Rachmaninov e Berlioz • Carydis
- Lorenzo Giovati
- 12 minuti fa
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Monaco di Baviera, Isarphilharmonie. 10 Maggio 2026.
“Sonntag um 4” è il titolo scelto da München Musik per la rassegna di concerti che, nella sempre splendida Monaco di Baviera, si tiene appunto la domenica alle quattro. Domenica 10 maggio, approfittando dell’assenza dell’orchestra della Bayerischer Rundfunk, in tournée con Sir Simon Rattle, e in attesa del concerto del maestro Teodor Currentzis con la sua Utopia, alla Isarphilharmonie si è esibita la Deutsches Symphonie-Orchester Berlin.
Si tratta della storica orchestra RIAS, legata per molti anni al nome di Ferenc Fricsay e poi passata attraverso la guida di musicisti di notevole rilievo, tra cui Lorin Maazel, Riccardo Chailly, Tugan Sokhiev e Robin Ticciati. Una compagine che nel corso della propria storia ha cambiato più volte denominazione, ha rischiato anche la fusione con un’altra orchestra tedesca, ma ha sempre conservato intatta una qualità artistica e musicale di prim’ordine. Il maggiore motivo d’interesse della serata era però la presenza sul podio del maestro greco Constantinos Carydis, direttore molto apprezzato, ma assai raro da ascoltare, con un’agenda concertistica particolarmente diradata e poche apparizioni all’anno. Proprio questa rarità rendeva il concerto ancora più atteso.
Nella prima parte, il maestro Carydis e il pianista Mao Fujita hanno dato vita a una splendida esecuzione del Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 di Rachmaninov, uno dei vertici del repertorio pianistico per complessità tecnica e densità espressiva. Il maestro Fujita ne ha offerto una lettura tecnicamente infallibile, affrontando le asperità della scrittura con sicurezza assoluta, senza però ridurre il virtuosismo a semplice prova di bravura. Nei passaggi più animati il suo pianismo ha mostrato slancio, brillantezza e partecipazione; nei momenti più lirici ha invece saputo trovare una qualità di suono più morbida, raccolta e sentita.
Sul piano orchestrale, il maestro Carydis ha dato al concerto una lettura decisamente energica, ma sempre attenta al fraseggio, soprattutto nel secondo movimento, dove la materia musicale ha respirato con naturalezza e senza compiacimenti. L’orchestra ha accompagnato con presenza viva e con equilibrio ben calibrato, evitando, tanto la pesantezza, quanto la semplice funzione di sostegno. Il terzo movimento è stato probabilmente il momento più riuscito, grazie a un affiatamento tra orchestra e solista davvero eccellente, capace di unire precisione, tensione e senso della progressione.
Come bis, il maestro Fujita ha offerto un brano dolce e melodioso, dalle sembianze quasi di “Somewhere over the Rainbow”, una parentesi più distesa dopo l’ampiezza virtuosistica ed emotiva del concerto.
Nella seconda parte è stata invece la volta di una memorabile esecuzione della Symphonie fantastique di Berlioz. Il maestro Carydis ne ha proposto una lettura dal piglio decisamente innovativo, ma sempre coerente con lo spirito della partitura. Non si è trattato di semplice anticonformismo, né di una ricerca dell’effetto a ogni costo, bensì di una visione molto chiara, personale e lontana da una certa prassi esecutiva più consueta. In una pagina frequentatissima come la Symphonie fantastique è difficile trovare autentici margini di novità, eppure il maestro Carydis vi è riuscito attraverso dettagli spesso sottili, ma perfettamente percepibili da un orecchio abituato a certe pratiche interpretative.
Uno degli elementi più interessanti è stato l’uso delle legature e del movimento degli archi sulle corde. In diversi punti il maestro ha chiesto agli archi di mantenere una maggiore aderenza alla corda, senza ribattere l’arcata a ogni nota, ottenendo così un senso di scorrimento più continuo e moderno. È stato un lavoro di dettaglio, non appariscente in modo gratuito, ma decisivo nel modificare il carattere del suono e nel dare alla partitura un profilo meno prevedibile.
Il primo movimento ha avuto un piglio energico ma non frenetico. L’introduzione è stata molto lenta, quasi incorporea, sospesa in un’atmosfera fragile e rarefatta, prima di aprirsi a un prosieguo più movimentato, ma mai concitato in maniera superficiale. Il maestro Carydis ha costruito la tensione con chiarezza, evitando, sia l’abbandono languido, sia l’agitazione fine a sé stessa.
Il secondo movimento si è scandito a ritmo di valzer, senza una vorticosità eccessiva, ma con un andamento energico, saldo, elegante, sostenuto da un eccellente senso della melodia. La danza ha conservato brillantezza, ma è apparsa più controllata, meno febbrile, e proprio per questo forse ancora più efficace nel suo equilibrio tra grazia e inquietudine.
Il terzo movimento, con il celeberrimo dialogo tra corno inglese e oboe fuori scena, non è stato trasformato in un momento di contemplazione estrema. Il maestro Carydis vi ha cercato piuttosto una religiosità severa, ma allo stesso tempo luminosa. Tutto è apparso molto delicato, senza però diventare fragile o statico. La pagina ha così assunto un carattere raccolto e austero, attraversato da una malinconia trattenuta più che da un abbandono sentimentale.
Il quarto movimento si è presentato come una marcia imperterrita e senza sosta, scandita da accenti secchi e perentori. Anche qui il gioco delle arcate è risultato particolarmente inusuale e ha contribuito a dare alla marcia del supplizio un carattere netto, tagliente, quasi implacabile. L’effetto non è nato da un eccesso di brutalità sonora, ma dalla precisione del ritmo, dalla chiarezza degli attacchi e dalla compattezza della costruzione.
L’ultimo movimento è stato quello che ha convinto di più per intensità e tensione. Il Dies irae è apparso molto sostenuto e inquietante, mentre nel finale il gioco contrappuntistico si è fatto progressivamente più intenso, ma sempre gestito con estrema chiarezza e con grande precisione, con una coda velocissima e furiosa. Carydis ha inoltre valorizzato con intelligenza alcune tecniche particolari, come il "col legno", quando gli archi producono il suono non facendo scorrere i crini dell’archetto sulle corde, ma il legno.
Sono state dunque due esecuzioni memorabili per la loro particolarità. La serata ha confermato quanto le critiche ampiamente positive rivolte al maestro Carydis siano meritate: egli appartiene a quella categoria di direttori che, attraverso un gesto nitido e preciso, vagamente vicino, pur senza estremismi, a quello dell’altro grande direttore greco Teodor Currentzis, riesce a vedere qualcosa oltre le note. La sua non è una direzione che si limita a restituire correttamente la partitura, ma una lettura capace di interrogarla, di rinnovarla e di fare davvero la differenza rispetto ad altre interpretazioni, anche tra le migliori.
La Deutsches Symphonie-Orchester Berlin ha suonato splendidamente, mostrando un suono compatto, coeso, luminoso e rotondo, sempre di ottimo livello qualitativo. Gli archi hanno palesato volume, compattezza e prontezza nel rispondere alle richieste del maestro Carydis; gli ottoni hanno unito potenza e precisione d’intonazione; i fiati hanno brillato per smalto, pulizia e qualità degli interventi.
Ne è risultato un concerto di altissimo livello, prezioso non soltanto per la qualità delle singole esecuzioni, ma anche per la chiarezza di una visione interpretativa personale, originale e mai banale.













