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Norma • Palumbo

  • Lorenzo Giovati
  • 25 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 26 feb

Parma, Teatro Regio. 15 febbraio 2026

Dopo la riuscitissima messa in scena dell’Orfeo ed Euridice, il Teatro Regio di Parma ha riaperto le porte con Norma, secondo titolo della stagione 2026 e opera cardine del repertorio italiano. Un vero banco di prova, tanto per i cantanti, quanto, soprattutto, per la tenuta drammaturgica dell’intero spettacolo, che, se affrontato con compromessi di concertazione e di regia, rischia di afflosciarsi in un’eufonia un poco stucchevole. L’operazione, sulla carta, si è presentata affascinante, soprattutto per l'intento lodevole di recuperare un equilibrio vocale vicino alla prassi belliniana originaria, con il personaggio di Norma affidato a un mezzosoprano, quello di Adalgisa a un soprano e quello di Pollione ad un tenore post‑rossiniano, lontano da un’eroica impostazione pre-verdiana. L’idea era culturalmente molto stimolante ed era certamente degna di un grande teatro come è il Teatro Regio di Parma. Essa, per compiersi, avrebbe però richiesto un forte contesto musicale, capace di orientare l’ascolto verso una prospettiva realmente diversa. Così invece, alla prova del palcoscenico, non è stato, con la conseguenza che i meritori propositi, in larga parte, non si sono tradotti in un coerente esito artistico.  

   

A partire dalla direzione del maestro Renato Palumbo, che si è presentata inizialmente curata nel controllo dei piani sonori e nella coesione orchestrale, soprattutto nella Sinfonia. A seguire, però, essa si è adagiata in una dilatazione delle dinamiche progressivamente paralizzante e pressoché completamente priva di tensione e di slancio. Da "Casta diva" in poi l’azione musicale è rimasta sostanzialmente immobile: non si è colta una ricerca intima sulla partitura (l’intimismo è altra cosa), ma solo una contemplazione incapace di sostenere l’evoluzione del dramma; come non si sono colti i sussulti guerrieri, pur chiaramente presenti nella trama e nella partitura, che attraversano la vicenda scenica e che fanno da contrappunto all’intimità delle relazioni private e segrete. La concertazione, pur ordinata nell’equilibrio dei volumi e professionale nella gestione delle voci, è parsa così assai piatta; il "Guerra! Guerra!" del secondo atto si è acceso solo in superficie, rumoroso e non drammatico. Esito né è stata una costante sensazione di noia, insidiosa nemica del genio belliniano.


L’orchestra Filarmonica Italiana, per parte sua, ha risposto al direttore con anonima professionalità, ma senza una particolare raffinatezza: archi ordinati, legni corretti, mentre i corni hanno mostrato incertezze e un suono poco controllato. Il coro del Teatro Regio, abitualmente saldo, è apparso persino lui meno compatto, con i tenori spesso sopra le righe e con un volume non sempre omogeneo.


Nel ruolo del titolo Vasilisa Berzhanskaya ha affrontato Norma secondo la prospettiva storicamente coerente del mezzosoprano. La voce è risultata pulita e ben impostata, sicura nel registro acuto e capace di sostenere il grave con apprezzabile ampiezza. Il canto è rimasto governato da tecnica e consapevolezza stilistica, pur limitato da una certa freddezza interpretativa e forse penalizzato da una concertazione poco incalzante.


Maria Laura Iacobellis, nel ruolo di Adalgisa, ha offerto un timbro ambrato e gradevole e una prova complessivamente buona, benché non sia stata sempre realmente incisiva sul piano interpretativo, come invece era accaduto al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, ove aveva fatto faville (e tenuto ampiamente testa) a Jessica Pratt. Viene quindi da chiedersi legittimamente se anche lei non sia stata messa in difficoltà dai tempi troppo dilatati, scelti dal maestro Palumbo. L’accostamento con una Norma mezzosopranile è risultato interessante, ma nella pratica le due voci si sono talora avvicinate troppo per colore e per  peso, generando un impasto poco differenziato.


Meno positive sono state le note sul fronte delle voci maschili.

Il Pollione di Dmitry Korchak ha evidenziato i problemi maggiori: la vocalità avrebbe richiesto eleganza post‑rossiniana e slancio, che però sono mancate del tutto, per lasciare spazio a un’emissione costantemente forzata, quando non stentorea, ad acuti fibrosi e a un fraseggio non adeguatamente elegante. Il materiale vocale è parso potenzialmente gradevole, ma il suo uso è sembrato quasi condizionato da un’ansia prestazionale che ne ha annullato qualità e sfumature, restituendo un personaggio molto lontano dal canto.


Carlo Lepore, nel ruolo Oroveso, pur confermandosi un professionista esperto, non ha dato al ruolo la morbidezza belcantistica che esso avrebbe richiesto. Corretti i comprimari: Alessandra Della Croce (Clotilde) e soprattutto Francesco Congiu (Flavio), in crescita.


La regia di Nicola Berloffa, che già era apparsa non particolarmente attraente nel 2023, si è ripresentata ancora tale nel 2026, ovvero priva di una reale idea drammaturgica: scena statica, visivamente spenta, sporadiche presenze senza funzione narrativa. La cornice registica non ha mai dialogato con la musica, ma anzi ne ha spostato nel tempo l’azione, senza una plausibile spiegazione, l’azione. Peraltro, dopo lo sforzo economico e organizzativo messo in campo con il titolo di apertura della stagione, si spiega e si giustifica la scelta del Teatro di recuperare un allestimento già realizzato.


E’ però un motivo di rammarico che, per i limiti evidenziati, un progetto potenzialmente prezioso, si sia in parte risolto in un’occasione mancata. L’esito interlocutorio non è sfuggito al pubblico che ha dispensato una tiepida accoglienza.


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