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Der Ring ohne Worte • Trevino

  • Lorenzo Giovati
  • 43 minuti fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Parma, Auditorium Paganini. 16 Luglio 2026.

Come ogni anno, il Festival Toscanini si è concluso con il tradizionale concerto della Filarmonica Arturo Toscanini, abitualmente ospitato nella suggestiva cornice di piazza Duomo e, nelle ultime edizioni, dedicato quasi interamente alla musica di Richard Wagner e del Novecento tedesco. Questa volta, tuttavia, il caldo insostenibile che ha investito Parma, già duramente colpita nei giorni precedenti da un violentissimo nubifragio, ha costretto gli organizzatori a rinunciare alla scenografia naturale della Cattedrale di Santa Maria Assunta e a trasferire la serata all’Auditorium Paganini.


Il cambiamento di sede ha certamente sottratto al concerto una parte della sua consueta suggestione, ma ha finito per giovare non poco al programma proposto. Il Ring ohne Worte di Richard Wagner, infatti, necessita di una sala capace di accogliere e di restituire con sufficiente nitore la densità della scrittura orchestrale, le stratificazioni timbriche e il continuo intrecciarsi dei motivi conduttori che attraversano la Tetralogia. La grande quantità di dettagli disseminati nella partitura avrebbe verosimilmente sofferto molto di più in uno spazio aperto, nel quale la dispersione del suono avrebbe indebolito una materia musicale tanto complessa.


Il Ring ohne Worte è la sintesi sinfonica realizzata da Lorin Maazel a partire dai quattro drammi che compongono Der Ring des Nibelungen. Non si tratta di una semplice successione dei brani orchestrali più celebri, né di una raccolta di pagine autonome, ma del tentativo di condensare in un’unica arcata (senza pause, in puro stile wagneriano), priva di voci, il percorso narrativo e simbolico dell’intera Tetralogia: dalla nascita dell’oro nelle profondità del Reno alla catastrofe finale della Götterdämmerung. Il maestro Maazel ha costruito il lavoro servendosi esclusivamente della musica originale di Wagner, collegando tra loro episodi differenti e affidando all’orchestra il compito di evocare personaggi, azioni e significati che nel teatro musicale sono sostenuti anche dalla parola e dalla scena.


La sua elaborazione, della durata di poco più di un’ora, richiede dunque ben più di una brillante esecuzione dei singoli episodi. Occorre ricostruire, attraverso il solo suono, quella continuità organica che Wagner aveva immaginato come fondamento dell’intero ciclo. I Leitmotive, privati della parola poetica e del gesto teatrale, devono conservare la propria funzione drammatica, trasformarsi, richiamarsi a distanza e concorrere a delineare un’unica, ininterrotta parabola.


La partitura era già stata affrontata in passato da Robert Trevino, chiamato in questa occasione a guidare l’imponente complesso orchestrale riunito sul palcoscenico dell’Auditorium Paganini. Del direttore statunitense si sono riconosciute anche questa volta alcune delle qualità che più frequentemente caratterizzano le sue interpretazioni: l’eleganza e la chiarezza del gesto, la solidità della costruzione, la capacità di mantenere compatta l’orchestra e di imprimere alla musica una direzione coerente. Trevino ha governato con sicurezza l’articolata successione degli episodi e ha garantito alla serata una generale scorrevolezza, tenendo sotto controllo una macchina orchestrale di dimensioni considerevoli.


Molto, però, è mancato perché questa esecuzione potesse restituire la vera sostanza del lavoro. Il primo limite è consistito proprio nell’assenza di una concezione autenticamente unitaria. Il Ring è apparso spesso come una sequenza, pur ben organizzata, di motivi, di effetti e di grandi episodi orchestrali, anziché come una composizione attraversata da un’unica necessità drammatica. I Leitmotive sono emersi, ma raramente si sono caricati dei loro significati sottesi e della loro varietà espressiva. E’ venuta così meno quella rete di rimandi che, nella Tetralogia, fa del motivo conduttore una vera forma del pensiero musicale.

La lettura di Trevino è rimasta prevalentemente esteriore, attenta alla plasticità del suono e all’efficacia immediata dei contrasti, ma poco incline a interrogare le regioni più profonde della partitura. La musica ha proceduto con ordine e talvolta con energia, senza però raggiungere quella dimensione mitica e sacrale che appartiene al mondo wagneriano. Si è avvertita la presenza della musica di Wagner, ma molto meno quella della sua filosofia.


