Recital Netrebko e Tezier
- Lorenzo Giovati
- 1 giorno fa
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Busseto, Teatro Verdi. 1 Maggio 2026.
Un recital che farebbe invidia ai più importanti teatri del mondo è andato in scena al minuscolo Teatro Verdi di Busseto, in occasione del 125° anniversario della morte di Giuseppe Verdi. Un evento coraggioso e di altissimo livello, che ha visto protagonisti la straordinaria Anna Netrebko, impegnata in quei giorni nelle prove di Nabucodonosor al Teatro alla Scala, e Ludovic Tézier, sopraggiunto all’ultimo minuto con ammirevole generosità in sostituzione del previsto Luca Salsi, anch’egli impegnato a Milano, ma costretto al forfait per motivi di salute. Ad accompagnarli al pianoforte è stato l’eccellente maestro Nelson Calzi, che per l’occasione ha suonato uno Steinway & Sons, matricola D 609922, lo stesso strumento adoperato dal maestro Maurizio Pollini nel suo ultimo concerto ad Amburgo.
La serata si è aperta con una breve cerimonia nella piazza antistante il teatro, dove è stata posta una pietra dedicata ad Anna Netrebko. È stato un primo gesto di accoglienza da parte di Busseto e del suo pubblico verso una diva che, con un sorridente e risoluto “Andiamo!”, ha poi esortato gli spettatori a entrare in sala.
Il programma del concerto, ripartito quasi equamente tra i due artisti, ha presentato una netta prevalenza di arie e di scene provenienti dalla cosiddetta trilogia popolare, con pagine tratte da Rigoletto, Il trovatore e La traviata, a cui si sono aggiunte alcune incursioni in Un ballo in maschera e in Macbeth, oltre a una sorpresa nei bis. Ne è risultato un itinerario verdiano di forte coerenza teatrale, costruito, non come una semplice successione di pezzi celebri, ma come un attraversamento di alcuni snodi capitali della drammaturgia del compositore delle Roncole.
L’inizio, affidato a una delle grandi scene dell’opera lirica, ha dato subito la misura della serata. Il duetto tra Violetta e Germont da La traviata è stato eseguito splendidamente, con profondità e con pieno senso della drammaticità dell’opera. Il fraseggio scolpito, le pause perfettamente soppesate, l’arte di porgere la parola e di farla nascere dal respiro della musica hanno costruito un momento di struggente intensità e di eccellente credibilità teatrale. Il confronto fra i due personaggi ha preso corpo con una naturalezza tale da restituire alla pagina tutta la sua complessità morale e affettiva.
Successivamente è stato il turno della prima aria solistica di Netrebko, “Ecco l’orrido campo… Ma dall’arido stelo divisa” da Un ballo in maschera. Dopo l’introduzione orchestrale affidata al pianoforte del maestro Nelson Calzi, la cantante, che ha debuttato il ruolo pochi mesi fa al Teatro di San Carlo di Napoli, ha sfoggiato ampia sicurezza nel mettere in luce i diversi stati d’animo di Amelia: l’inquietudine, la paura, il raccoglimento accorato, fino al magnifico “miserere d’un povero cor”. L’acuto finale non è stato urlato, ma sfumato e alleggerito, segno di un controllo vocale ancora totale e straordinario, di una tecnica sopraffina e di una capacità rara di conservare integri il timbro, i filati, le note lunghe, l’intonazione e l’attenzione scenica. Non soltanto gravi (che pure ci sono, densi e voluminosi), come talvolta sostiene qualcuno, ma anche acuti e filati meravigliosi: è stata questa la risposta più eloquente della cantante a ogni lettura riduttiva della sua vocalità attuale.
È stata poi la volta di Ludovic Tézier, che, come prima aria solistica, ha proposto la straordinaria “Pietà, rispetto, onore” dal Macbeth, cantando appunto “onore” e non “amore”, come spesso accade di sentire. Tézier ha mostrato una voce scolpita, elegantissima, sorretta da un fraseggio che ha sprigionato nobiltà in ogni nota, da una sicurezza assoluta nelle intonazioni e da un’interpretazione toccante, emotivamente partecipe, mai esteriore. Il suo Macbeth non ha cercato l’effetto facile, ma si è imposto per autorevolezza, per misura e per densità espressiva, fino a meritare un’ovazione conclusiva quasi “da stadio”.
