Elgar e Tchaikovsky • Petrenko
Londra, Royal Albert Hall. 2 Settembre 2026.
È ormai una consuetudine consolidata che, dopo avere inaugurato la stagione nella propria sede berlinese, i Berliner Philharmoniker intraprendano una tournée che li conduce, nelle ultime settimane dell’estate, in alcuni dei principali festival europei. È accaduto anche quest’anno: dopo Berlino, Salisburgo, Lucerna e Edimburgo, l’orchestra è approdata a Londra per i BBC Proms, ospitati come sempre nella monumentale e splendida cornice della Royal Albert Hall.
Pochi luoghi restituiscono con altrettanta immediatezza il carattere popolare, nel senso più nobile del termine, di una grande manifestazione musicale. Quasi seimila spettatori riempiono la sala, molti dei quali in piedi nella galleria e nell’ampia arena ovale che occupa il centro della platea; l’impressione, entrando, è quasi quella di trovarsi circondati dal pubblico. A questo si aggiungono l’architettura singolare della Royal Albert Hall e un’illuminazione continuamente cangiante, affidata a grandi proiettori a LED che modificano il colore della sala durante la serata. Ne deriva un’atmosfera lontana dalla ritualità talvolta compassata del concerto sinfonico. Il clima è quello di un festival autenticamente partecipato, con un entusiasmo che, per intensità, ricorda quello di un concerto rock. Vedere migliaia di persone affrontare lunghe file e affollare ogni ordine di posti per ascoltare un’orchestra sinfonica offre, del resto, un’immagine eloquente della vitalità della proposta culturale londinese.
Il programma scelto quest’anno dai Berliner Philharmoniker e dal maestro Kirill Petrenko è apparso, almeno sulla carta, insolitamente tradizionale: le Enigma Variations di Edward Elgar e la Quarta Sinfonia di Tchaikovsky. Una scelta quasi sorprendente per un direttore che, da quando ha assunto la guida dell’orchestra berlinese, ha frequentemente accostato i grandi capisaldi del repertorio a pagine contemporanee, spesso di compositori assai meno familiari al grande pubblico.
La serata si è aperta con il tema fondante delle Enigma Variations, presentato dal maestro Petrenko in un clima di raccolta malinconia, senza alcuna enfasi e con una sonorità trattenuta. Da quel nucleo iniziale si è sviluppata una lettura fondata soprattutto sulla contrapposizione fra due caratteri: da una parte l’energia ritmica, la rapidità e la vivacità timbrica, dall’altra parte la morbidezza del fraseggio e la leggerezza della linea.
Le variazioni IV, VII, XI e XIV sono state affrontate con tempi molto sostenuti. Il maestro Petrenko le ha condotte con una velocità talvolta vertiginosa, senza che il discorso perdesse tuttavia di chiarezza. Il suo gesto è rimasto costantemente nitido, essenziale ed eloquente: anche nei passaggi più concitati la conduzione non si è affidata all’impeto, ma a un controllo minuzioso delle entrate, degli accenti e degli equilibri interni. I Berliner hanno risposto con una compattezza impressionante, sviluppando un suono pieno, ma mai opaco, ricco di colori luminosi e perfettamente definito nelle sue componenti.
Le variazioni II, III, V, VIII e X hanno mostrato invece il versante più delicato della lettura. Il fraseggio si è fatto ampio e scorrevole, le dinamiche attentamente graduate e la sonorità più leggera, restituendo con naturalezza quella qualità insieme discreta, elegante e vagamente malinconica che appartiene in modo così riconoscibile alla scrittura particolarmente "British" di Elgar.
Altre variazioni sono invece risultate più interlocutorie e meno significative, tra cui soprattutto Nimrod, per la quale una certa prassi moderna sembra avere dimenticato la fondamentale lezione di Leonard Bernstein, ovvero quella di eseguirla lentissima, perché solo attraverso una simile dilatazione del tempo la melodia riesce ad acquistare un peso espressivo ulteriore e a toccare corde che la sua naturale bellezza, da sola, non sempre riesce a raggiungere. Con il maestro Petrenko è risultata intensa, ma non travolgente.
Di grande efficacia è stato invece il finale, nel quale la tensione accumulata si è liberata con notevole forza senza compromettere la trasparenza dell’orchestra. Nel complesso, le Enigma Variations hanno ricevuto un’esecuzione di livello eccellente, forse più convincente per precisione, varietà e brillantezza che per profondità emotiva.
