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Rigoletto • Spotti

  • Lorenzo Giovati
  • 14 ago 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Verona, Arena. 8 Agosto 2025.

All’Arena di Verona, in una serata di piena estate che ha richiamato un pubblico numeroso e internazionale, è andato in scena Rigoletto di Giuseppe Verdi, uno dei titoli cardine del repertorio operistico ottocentesco e tra i più amati dal pubblico dell'Arena. Nato nel 1851 su libretto di Francesco Maria Piave e tratto dal dramma Le roi s’muse di Victor Hugo, il melodramma verdiano è tornato nella monumentale cornice dell’anfiteatro romano con una produzione che non ha pienamente convinto.


La regia di Ivo Guerra, già collaudata in più edizioni, ha trovato nuova forza nel contesto attuale, puntando su un impianto scenografico tradizionale, ma di ampio respiro, capace di valorizzare la dimensione grandiosa dell’Arena e di rendere perfettamente leggibile l’azione anche a chi sedeva nelle file più lontane. Il grande fondale raffigurava il palazzo del Duca di Mantova, presenza costante e dominante, che incombeva sulle vicende come un simbolo di potere, mentre la restante parte della scena ha preso forma con elementi componibili e versatili, sempre coerenti e rispettosi del libretto: l’interno della festa del primo atto è stato reso da una parete affrescata di gusto rinascimentale, la casa di Rigoletto da una piazzetta con una tipica dimora lombarda della Mantova seicentesca, la locanda di Sparafucile è stata collocata sulle sponde di un fiume con un molo in legno, in cui Rigoletto e Gilda arrivavano su una finta imbarcazione ben gestita nei movimenti scenici, mentre nell’ultimo atto, durante il temporale, il castello sullo sfondo si è rivelato solo nei bagliori dei lampi, trovata visiva efficace e suggestiva. Una regia capace di utilizzare ogni spazio dell’Arena, anche le altezze e le diagonali, con soluzioni narrative di ambientazione, ma mai banali, che è pienamente riuscita per chiarezza narrativa e per leggibilità.


Sul podio il maestro Michele Spotti ha diretto l’Orchestra e il Coro della Fondazione Arena di Verona, dirigendo con un gesto chiaro e con costante attenzione al respiro dei cantanti. La sua lettura non ha cercato innovazioni, ma è stata costruita su tempi equilibrati, con un preludio avviato da archi compatti e da ottoni dosati, con accompagnamenti sorvegliati e ben calibrati, culminanti in un temporale finale scandito con precisione e con dinamiche ben graduate. L’orchestra non sempre ha offerto un suono di particolare bellezza, ma è risultata efficace e precisa, in grado di sostenere il canto senza coprirlo, mentre il coro, preparato da Roberto Gabbiani, ha cantato molto bene, con compattezza di suono e con chiarezza di dizione, mantenendo precisione anche nei movimenti scenicamente più complessi.


Il cast è stato segnato da numerose sostituzioni, tra cui quella del protagonista: il baritono Amartuvshin Enkhbat è stato sostituito in extremis e senza alcuna comunicazione al pubblico (né via social, né con un comunicato stampa, né con un annuncio prima della recita, come se al pubblico dell’Arena un cantante valesse l’altro) da Ludovic Tézier. Una sostituzione che indubbiamente è stata di altissimo livello. Tézier ha riportato in Arena il suo Rigoletto, sfoggiando un carisma scenico e una presenza vocale che lo hanno posto nettamente al centro dello spettacolo. La voce, dal timbro nobile e brunito, si è proiettata con sicurezza in ogni punto dell’anfiteatro, sostenuta da una linea di canto salda e raffinata, da un legato continuo, da un fraseggio plastico e da dinamiche ben misurate. Nei recitativi Tézier ha mostrato una naturalezza teatrale che in Arena non sempre è scontata, mentre nei grandi momenti lirici, dalla scena con Sparafucile all’aria Cortigiani, ha saputo costruire un arco drammatico compiuto, affidandosi a un solidissimo mestiere. Anche sul piano interpretativo, il suo Rigoletto è risultato credibile.


La sostituzione di Nadine Sierra con Nina Minasyan, invece, non ha sortito i medesimi positivi esiti. La voce, dal colore non particolarmente attraente e afflitta da centro poco timbrato, ha mostrato difficoltà nel passaggio verso l’acuto, spesso risolto forzando l’emissione, con conseguente perdita di morbidezza e di precisione. L’esecuzione dell’aria Caro nome ha scontato limiti tecnici evidenti, con filati incerti e con intonazioni non salde; nei concertati la spinta verso il volume ha reso il suono non di rado fibroso e privo di omogeneità. Interpretativamente, la Gilda della Minasyan è rimasta incolore, incapace di suggerire l’evoluzione emotiva del personaggio dal candore iniziale alla scelta estrema del finale, meritando qualche “buh” al termine della recita.


Non migliore è stata anche la prestazione del tenore Pene Pati, unico protagonista non sostituito, che ha dato vita a un Duca di Mantova ad esiti alterni, oscillante tra momenti positivi ad altri di evidente difficoltà. L’esordio è stato promettente, con l’aria di ingresso Questa o quella intonata con voce morbida, con fraseggio elegante e con buona musicalità nel disegno delle frasi, sebbene con un modesto volume. Già però verso la fine del primo atto la zona acuta di Pati ha iniziato a mostrare segni di fragilità e di stanchezza. Nel secondo atto, il temerario acuto conclusivo della cavatina Possente amor mi chiama, che nemmeno gli era necessario sfoggiare, è stato instabile e poco udibile, concludendo un’esecuzione complessivamente modesta. Nel terzo atto, infine, la fatica si è resa evidente in un calo di smalto interpretativo e nell’errore molto evidente nella chiusa della Donna è mobile (ed anche nella sua successiva ripetizione fuori scena). 


Sempre eccellente è invece stata la prestazione di Gianluca Buratto nel ruolo di Sparafucile. Il suo  cui timbro grave e ben udibile, il centro compatto e la dizione nitida, gli hanno consentito da dar corpo ad un personaggio oscuro e minaccioso, credibile e senza tendenze caricaturali.


Martina Belli è stata infine una Maddalena incisiva, dal timbro ambrato e dalla linea di canto sempre ben sostenuta.


Tra i  ruoli collaterali, Agostina Smimmero ha dato voce a una Giovanna partecipe, Abramo Rosalen ha scolpito un Monterone nobile e incisivo, Nicolò Ceriani ha offerto un Marullo di ottima qualità vocale e scenica, Matteo Macchioni un Borsa pregevole, Hidenori Inoue e Francesca Maionchi hanno formato una coppia di Ceprano precisa e sonora, mentre Ramaz Chikviladze e Elisabetta Zizzo hanno completato con professionalità i ruoli di usciere e paggio.


In conclusione, una recita che ha trovato nei quadri scenici, nella regia e nella classe limpida di Ludovic Tezier i suoi elementi di forza, che però non hanno pienamente compensato le residue debolezze della compagine vocale. Un Rigoletto, pertanto, con luci ed ombre.


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