Messa da Requiem • Muti
- Lorenzo Giovati
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 5 min
Salisburgo, Grosses Festspielhaus. 18 Agosto 2026.
Il maestro Riccardo Muti intrattiene, come è noto, un rapporto molto privilegiato con i Wiener Philharmoniker, orchestra che dirige da oltre cinquant’anni e con la quale si è esibito nelle principali sale del mondo. Al Festival estivo di Salisburgo questo sodalizio ha trovato da tempo una delle proprie espressioni più riconoscibili nella serie di concerti che vengono di solito collocati in prossimità del giorno di Ferragosto, se non nel giorno medesimo. Il primo precedente del maestro Muti sul podio dei Wiener, avvenuto proprio il 15 agosto, risale al 1973. Negli anni successivi l’appuntamento si è riproposto con una certa alternanza, fino ad assumere una regolarità pressoché assoluta nel nuovo secolo. Dal 15 agosto 2005 al 15 agosto 2026, infatti, il maestro Muti ha diretto i Wiener Philharmoniker a Salisburgo ogni singolo Ferragosto, contribuendo a trasformare quella data in una vera e propria tradizione del Festival, oltre che in un evento attesissimo dal pubblico.
Nel 2026 questa consuetudine ha assunto un significato ancora più particolare. In programma vi è stata la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, uno dei titoli maggiormente legati alla lunghissima carriera del direttore napoletano e già affrontato con i Wiener a Salisburgo, da ultimo nell’anno 2019. Le tre esecuzioni del 15, 16 e 18 agosto sono state inoltre accompagnate dalla notizia, ripresa dalla stampa internazionale, che il maestro Muti avrebbe deciso di congedarsi proprio con queste serate da una partitura frequentata innumerevoli volte nell’arco della sua carriera. La terza esecuzione, quella del 18 agosto, ha assunto dunque inevitabilmente il valore di un congedo: forse l’ultima occasione per ascoltare uno dei massimi interpreti verdiani del nostro tempo affrontare un titolo che annoverava tra i propri più riconoscibili cavalli di battaglia.
Un concerto, pertanto, dal valore storico difficilmente trascurabile, ulteriore testimonianza di una carriera che da oltre mezzo secolo occupa una meritatissima posizione di assoluto rilievo sulla scena musicale internazionale. Non sarebbe però rispettoso affermare che all’emozione prodotta dal significato dell’evento abbia corrisposto, nella stessa misura, una pari emozione suscitata dall’esecuzione.
Il maestro Muti ha affrontato la partitura con quel consumato possesso dell’arte direttoriale che gli ha consentito, ancora una volta, di ottenere moltissimo dalle straordinarie masse orchestrali e corali viennesi. Ciò che però è parso mancare, come si era in parte colto anche nelle sue precedenti recenti esibizioni di Parigi e di Londra nel medesimo titolo, è stato un equivalente rinnovamento interpretativo. La lettura è sembrata spesso concentrata sulla superficie sonora, sulla qualità e sulla potenza degli effetti, meno sulla dimensione misteriosa, spirituale e profondamente inquieta che attraversa la Messa da Requiem. L’impressione complessiva è stata quella di un’esecuzione nella quale la personalità del direttore e la sua lunga storia con questa musica abbiano finito per occupare uno spazio maggiore della musica stessa.
Fin dalle prime battute, la direzione del maestro Muti si è rivelata non particolarmente incline al raccoglimento. La lettura ha privilegiato una concezione fortemente teatrale del Requiem, valorizzando soprattutto le grandi contrapposizioni dinamiche e la straordinaria potenza sonora che la partitura esprime. È una prospettiva che può naturalmente trovare una propria legittimità nella scrittura verdiana, ma che in questa occasione non è stata sufficientemente controbilanciata dalla ricerca del mistero, della solennità e della spiritualità del capolavoro verdiano. Il Dies irae e il Tuba mirum hanno costituito gli esempi più evidenti. Il maestro Muti ha saputo sfruttare magnificamente la pasta sonora dei Wiener Philharmoniker, ottenendo masse compatte, impressionanti esplosioni orchestrali e una straordinaria forza d’impatto. Gli effetti sono stati costruiti con maestria indiscutibile e hanno prodotto un risultato sonoro di grande immediatezza. Proprio la loro efficacia ha però evidenziato ciò che è mancato fra un’esplosione e l’altra: le sfumature, i silenzi e la tensione che dovrebbe nascere prima ancora del suono. La prima parte della Messa ha così raggiunto raramente autentiche vette emotive. Vi sono stati momenti di grande effetto, ma assai meno frequentemente momenti di autentico raccoglimento e di non resistibile coinvolgimento. La tensione non si è accumulata con continuità e persino la lunga traiettoria che conduce alla pausa precedente il Domine Jesu Christe non ha prodotto quella sensazione di progressiva immersione e sospensione che la partitura può generare. Nella seconda parte il limite non è stato superato: la lettura ha continuato a procedere attraverso una sapiente successione di episodi sonori, senza però penetrare fino in fondo la dimensione più inquieta e spirituale dell’opera.