La seconda parte del concerto ha avuto come protagonista la tormentata Quarta Sinfonia di Tchaikovsky, con la quale il maestro Petrenko ha completato, insieme ai Berliner Philharmoniker, il percorso attraverso le tre sinfonie tarde generalmente considerate il vertice della produzione sinfonica del compositore russo.
Il primo movimento ha mostrato immediatamente i tratti più riconoscibili della sua interpretazione. Il maestro Petrenko ha costruito una lettura estremamente tesa, fondata su contrasti incisivi fra le aperture liriche e le improvvise irruzioni del dramma. Molto curato il fraseggio degli archi, soprattutto nelle legature, sempre nitide e mai lasciate alla semplice espansione melodica. Travolgente il finale, condotto con grande energia e con un’orchestra costantemente compatta.
Nel secondo movimento il maestro Petrenko ha privilegiato la componente cantabile della scrittura. Il fraseggio è stato ampio, flessibile e intensamente melodico, facendo emergere con particolare evidenza il carattere russo del tema principale. Più che indulgere nella malinconia, il direttore ne ha sottolineato la semplicità, trasformandolo a tratti in una sorta di ninna nanna appena velata di inquietudine.
Lo Scherzo, costruito sul celebre gioco dei pizzicati, è risultato rapidissimo e di straordinaria fluidità. Il maestro Petrenko ha scolpito le articolazioni con indicazioni minime, ma estremamente precise: talvolta è bastato un movimento del capo o uno sguardo per determinare un attacco, un accento o un repentino mutamento di carattere. L’orchestra si è mostrata qui particolarmente compatta e reattiva.
Il movimento conclusivo è stato probabilmente il momento più spettacolare della serata. Il maestro Petrenko ne ha esaltato il carattere esplosivo, radiante, quasi abbagliante, senza tuttavia appiattirlo in una semplice successione di effetti sonori. Anche in questo caso l’interpretazione si è fondata su bruschi contrasti dinamici e agogici, ma il senso complessivo della lettura è sembrato orientato verso la luce e perfino il ritorno del motivo del destino non ha realmente oscurato una progressione che tendeva con decisione verso la liberazione finale. Le ultime pagine sono state lanciate a una velocità impressionante e hanno prodotto un effetto travolgente, sostenuto da un’orchestra capace di conservare compattezza anche nel massimo della pressione sonora.
Quella del maestro Petrenko è stata dunque una Quarta molto personale. Russa nel fraseggio, nella cantabilità e nella violenza di certi contrasti, ma mai algida. La sua idea di Tchaikovsky sembra rifuggire, tanto dalla monumentalità, quanto dall’abbandono sentimentale. È proprio in questo aspetto che si misura anche la distanza rispetto a un modello storico come quello di Karajan. Con il maestro Petrenko i Berliner possiedono oggi un’energia nuova, nervosa e mobilissima; manca però quella densità del suono, quella sontuosità degli archi e quella profondità della massa orchestrale che nelle grandi interpretazioni del maestro austriaco trasformavano la Quarta di Tchaikovsky in un edificio sonoro di eccezionale consistenza. Il confronto non serve a stabilire una graduatoria, quanto piuttosto a mettere in evidenza due concezioni radicalmente diverse dell’orchestra e forse anche due epoche orchestrali diverse.
I Berliner Philharmoniker hanno mostrato in effetti una fisionomia ormai chiaramente riconoscibile. Gli archi hanno fatto scorrere l’arco sulle corde con estrema fluidità, ottenendo un impasto omogeneo senza sacrificare la trasparenza delle singole parti. Trombe e tromboni hanno brillato per precisione e sicurezza degli attacchi; eccellente anche la sezione delle percussioni, sempre incisiva senza risultare invasiva. "Che giornataccia nera" (così direbbe Sir John Falstaff) per la sezione dei corni, protagonista invece di una serata insolitamente discontinua per gli standard dell’orchestra, forse anche a causa della difficile acustica della grande sala. Il suono è, però, risultato in diversi momenti troppo ruvido e poco rotondo, talvolta non perfettamente amalgamato fra i diversi strumenti; anche l’intonazione, generalmente sicura, ha conosciuto alcune evidenti imperfezioni.
Il concerto si è concluso fra applausi trionfali. Al termine della Quarta il pubblico della Royal Albert Hall è esploso in un autentico boato collettivo, più vicino per intensità a quello di uno stadio che alla consueta reazione di una sala da concerto. Una conclusione perfettamente coerente con l’atmosfera della serata e con gli esiti di un concerto complessivamente molto riuscito, nel quale il maestro Petrenko e i Berliner Philharmoniker hanno mostrato ancora una volta quanto la loro collaborazione abbia radicalmente trasformato il carattere dell’orchestra.