Sempre dalle fosche ambientazioni scozzesi di Macbeth è seguito il duetto “Ove son io?... Ora di morte e di vendetta”, nel quale entrambi i solisti hanno concorso a un’interpretazione intensa e concitata, perfettamente in linea con la temperatura drammatica della scena. Non si è trattato di due interpretazioni “da recital”, isolate dal contesto dell’opera e offerte come numeri autonomi, ma di due presenze calate nei rispettivi personaggi, come se il pubblico si trovasse davvero a quel punto di un’intera rappresentazione. La tensione non è nata dunque soltanto dalla qualità vocale, pure altissima, ma dalla capacità di restituire continuità teatrale a una pagina estratta dal suo organismo originario.
Dopo l’intervallo sono iniziate le sorprese della serata. L’avvio della seconda parte, sotto il segno di Rigoletto, è stato affidato all'incontro tra il protagonista e Sparafucile, impersonato a sorpresa dal bravissimo basso Alexander Köpeczi, sopraggiunto dalla platea. Köpeczi ha mostrato una voce sicurissima, molto ben timbrata, educatissima nel canto e sorretta da un fraseggio saldo; dulcis in fundo era anche munito di un coltello, dettaglio scenico che ha aggiunto un tocco teatrale, senza nulla togliere alla qualità dell’intervento. Tézier, dal canto suo, ha avuto modo di brillare in maniera ancora più evidente nell’incontro con Gilda che è seguito subito dopo. Una delle pagine più belle dell’intero catalogo verdiano è stata onorata magnificamente dai due interpreti. La Gilda di Anna Netrebko, solidissima negli acuti e nella costruzione della frase, ha ottenuto meritati consensi per una statura vocale e interpretativa quale oggi si ascolta raramente in questo ruolo. Tézier, come Rigoletto, ha offerto un’interpretazione di grande nobiltà, sostenuta da una vocalità morbida ed elegantissima e da un fraseggio capace di piegare la parola verdiana senza mai impoverirla. L’affiatamento fra i due è apparso pieno e naturale. A coronare questo inizio è arrivata un’ulteriore sorpresa: Cassandre Berthon, moglie di Tézier, anch’ella presente in sala, ha sostenuto molto bene il ruolo di Giovanna, fungendo da indispensabile spalla a Rigoletto.
Un’altra sorpresa è giunta dal maestro Nelson Calzi, che ha eseguito successivamente la deliziosa Paraphrase de concert S. 434 di Franz Liszt, anch’essa costruita su temi del Rigoletto di Verdi. La sua lettura si è distinta per leggerezza, eleganza e virtuosismo, in un brano perfettamente integrato nel disegno complessivo della serata, anche per concedere a Tézier qualche necessario momento di ristoro.
Sempre dal capolavoro verdiano è seguito un momento interamente affidato allo stesso Tézier: il celeberrimo “Cortigiani, vil razza dannata”, che il baritono aveva già cantato in territorio parmense in un recital memorabile ai tempi del Covid (2020) al Teatro Regio, ancora vivo nella memoria di chi ha avuto la fortuna di assistervi. L’esecuzione è stata magistrale e ha riconfermato quanto già emerso nel corso della serata: Tézier è un interprete sensibilissimo, capace di coniugare controllo formale e abbandono emotivo senza che l’uno prevalga mai sull’altro. La sua interpretazione è risultata dolente, sentita e profondamente umana, oltre che vocalmente perfetta.
In “Tacea la notte placida” dal Trovatore è poi tornata sul palco Anna Netrebko. Nonostante un inizio in cui il fraseggio non è sembrato del tutto rifinito, la cantante ha successivamente incantato il pubblico con una serie di filati da capogiro, segno di una sicurezza tecnica e vocale ancora straordinaria. È seguita poi la cabaletta, molto ritmata e persino accelerata nella ripresa, nella quale Netrebko si è mostrata agile e precisissima nelle intonazioni. Ancora una volta, l’ovazione è stata travolgente.
Ultimo brano del programma ufficiale, sebbene le numerose sorprese abbiano fatto comprendere quanto il programma fosse molto poco ufficiale, è stato “Udiste?... Mira, d’acerbe lagrime”, sempre dal Trovatore. Intensissimo e trascinante è apparso il ritmo incalzante scelto, come pure la forza degli accenti e la tensione complessiva della pagina, che ha conquistato il pubblico per la sua energia bruciante, imponendosi come conclusione ideale del percorso verdiano.
