Mahler Sinfonia 2 • Nagano
- Lorenzo Giovati
- 12 minuti fa
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Parma, Auditorium Paganini. 5 Febbraio 2026.
Lo scorso novembre la Filarmonica Toscanini di Parma aveva salutato la sua cinquantesima stagione annunciando la nomina del mastro Kent Nagano quale nuovo Principal Artistic Partner. Un debutto accolto con favore, suggellato da un concerto raffinato e ben diretto tra Berio, Mozart e Beethoven, che ha lasciato intravedere un percorso artistico di respiro internazionale e ha preparato l’attesa per i successivi appuntamenti con il direttore americano. Il secondo concerto di Nagano, per programma e ambizioni, era senza dubbio il più atteso: una Seconda Sinfonia di Mahler proposta in un Auditorium Paganini completamente esaurito, impreziosito dalla presenza di numerosi volti noti, fra cui quello della indimenticabile Raina Kabaivanska.
Mahler, autore raramente frequentato a Parma fino a pochi anni fa, sembra tuttavia aver trovato nella Filarmonica Toscanini un terreno sempre più fertile: in appena due stagioni l’orchestra ha affrontato già tre sinfonie mahleriane, a segno di una progettualità chiara e di una coraggiosa volontà di misurarsi con uno dei vertici più ardui del sinfonismo tardo-romantico. Proprio per questo, l’esecuzione della “Resurrezione” suscitava aspettative particolarmente alte, in parte però disattese nel corso della serata.
Fin dal primo movimento, l’impostazione del maestro Nagano è apparsa orientata più a una visione controllata e uniforme della partitura che a una reale esplorazione della sua insita drammaticità. L’approccio, che è apparso spesso metronomico, ha sacrificato quella tensione interna che dovrebbe invece alimentare l’intero arco del movimento. L’attacco stesso, con il tremolio delle viole, non è riuscito a sprigionare la necessaria elettricità, rapidamente smorzata dall’ingresso degli archi gravi, privo anch’essa di quell’urgenza espressiva che rende memorabile l’inizio della sinfonia.
Il secondo movimento ha offerto una cantabilità più morbida e distesa, nel complesso piacevole, ma non priva di limiti. Gli archi della Filarmonica Toscanini, pur corretti, hanno mostrato una certa difficoltà nel sostenere i pianissimi più rarefatti: i momenti eterei e sospesi si sono così tradotti in dinamiche intermedie, ben eseguite, ma lontane dalla fragile leggerezza e dalla trasparenza raccolta richieste da Mahler.
Nel terzo movimento il tempo scelto è parso sostanzialmente in continuità con quelli precedenti, contribuendo a una sensazione di eccessiva uniformità agogica. Sono mancati soprattutto i passaggi più vorticosi e corrosivi che dovrebbero animare la pagina, e che qui, pur in un’esecuzione ordinata, sono rimasti in superficie, senza un vero lavoro di scavo timbrico, né una chiara messa in rilievo delle singole voci strumentali all’interno della complessa trama orchestrale.
Il quarto movimento, “Urlicht”, non ha nemmeno lui segnato una reale cesura rispetto a quanto ascoltato prima. Il tempo, ancora una volta sostenuto, non ha favorito la creazione di un’atmosfera autenticamente raccolta e contemplativa. In questo contesto si è comunque distinta la voce del mezzosoprano Christina Bock, dal timbro bello, rotondo e appropriato, capace di offrire un canto musicalmente saldo e stilisticamente coerente, sebbene inserito in una cornice espressiva poco dilatata.
Nel vasto affresco del quinto movimento il maestro Nagano è tornato a privilegiare una visione d’insieme, rinunciando in larga misura a slanci emotivi più marcati e a un lavoro di cesello sui dettagli e sulle sonorità. Buona la prova del soprano Jane Archibald. L’impressione generale è stata quella di una costruzione accurata, ma trattenuta, più attenta all’equilibrio formale che alla tensione escatologica e alla vertigine emotiva che costituiscono il cuore della sinfonia.
Ne è derivata una lettura complessivamente diligente, corretta e ben tenuta sul piano strutturale, ma emotivamente poco empatica e non sempre aderente alla vastissima tavolozza dinamica ed espressiva immaginata da Mahler.
La Filarmonica Toscanini ha comunque affrontato con impegno una partitura di estrema complessità. Nel primo movimento si sono avvertiti talvolta lievi ritardi tra le sezioni; gli ottoni non sempre hanno brillato per intonazione, pur offrendo nel complesso una prova solida. Ottime le percussioni. Gli archi, corretti, hanno mostrato però qualche limite nei grandi assiemi, dove al suono compatto si è talora sostituito un generico sfregamento d’arco, con una perdita di definizione delle singole linee e un volume non particolarmente corposo.
Il concerto, accolto con grande favore da un pubblico numeroso e caloroso, si è così confermato come un importante evento cittadino, pur lasciando alcune perplessità sulle scelte – o, forse, sulle mancate scelte – interpretative del maestro Nagano, in una sinfonia che difficilmente tollera un coinvolgimento emotivo solo parziale.












