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Wagner • Currentzis

  • Lorenzo Giovati
  • 20 minuti fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Modena, Teatro Comunale. 12 Febbraio 2026 / Firenze, Teatro del Maggio. 13 Febbraio 2026

È sempre un avvenimento quando Teodor Currentzis porta in Italia una delle sue due orchestre, musicAeterna o Utopia. In questa tournée ispano-italiana il direttore greco ha presentato musicAeterna in un programma di rara intensità: il Ring ohneWorte (L’anello senza parole) di Richard Wagner nell’arrangiamento di Lorin Maazel. Currentzis aveva già affrontato questa partitura con Utopia in una tournée nordeuropea; ma il ritorno al lavoro con la sua orchestra storica ha mutato sensibilmente la prospettiva interpretativa.


Concepito da Maazel nel 1987 insieme ai Berliner Philharmoniker, il Ring senza parole nasce dal tentativo di restituire la sostanza drammatica della tetralogia in forma puramente orchestrale: togliere la voce senza privare la narrazione della sua necessità teatrale. L’idea presuppone che il Ring possieda una propria autonomia sinfonica e che l’orchestra possa raccontarne vicenda e simboli attraverso la continua metamorfosi dei leitmotive. Per realizzare questa sintesi Maazel impose a sé stesso alcuni principi inderogabili: continuità cronologica dal Rheingold al Götterdämmerung, transizioni formalmente giustificabili secondo la grammatica wagneriana, integrazione delle linee vocali soltanto quando "doppiate" da almeno uno strumento in orchestra, e soprattutto assoluta fedeltà alla partitura: nessuna interpolazione di altri.


Una costruzione di tale complessità, non mette alla prova soltanto l’equilibrio dell’orchestra, ma la lucidità narrativa del direttore, chiamato a scolpire una drammaturgia priva di parola. Proprio in questo spazio Currentzis ha trovato una dimensione ideale: non la gestione della massa sonora, bensì la creazione di un racconto musicale.


I concerti italiani si sono tenuti a Brescia, Modena e Firenze; la presente recensione prende in esame Modena e Firenze, con alcune distinzioni, dal momento che l’idea interpretativa è rimasta invariata, ma le diverse dimensioni acustiche hanno rivelato aspetti differenti della medesima interpretazione.


Rispetto all’esperienza con Utopia, l’idea wagneriana di Currentzis è apparsa qui più incisiva, più muscolare, più dura. Con Utopia il direttore aveva costruito una visione ampia, levigata, morbida, quasi romantica nella continuità del respiro; con musicAeterna è ritornato invece il fuoco originario di quello che è stato definito il suo spirito ribelle: scatti improvvisi, contrasti radicali, dinamiche portate ai limiti estremi della scrittura, tensioni accumulate e rilasciate in modo quasi fisico. Il Reno ha assunto un moto liquido e ondulante, mai puramente descrittivo, ma vivo e pulsante. Il temporale iniziale della Walküre, con le note discendenti dei violoncelli rese staccatissime e violente, come una frattura improvvisa nello spazio sonoro, che poi tende ad impoverirsi fino ad un pianissimo impalpabile. La Cavalcata delle Valchirie travolge per energia cinetica e precisione ritmica; il colloquio fra Brünnhilde e Wotan si distende in una linea melodica che sembra sostituire la parola; Siegfried emerge eroico senza enfasi retorica, scolpito nel timbro; il Götterdämmerung vibra in una densità sonora progressivamente incendiaria, fino a una Marcia funebre di implacabile potenza e a un finale in cui i violini, tesi al limite della pressione sonora, raggiungono una commozione che nasce dalla purezza della melodia e dalla potenza dell'orchestra.


MusicAeterna ha offerto una prova di perfezione difficilmente descrivibile. Gli archi sono sembrati respirare fisicamente con il gesto del direttore, trasformando ogni minimo movimento in un’onda sonora visibile, prima ancora che udibile. I fiati hanno mantenuto una precisione chirurgica, mentre gli ottoni hanno raggiunto un equilibrio d’intonazione e di rotondità semplicemente ineguagliabile, sostenuti da percussioni presenti,ma mai invasive. Memorabile il corno fuori scena: lontano, ma nitidissimo, sospeso nello spazio acustico con una purezza irreale.


A Modena, nella dimensione più raccolta del Teatro Comunale Pavarotti-Freni, il suono è giunto diretto, tagliente, quasi straniante; la secchezza acustica ha permesso di percepire ogni incisione del cesello di Currentzis, ogni microtransizione, ogni impercettibile contrasto, scelta, ritocco, finezza. A Firenze la maggiore ampiezza del Teatro del Maggio ha attenuato alcuni particolari, ma ha restituito una fusione più ampia, una continuità timbrica che ha ampliato la prospettiva narrativa. Non si è trattatodi due interpretazioni differenti, ma di due prospettive sulla stessa architettura: analitica a Modena, organica a Firenze.


Difficile stabilire una superiorità fra le due serate, poiché il livello raggiunto dall’orchestra nelle mani del direttore ha sfiorato un grado di perfezione raramente eguagliabile. A Modena l’accoglienza è rimasta più misurata; a Firenze, città forse più preparata alle "stravaganze" del direttore (a partire dalla sua giacca smanicata), l’entusiasmo è stato travolgente.


Il risultato, in entrambe le occasioni, è apparso evidente: per settantacinque minuti il nome ha conciso con la sostanza: musicAeterna.


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