Ne è scaturito Un Requiem costruito con grande sapienza sulla superficie sonora, ma nel quale è mancato qualcosa nella profondità del suono stesso.
Tale esito è stata accentuato da un quartetto vocale complessivamente non eccelso, certamente comunque non all’altezza, né dell’eccezionalità dell’occasione, né delle forze orchestrali e corali che erano schierate. La modesta personalità vocale del quartetto nel suo complesso ha così finito per rendere ancora più dominante la presenza del direttore, accentuando quella centralità del maestro Muti già suggerita dall’intera cornice dell’evento, ma penalizzando la restituzione complessiva della partitura.
Particolarmente deludente è risultata Marianne Crebassa. Il mezzosoprano ha offerto una prova vocalmente piuttosto incolore, segnata da un vibrato molto evidente e soprattutto da una scarsissima attenzione alla parola e al suo senso musicale. È stata proprio quest’ultima carenza ad apparire particolarmente problematica in una parte per cui Verdi attribuiva all’espressione un’importanza ben superiore rispetto alle difficoltà puramente vocali. Scrivendo a Maria Waldmann a proposito del Liber scriptus, il compositore ricordava infatti come vi fossero «delle intenzioni su cui bisogna pensare» e nella Crebassa queste intenzioni non si sono colte.
Ancora meno convincente è risultato Maharram Huseynov. Il basso ha mantenuto un’intonazione corretta, ma non ha mai messo a disposizione del suo canto, né il colore, né il volume, né soprattutto la solennità vocale necessaria a dare autentico peso ai suoi interventi.
Migliore è stata Iwona Sobotka nella parte del soprano. La cantante ha potuto contare su una bella voce, ben proiettata e complessivamente precisa nell’intonazione, che le ha consentito di affrontare con sicurezza anche i passaggi più esposti della scrittura. Anche nella sua prova, tuttavia, è mancata una ricerca attenta sulla parola e sulle morbidezze del fraseggio. L’esecuzione è rimasta dunque corretta e vocalmente apprezzabile, ma mai particolarmente significativa.
Il più convincente del quartetto è stato certamente il tenore Michael Spyres. La voce, robusta e spesso piuttosto chiara, ha conservato una buona presenza e una maggiore capacità di articolare musicalmente la parte. Non sempre, tuttavia, il timbro è apparso perfettamente definito e negli acuti sono mancate talvolta quella luminosità e quella proiezione che avrebbero consentito alla linea di canto di emergere con maggiore naturalezza. Anche da parte sua, quindi, vi è stata una prova professionale e apprezzabile, ma certamente non da ricordare.
Le componenti migliori della serata sono state indubbiamente le masse orchestrali e corali.
I Wiener Philharmoniker hanno sfoggiato il loro consueto suono rotondo, elegante e sontuoso, al tempo stesso duttile e capace di assumere colori profondamente differenti. Anche quando la direzione non ne ha sfruttato pienamente tutte le possibilità espressive, l’orchestra ha mostrato un livello tecnico e sonoro sempre straordinario. Il maestro Muti ha valorizzato soprattutto le componenti più spettacolari dell’organico. I tromboni e il cimbasso hanno prodotto sonorità profonde e imponenti, talvolta spinte fino a un volume estremo; le trombe hanno conservato una luminosità penetrante e una precisione eccellente, mentre i timpani sono stati semplicemente straordinari per potenza, compattezza e nettezza degli interventi.
Eccellente è stato anche il Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor, preparato da Ernst Raffelsberger, compatto, preciso e molto duttile. Il maestro Muti ne ha valorizzato soprattutto la solidità e la potenza, mantenendo però una presenza sonora piuttosto consistente anche nei passaggi che avrebbero beneficiato di maggiore morbidezza e rarefazione. Una prova corale, comunque, di altissimo livello.
Se davvero quella del 18 agosto 2026 resterà l’ultima Messa da Requiem diretta da Riccardo Muti, si sarà chiuso a Salisburgo un capitolo fondamentale della storia interpretativa recente di quest’opera. Vi è da augurarsi che così non sia perché certamente il grande maestro, soprattutto se supportato da una compagine canora maggiormente all’altezza, può lasciarne ancora più indelebili testimonianze.




