Werther • Altinoglu
- Lorenzo Giovati
- 11 ago
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Salisburgo, Großer Festspielhaus. 29 Luglio 2026.
Tra i primi appuntamenti operistici del Festival Estivo di Salisburgo 2026 ha trovato posto il Werther di Jules Massenet, presentato in forma di concerto al Großes Festspielhaus. L’esecuzione ha segnato il debutto al Festival dell’Orchestre symphonique de la Monnaie di Bruxelles, giunta a Salisburgo insieme al proprio direttore musicale Alain Altinoglu.
La forma concertante, lungi dal limitare la forza teatrale dell’opera, ha consentito di concentrare l’attenzione sulla raffinatissima scrittura di Massenet e sulla progressiva disgregazione interiore dei protagonisti. Ne è derivata una serata di livello complessivamente eccellente, sostenuta da un cast ben amalgamato, sebbene caratterizzato da una netta prevalenza, tanto vocale, quanto interpretativa, delle voci maschili su quelle femminili, pur entrambe meritevoli.
Su tutti ha naturalmente trionfato Benjamin Bernheim, che ha offerto nella parte di Werther una delle migliori interpretazioni che oggi si possono ascoltare. Il ruolo, già affrontato anche al Teatro alla Scala, è apparso pienamente congeniale alle caratteristiche vocali del tenore francese, capace di governarne con assoluta naturalezza, tanto l’ampia estensione, quanto le numerose insidie espressive. La voce, di pasta pregiata, è risultata ampia, omogenea e sorretta da un’emissione sempre elegante. Bernheim ha dimostrato di disporre di mezzi considerevoli, senza tuttavia ostentarli, né trasformare Werther in un’esibizione di efficienza vocale. Ha saputo alleggerire e sfumare il suono nei momenti più raccolti, conservando morbidezza e duttilità nel fraseggio, per poi liberare tutta la consistenza dello strumento soltanto nei vertici drammatici della partitura. Anche nei passaggi maggiormente sollecitati, la voce non ha mai perso qualità, né nobiltà, rimanendo saldamente governata da una tecnica sicura e da una notevole intelligenza musicale. Altrettanto ammirevole è risultata la costruzione del personaggio. Bernheim ha delineato un Werther dolente e tormentato, ma mai enfatico o compiaciuto della propria sofferenza. La disperazione è emersa attraverso una progressiva alterazione del fraseggio, una sapiente varietà dinamica e una continua attenzione alla parola. Il celeberrimo «Pourquoi me réveiller» ha rappresentato il culmine della sua prova e le prolungate ovazioni del pubblico hanno convinto Bernheim a concederne il bis, accolto da un entusiasmo ancora maggiore.
Accanto a lui, Andrey Zhilikhovsky ha composto un Albert autorevole e vocalmente ben definito. La voce scura, saldamente impostata e sostenuta da una linea di canto distesa gli ha consentito di conferire al personaggio una severità efficace, senza ridurlo a un semplice antagonista. Il baritono ha restituito con sobrietà la fermezza e il progressivo irrigidimento di Albert, mantenendo una presenza scenica controllata e una notevole compostezza vocale.
Manuel Winckhler ha delineato un Bailli solido e partecipe, sostenuto da una voce ben proiettata e da una dizione nitida. Il cantante ha conferito al personaggio la necessaria autorevolezza paterna.
Particolarmente affiatati sono apparsi Tomislav Jukić e Andrew Moore, rispettivamente Schmidt e Johann. I due interpreti hanno affrontato i loro interventi con vivacità, precisione e un’efficace intesa teatrale, introducendo le necessarie parentesi di leggerezza senza scadere in una comicità eccessivamente marcata.
Corretti e ben inseriti nel complesso sono risultati anche Jack Lee e Hanna Park nelle brevi parti di Brühlmann e Käthchen.
Il fronte femminile si è attestato su un livello indubbiamente buono, pur senza raggiungere la medesima profondità vocale e interpretativa degli interpreti maschili.
Adèle Charvet ha portato in scena una Charlotte vocalmente inappuntabile, sostenuta da un timbro caldo, avvolgente e piacevolmente ambrato. L’emissione è apparsa omogenea nei diversi registri e la linea di canto si è dispiegata con professionalità e accurato controllo. La cantante ha restituito il tormento di Charlotte secondo una prospettiva misurata e intimamente raccolta, evitando cedimenti sentimentali e conservando una costante sobrietà espressiva. La sua interpretazione, sempre elegante e musicalmente corretta, non ha tuttavia raggiunto la forza psicologica, né la complessità del Werther di Bernheim. È rimasta, in ogni caso, una prova di indubbio valore, sorretta da una voce gradevole e da una solida consapevolezza stilistica.
Sandra Hamaoui ha firmato invece una Sophie delicata, luminosa ed elegante. Il soprano ha affrontato la parte con freschezza e precisione, senza trasformarne la giovinezza in leziosità. La voce, chiara e ben proiettata, ha trovato particolare risalto nei passaggi più brillanti.
Sul podio, il maestro Alain Altinoglu ha offerto una direzione veramente eccellente. La sua lettura si è distinta per la capacità di coniugare tensione drammatica e raffinatezza timbrica, senza ridurre la partitura a una successione di effetti o indulgere in un sentimentalismo di maniera. Il maestro Altinoglu ha costruito l’opera attraverso un arco narrativo saldo e attentamente graduato, facendo emergere con chiarezza la crescente inquietudine che si insinua sotto l’apparente serenità dei primi due atti e che conduce alla tragedia conclusiva. La direzione è risultata vibrante, ma mai concitata; intensa, senza diventare pesante. Il maestro Altinoglu ha curato con particolare attenzione la flessibilità del fraseggio e la qualità dei colori, restituendo alla scrittura di Massenet trasparenza e mobilità agogica che ne definiscono l’inconfondibile carattere francese.
L’Orchestre symphonique de la Monnaie ha risposto con evidente professionalità e con una notevole compattezza d’insieme. Gli archi hanno mostrato un suono luminoso e omogeneo, capace di distendersi nelle grandi frasi liriche e di acquistare maggiore densità nei momenti di più accesa tensione. Precisi e ben caratterizzati sono risultati i legni, fondamentali nella definizione della tavolozza malinconica e invernale dell’opera, mentre gli ottoni hanno conservato sicurezza e misura anche nei passaggi più esposti.
Eccellente è risultata infine la prova del Salzburger Festspiele und Theater Kinderchor. Le voci bianche hanno cantato con vivacità, compattezza e notevole precisione, affrontando con naturalezza i loro interventi e restituendo efficacemente il contrasto, centrale nell’opera, tra l’innocenza del canto natalizio e la tragedia che si consuma sulla scena.
Ne è scaturito un Werther di livello altissimo, musicalmente curato e sorretto da una direzione di grande sensibilità.




