenkov (Zaretsky / Un capitano), puntuale nel ruolo.


Il piccolo gruppo vocale formato da Edward Birchinall, Tamara Bounazou, Katrina Paula Felsberga, Ellen Pearson, Maryam Wocial ha sostituito con efficacia il coro nelle sezioni del secondo atto, mostrando omogeneità e sicurezza.


La Verbier Festival Junior Orchestra è stata però la protagonista a pieno titolo della serata. Nonostante la giovane età dei musicisti, l’ensemble si è fatto apprezzare per un suono sorprendentemente compatto, preciso e già ricco di sfumature, caratterizzato da un’attenzione costante alla coesione interna e alla qualità del timbro. Gli archi hanno sfoggiato morbidezza e omogeneità, i legni hanno dato prova di sensibilità nei dialoghi con le voci, e gli ottoni, pur con qualche passaggio di difficile intonazione, hanno garantito una sonorità piena e ben controllata. In diversi momenti, la maturità dell’orchestra è sembrata andare ben oltre la media di altre compagini giovanili, a dimostrazione di un lavoro di preparazione meticoloso e di un’attenzione al dettaglio rara.


Questo Evgenij Onegin ha dimostrato, non solo l’altissimo livello dei giovani dell’Accademia, ma anche la capacità del Festival di dare loro una piattaforma vera, impegnativa e professionalmente stimolante. Una produzione che, pur con qualche inevitabile rinuncia, ha lasciato un’impressione di serietà, cura e potenzialità in crescita: qualità che, in fondo, sono il cuore stesso della missione di Verbier.


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