Recital Rebeka
- Lorenzo Giovati
- 2 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Milano, Teatro alla Scala. 9 Marzo 2026.
Dopo un mastodontico Ring di Richard Wagner, Marina Rebeka ha riportato al Teatro alla Scala leggerezza e varietà di repertorio tra neoclassicismo e classicismo in un concerto particolare e curato, il cui esito è stato trionfale. Il programma, di concezione raffinata, ha accostato il classicismo per quartetto d’archi al tragico lirico fra Sette e primo Ottocento e ha trovato nella cantante un baricentro interpretativo saldo, capace di restituire profondità interpretativa e correttezza stilistica. L'accompagnamento del soprano è stato garantito con solidità dal Quartetto d'Archi del Teatro alla Scala, presenza insolita in un recital, ma non per questo meno pregevole.
Ad aprire la serata, il Quartettsatz in do minore D703 di Franz Schubert, affidato al solo quartetto, ha imposto subito un clima teso, ma ben controllato, giocato su contrasti netti e su una compattezza sonora convincente. E’ seguita “Vous voyez de vosfils la mère infortunée” dalla Médée di Luigi Cherubini, in cui laRebeka ha messo in evidenza una linea sempre ben sostenuta e una dizione nitida, privilegiando la qualità del fraseggio.
Con “Il va venir” dalla Phèdre di Jean-Baptiste Lemoyne, la cantante ha mantenuto un controllo saldo dell’emissione, restituendo con misura la tensione della pagina. L’Andante dal Quartetto K157 di Wolfgang Amadeus Mozart ha riportato poi l'attenzione sulla qualità del Quartetto del Teatro alla Scala.
In “Jeunes filles” dall’Anacréon di Cherubini, la Rebeka ha mostrato un'ottima duttilità, alleggerendo il canto senza perdere diprecisione. Più raccolta e introspettiva la scena “Non, ce n’est plus pour moi” dalla Didon di Niccolò Piccinni, condotta con attenzione alle sfumature e alle dinamiche. “Divinités du Styx” dall’Alceste di Christoph Willibald Gluck ha rappresentato uno dei momenti più solidi della serata. Qui la cantante ha trovato un equilibrio convincente tra accento tragico e controllo tecnico, senza mai forzare il suono. L’Allegro dal Quartetto op. 18 n. 4 di Ludwig van Beethoven ha quindi riportato energia e incisività, con un’esecuzione precisa e ben articolata.
“Tout que je laisse sur la terre” dalla Vestale di Gaspare Spontini ha evidenziato ancora una volta la cura del fraseggio e la sicurezza nell’intonazione, elementi costanti lungo tutta la serata. Più lirico e disteso il brano da La Mort d’Adam di Jean-François Le Sueur, affrontato con linearità e musicalità. Il Vivace dal Quartetto op. 64 n. 5 di Joseph Haydn ha chiuso la parte strumentale con brillantezza e buon equilibrio tra le parti. L’ultimo brano, ancora dalla Vestale di Spontini, “Toi que j’implore avec effroi… Impitoyables dieux”, è risultato particolarmente carico di tensione: qui la Rebeka ha intensificato l’accento senza perdere il controllo, sostenendo con efficacia l’arco drammatico della scena.
I tre bis hanno coronato la serata con scelte tutt’altro che accessorie: “O des infortunés, déesse tutelaire” ancora dalla Vestale di Gaspare Spontini, “D’Oreste, d’Ajace ho in seno i tormenti” da Idomeneo, re di Creta di Wolfgang Amadeus Mozart e, infine, l’“Ave Maria” dall’Otello di Giuseppe Verdi. Proprio quest’ultima pagina è risultata splendida per intensità e raccoglimento. La Rebeka ha saputo evidenziare la linea con semplicità e controllo, trovando un equilibrio particolarmente felice tra purezza del suono e intenzione espressiva.
Il Quartetto d'Archi del Teatro alla Scala, composto da Francesco Manara, Daniele Pascoletti (Violini), Simonide Braconi (Viola) e Massimo Polidori (Violoncello), ha sostenuto l’intero programma con precisione e con coerenza stilistica, dimostrando una buona capacità di adattamento a un repertorio non abituale. Pur nella consapevolezza che l’accompagnamento pianistico resta un riferimento difficilmente eguagliabile, l’esito è stato convincente. Un sostegno sempre puntuale, capace di valorizzare la trasparenza della scrittura e di dialogare con la voce senza sovraccaricarla.
Marina Rebeka ha confermato di possedere una qualità di canto da grande interprete: solidità tecnica, cura del fraseggio e affidabilità nell’intonazione, unite a un timbro particolarmente seducente e una notevole consapevolezza stilistica. Un percorso coerente, condotto senza eccessi ma con pieno controllo dei mezzi, che il pubblico ha dimostrato di aver apprezzato con calore e partecipazione.