Attesissimi i bis che non hanno deluso l’aspettativa della loro straordinarietà. Anziché puntare su un altro brano verdiano, (molti si attendevano infatti la “Vendetta” dal Rigoletto), Netrebko e Tézier hanno optato per una deliziosa esecuzione del duetto tra Susanna e il Conte d’Almaviva dalle Nozze di Figaro di Mozart, compositore che Verdi amava molto, come ha giustamente ricordato Tézier introducendo il brano. È stata un’esecuzione eccellente, degna di due grandi interpreti. Raramente si sente cantare Mozart da voci di tale calibro, e la differenza è risultata notevole in termini di nobiltà della linea e di qualità del suono. A gran richiesta è arrivato anche un secondo bis: la ripetizione di “Veglia, o donna, questo fior” dal Rigoletto.
Anna Netrebko non ha quindi soltanto mostrato grande generosità nel recarsi a cantare a Busseto tra le prove scaligere di Nabucodonosor, ma ha offerto una prova di statura artistica rara, nella quale la celebrità del nome non ha mai sostituito la sostanza del canto. La voce è apparsa ancora saldissima, ricca di smalto, capace di espandersi nei centri e nei gravi senza perdere luminosità in alto, ma ciò che più ha colpito è stata la qualità del controllo vocale nei filati, nelle mezzevoci, nelle note lunghe e negli acuti non gridati. In Amelia, in Violetta, in Gilda e in Leonora ha saputo trovare colori diversi, senza ridurre Verdi a puro sfoggio vocale.
Ludovic Tézier, per parte sua, si è riconfermato interprete sopraffino, anch’egli generosissimo nel correre da Vienna, dove sono in programma "I pescatori di perle” di Bizet, per la musica e per Busseto. Ma, oltre alla generosità, è emersa ancora una volta la grandezza di un baritono che possiede oggi una delle più alte intelligenze verdiane in circolazione. La voce, morbida e nobilissima, ha unito solidità d’emissione, eleganza del timbro e chiarezza della parola; il fraseggio, sempre scolpito, ma mai artificioso, ha saputo illuminare il dolore di Rigoletto, la cupa solitudine di Macbeth e l’autorevolezza di Germont con una misura esemplare.
Nelson Calzi ha infine dato un apporto importantissimo e fondamentale a tutto il concerto con accompagnamenti solidissimi, molto attenti alle esigenze dei cantanti, rifiniti e molto ben eseguiti. Il suo pianoforte non si è limitato a sorreggere le voci, ma ha costruito con loro un dialogo costante, discreto e partecipe.
Il concerto è stato dunque musicalmente ineccepibile, ma ha entusiasmato anche per la pregevolezza dell’operazione nel suo complesso e per il coraggio con cui il Teatro Verdi, realtà che certamente non dispone dei mezzi economici di un grande teatro internazionale, ha saputo proporre un evento di tale portata. Proprio per questo, le sporadiche riserve ascoltate ai margini della serata sono apparse poco generose, forse incapaci di cogliere fino in fondo lo sforzo organizzativo, la qualità artistica e il valore simbolico di un appuntamento simile. Anche la presenza di diversi posti vuoti, certo favorita dal costo non trascurabile del biglietto, ha lasciato una nota amara in una terra così intimamente legata alla lirica come Parma e la sua provincia, dove sarebbe lecito attendersi una più convinta partecipazione a fronte di un evento di tale rarità. Non si tratta di misurare il valore di una serata dal tutto esaurito, ma di riconoscere quando un teatro, con coraggio, riesce a portare in un luogo di dimensioni raccolte un concerto di calibro internazionale.
Resta, al di là di ogni considerazione, l’impressione di un concerto storico, destinato a rimanere negli annali del Teatro Verdi e nella memoria musicale di Busseto. L’accoglienza festosa che ha accompagnato gli artisti ha confermato quanto la serata sia stata vissuta, da chi era presente, non come un semplice recital, ma come un momento raro per onorare al meglio le straordinarie musiche del maestro Giuseppe Verdi.














