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Sadikova e Stravinsky • Nagano

  • Lorenzo Giovati
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Parma, Auditorium Paganini. 31 Maggio 2026.

L'ultimo appuntamento nella cinquantesima stagione della Filarmonica Arturo Toscanini di Parma, il concerto diretto dal maestro Kent Nagano è stato, in un certo senso, un ritorno al punto di partenza. Si è trattato infatti del terzo e ultimo appuntamento stagionale con il direttore, che proprio dalla stagione corrente ha assunto il ruolo di Principal Artistic Partner dell’orchestra emiliana. Un incarico che è stato prolungato anche per la prossima stagione, nella quale Nagano sarà nuovamente protagonista di alcuni programmi di sicuro interesse, e che in questi mesi lo ha visto impegnato in tre serate molto diverse tra loro, da Beethoven a Stravinsky, passando per la Resurrezione di Gustav Mahler.


Per rendere ancora più significativa la chiusura della stagione, si è assistito anche a un vero e proprio incontro tra due compagini orchestrali. La Filarmonica Toscanini è stata infatti affiancata dall’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, in una collaborazione numericamente importante, ma anche ben organizzata sul piano musicale. Interessante, in questo senso, è stata anche la suddivisione dei ruoli interni: nella prima parte il ruolo di primo violino è stato affidato alla spalla della Haydn, mentre nella seconda parte è passato alla spalla della Toscanini. Il risultato complessivo è stato eccellente, non soltanto per la qualità del suono, ma soprattutto per la coesione raggiunta da due orchestre chiamate a fondersi in un unico organismo.


Il pomeriggio domenicale si è aperto con il Concerto per violino e orchestra "Stradivari" di Aziza Sadikova, compositrice uzbeka alla quale è stata commissionata una nuova partitura per l’occasione. La musica contemporanea incontra spesso una certa diffidenza da parte del pubblico. In questo caso, però, il brano ha avuto il pregio di costruire un mondo sonoro accessibile senza risultare banale, raffinato nella trasparenza dell’orchestrazione e capace di mantenere viva l’attenzione senza forzare l’ascoltatore entro percorsi eccessivamente astrusi. Non tutto, tuttavia, è apparso ugualmente necessario. In alcuni passaggi è rimasta l’impressione di una certa sovrabbondanza di idee, come se la ricchezza della scrittura orchestrale tendesse talvolta ad accumulare materiali più che a farli convergere in modo davvero necessario. Il confronto con la successiva Sagra della primavera è stato, da questo punto di vista, significativo: in Stravinsky anche il caos più violento, una volta scomposto nella mente dell’ascoltatore, rivela una logica ferrea, in cui ogni nota sembra avere una precisa funzione nel disegno complessivo. Nel concerto della Sadikova, invece, qualche intervento strumentale ha dato talvolta la sensazione di poter essere alleggerito. Rimane comunque un brano piacevole, interessante, ben scritto in diversi momenti e sorretto da un gusto timbrico tutt’altro che banale.

Solista è stata Rebekka Hartmann, dedicataria del concerto, che porta il titolo Stradivari proprio dal violino da lei suonato. La violinista ha offerto una prova di grande tecnica e precisione, mostrando un controllo sicuro dello strumento e una notevole capacità di attraversare i diversi caratteri della partitura. Ne è uscita un’interpretazione solida, partecipe, tecnicamente molto sorvegliata.


Come bis, Hartmann ha proposto dapprima un brano di Tartini con gli archi dell’orchestra, poi il Preludio dalla Partita n. 3 di Bach.


La seconda parte del concerto è stata dedicata alla Sagra della primavera di Igor Stravinsky, partitura imprescindibile del Novecento e ancora oggi di fascino intatto. Il maestro Nagano ne ha restituito una lettura di grande solidità, molto ben realizzata, non necessariamente sorprendente sul piano interpretativo, ma estremamente convincente per equilibrio, precisione e tenuta complessiva. Non è stata una Sagra tesa a stupire o a proporre una visione radicalmente nuova; è stata piuttosto una lettura costruita con intelligenza, nella quale ogni episodio ha avuto i tempi giusti, i colori giusti e una resa sonora pienamente efficace. Il gesto del maestro Nagano è apparso sempre chiaro, preciso, funzionale. L’orchestra ha risposto con assoluta prontezza, seguendo una concertazione molto ritmata, luminosa, mai appesantita. La componente violenta della partitura non è stata esasperata, ma controllata dentro una struttura limpida. Ne è nata una Sagra non sbalorditiva, ma alla quale non è mancato nulla: solida, bella, godibile, ritmata, fluida e condotta con piena consapevolezza.


Le due orchestre hanno suonato molto bene. Nel brano della Sadikova, la sezione delle percussioni si è destreggiata con sicurezza in una scrittura tutt’altro che semplice. Nella Sagra della primavera, invece, si è raggiunto un livello di coesione davvero notevole. In un ambiente acustico come l’Auditorium Paganini, che non sempre restituisce all’ascoltatore un suono pienamente generoso, la presenza di un organico così ampio si è rivelata particolarmente felice. Spesso, quando la massa orchestrale non è sufficientemente corposa, il suono tende a perdere consistenza, arrivando in sala poco incisivo, talvolta persino confuso nella sua scarsa definizione. In questo caso, invece, la compattezza prodotta dall’incontro tra le due orchestre e il numero consistente di professori sul palco hanno dato alla Sagra una sonorità piena, ricca, ben proiettata, capace di conservare chiarezza senza rinunciare al peso e alla forza d’urto richiesti dalla partitura. Gli archi hanno avuto corpo e compattezza, le percussioni sono state precisissime, gli ottoni hanno offerto un suono saldo e ben proiettato, i fiati si sono distinti per precisione e presenza. L’aspetto più convincente, però, è stato proprio l’equilibrio generale: nessuna sezione ha prevalso in modo disordinato sulle altre, e la complessità della scrittura è stata resa con una chiarezza che ha favorito l’ascolto.


Il gemellaggio tra la Filarmonica Toscanini e l’Orchestra Haydn si è dunque rivelato pienamente fruttuoso. Il concerto ha chiuso la stagione in modo molto convincente, con un programma ben costruito e con una seconda parte particolarmente riuscita. Forse, tra i tre appuntamenti parmigiani del maestro Nagano, questo è stato il migliore: non il più ambizioso in senso assoluto, ma certamente il più solido e il più felicemente realizzato.


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