Orfeo ed Euridice • Biondi
- Lorenzo Giovati
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
Parma, Teatro Regio. 23 Gennaio 2026.
Raramente capita di assistere a uno spettacolo davvero fuori dall’ordinario. Il Teatro Regio di Parma è riuscito nell’impresa in un momento storico in cui i teatri di tradizione, pur garantendo livelli esecutivi non di rado pregevoli, tendono a rifugiarsi nelle sicurezze offerte dal grande repertorio proposto in modo normalmente corretto, ma anche non sempre stimolante. Questa volta, invece, il Teatro Regio ha scelto una strada diversa: quella di programmare uno spettacolo coraggioso, dichiaratamente non convenzionale, che può dividere, ma che difficilmente può lasciare indifferenti. Un’operazione pienamente riuscita, capace di coinvolgere e di tenere viva l’attenzione del pubblico dall’inizio alla fine.
La scelta del titolo non appartiene al cosiddetto “grande repertorio di richiamo”: Orfeo ed Euridice di Christoph Willibald Gluck. Proprio per questo l’opera è stata affrontata come dovrebbe sempre accadere in simili contesti, ovvero proponendo un livello artistico molto alto, tanto sul piano musicale, specialmente nel palcoscenico, quanto sul piano teatrale. Un cast di ottima qualità e una regia di eccezionale intelligenza, affidata alla regista iraniana Shirin Neshat, alla sua seconda esperienza teatrale dopo un’Aida pregevolissima al Festival di Salisburgo, hanno reso possibile un risultato di raro spessore.
La regia di Shirin Neshat si è rivelata il vero perno dello spettacolo. Fotografa e regista cinematografica, la Neshat ha trasferito in teatro un linguaggio visivo di rara potenza, fondato su un uso rigoroso e poetico della luce, intesa, non come semplice elemento decorativo, ma come autentico strumento drammaturgico. Lontana da ogni compiacimento scenografico, la sua lettura è intervenuta a un livello profondo, ripensando la vicenda dal suo interno e restituendole un senso rinnovato, coerente e pienamente contemporaneo. Non una sovrastruttura imposta all’opera, né una narrazione parallela, ma una riscrittura che nasce dalla trama stessa e ne rielabora i nodi essenziali e i temi imperituri con intelligenza.
Fin dall’apertura, affidata a una sequenza filmica di grande efficacia, Orfeo ed Euridice vengono rappresentati come una coppia irrimediabilmente fratturata, priva di dialogo e di autentica comunione. Euridice, segnata dalla perdita del figlio e da un’esistenza ormai svuotata di senso, sceglie la morte, lanciandosi dalla finestra della loro stanza: una caduta resa con straordinaria fluidità attraverso la fusione di cinema e azione scenica. Da questo trauma prende avvio il viaggio di Orfeo, figura interamente consumata dal rimorso, che discende negli inferi per tentare il recupero impossibile, guidato da un Amore, raffigurato con un paio di meravigliose ali bianche. Il ritorno non conduce però alla ricomposizione. L’azione si riannoda nel luogo stesso della morte di Euridice, in una sorta di rituale funebre che sembra promettere una pacificazione solo apparente. Quando la sequenza filmica si ripete, l’esito muta radicalmente: Euridice non si sacrifica più, ma sceglie la fuga, la vita. È qui che la regia trova il suo centro gravitazionale più autentico, trasformando il mito in una parabola di emancipazione e di consapevolezza, senza mai forzare l’opera o piegarne la musica a esigenze estranee. Al contrario, la partitura di Gluck si è adattata con naturalezza a questa lettura, che ne ha valorizzato la dimensione tragicamente umana. La tensione drammatica è rimasta costantemente alta, senza cedimenti. Una regia di altissimo livello, capace di sostenere l’interesse anche nei punti meno ispirati della partitura, là dove, per dirla con Rossini, la musica alterna “meravigliosi momenti e brutti quarti d’ora”.
Dal punto di vista musicale, l’operazione si è rivelata altrettanto pregevole. Su tutti si è imposto il magnifico Orfeo di Carlo Vistoli, che ha dominato la scena per un’ora e quaranta senza il minimo segno di affaticamento, con grande maestria vocale e scenica. Vocalmente perfetto per il ruolo, Vistoli ha offerto una prova di straordinaria qualità: tecnica impeccabile, generosità nel fraseggio, voce ambrata di rara bellezza, gestita con morbidezza, volume e leggerezza quando richiesti. Le sfumature numerose e sempre pertinenti, l’interpretazione intensa ma mai esasperata, segno di una profonda comprensione del personaggio, sono state cifre di una prestazione assolutamente maiuscola. Una prova eccezionale.
Francesca Pia Vitale, nel ruolo di Euridice, ha convinto pienamente pur disponendo di una parte decisamente più contenuta rispetto a quella di Orfeo. La sua è risultata una voce bella, elegante, ben emessa e controllata, sostenuta da una presenza scenica raffinata e di grande efficacia teatrale.
Theodora Raftis ha interpretato Amore con sicurezza e con baldanza vocale, esibendo un timbro ben distinto da quello della Vitale. Non sempre morbida, ma sempre intonata e musicalmente affidabile.
Resta infine la direzione del maestro Fabio Biondi, profondo conoscitore di questo repertorio. La concertazione ha avuto indubbi pregi di stile e di eleganza, oltre a un’attenzione costante e lodevole nei confronti delle voci. Tuttavia, non è riuscita a imprimere all’opera una cifra realmente incisiva. Il primo atto è apparso particolarmente piatto, mentre il secondo e il terzo hanno mostrato un miglioramento, senza però mai impressionare per contrasti, chiaroscuri o varietà nei tempi e nelle dinamiche. Una direzione professionale e corretta, ma priva di slanci interpretativi, talvolta persino compassata.
La Filarmonica Arturo Toscanini ha offerto una prova complessivamente molto positiva. La sezione degli archi si è distinta per compattezza e per un bel velluto sonoro, pur non mostrando una particolare flessibilità nei contrasti richiesti dalla partitura, e per un suono generalmente rotondo e curato. I fiati non sono sempre risultati delicati e, soprattutto nel primo atto, non hanno garantito una precisione impeccabile nelle intonazioni. Nel complesso, tuttavia, l’esecuzione orchestrale è stata di buon livello.
Eccellente anche il Coro del Teatro Regio di Parma, preparato con grande cura dal maestro Martino Faggiani, che si è distinto per volume, compattezza e attenzione alla parola.
Un’apertura di stagione da grande teatro: uno spettacolo di altissimo livello, capace di dimostrare come anche un titolo apparentemente meno “attrattivo” possa diventare un evento da ricordare.
