L’inizio del Rheingold, con il progressivo risvegliarsi della natura dalle profondità del mi bemolle maggiore, non ha acquisito il necessario senso di mistero. Quel suono primordiale, che dovrebbe sembrare generato prima ancora del ritmo e dell'armonia, si è sviluppato in maniera piuttosto ordinaria, senza che il Reno assumesse la consistenza fluida, oscura e quasi metafisica richiesta dalla pagina. Più efficace è risultato il successivo accumularsi delle forze orchestrali, così come ha prodotto un’impressione immediata l’ingresso delle incudini nella discesa verso Nibelheim. Anche in questo caso, però, l’effetto è rimasto prevalentemente materiale.


I grandi motivi della Walküre hanno trovato in Trevino un interprete certamente più a proprio agio. Il direttore ha esaltato la componente energica e spettacolare della scrittura, ottenendo una Cavalcata di immediata presa e modellando con gesto ampio le grandi espansioni sonore.


Più confusa è apparsa la sezione dedicata a Siegfried, nella quale i diversi episodi non sempre hanno trovato una chiara gerarchia espressiva. Proprio qui, tuttavia, si è raggiunto forse il momento più riuscito della serata, nella scena bucolica del secondo atto. Il raccoglimento della foresta ha consentito all’orchestra di alleggerire il suono e di ricercare una dimensione più rarefatta, mentre l’assolo del primo violino Michaela Costea ha introdotto una delicatezza che altrove erano spesso mancate.


Il Götterdämmerung, che occupa da sola oltre la metà della sintesi di Maazel, avrebbe dovuto costituire il vero approdo della costruzione. L’esecuzione non è riuscita a sostenere con continuità la crescente tensione di questa lunga sezione. I diversi episodi si sono succeduti senza sempre generare un autentico senso di necessità, con momenti di indubbio impatto sonoro alternati ad altri nei quali il discorso è sembrato perdere di intensità.


A rendere più evidenti questi limiti ha contribuito una prova faticosa della Filarmonica Arturo Toscanini. L’impegno profuso dall’orchestra è apparso evidente e merita di essere riconosciuto, ma la compagine non è sembrata possedere i mezzi tecnici e soprattutto le doti sonore necessari per dominare pienamente una partitura di tale portata. Il suono complessivo è risultato spesso poco profondo, privo di quella ricchezza di piani, di colori e di risonanze che costituisce una componente essenziale dell’orchestrazione wagneriana.


Nel Ring, anche in quello ohne worte (ridotto nella durata, ma non nell'orchestrazione) sono gli strumenti a rivelare ciò che i personaggi pensano, conoscono, non conoscono, a preannunciare le conseguenze delle loro azioni. Una simile funzione richiede una tavolozza timbrica vastissima, capace di passare dalla trasparenza quasi immateriale delle acque del Reno alla violenza metallica di Nibelheim, dalla luminosità eroica degli ottoni alla sensualità degli archi, fino alle sonorità morbide della catastrofe conclusiva. La Filarmonica Toscanini non è riuscita a restituire pienamente tale varietà, offrendo una gamma dinamica e timbrica piuttosto circoscritta.


I corni hanno prodotto nel complesso un suono educato e composto, ma non sempre sufficientemente saldo nell’intonazione e raramente dotato di quella nobiltà ampia e brunita che la scrittura richiede. I tromboni, pur capaci di sviluppare una notevole potenza, hanno mostrato un’emissione talvolta ruvida. Gli archi, dal canto loro, non hanno posseduto, né la necessaria voluminosità, né una particolare intensità espressiva.

A ciò si sono aggiunte alcune riduzioni dell’organico che, pur probabilmente motivate da ragioni pratiche, hanno ulteriormente impoverito l’impatto della partitura. Due arpe presenti, in luogo delle sei previste, quattro incudini impiegate al posto delle diciotto indicate.


La serata è risultata dunque per alcuni aspetti godibile, sostenuta da un impegno evidente e da una direzione professionale, solida e capace di garantire una discreta continuità. Il progetto, tuttavia, si è rivelato eccessivamente ambizioso rispetto ai mezzi effettivamente disponibili. Del Ring sono emersi i motivi, gli episodi più celebri e una parte della sua spettacolarità; sono rimaste invece in ombra la profondità filosofica, la tensione drammatica e la straordinaria capacità di trasformare il suono in mito.


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