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Neujahrskonzert 2026 • Nezet-Seguin

  • Lorenzo Giovati
  • 14 gen
  • Tempo di lettura: 5 min

Vienna, Musikverein (in differita su Rai 2). 1 Gennaio 2026.

Non è Capodanno senza il Concerto dei Wiener Philharmoniker, la kermesse austriaca che dal 1939 inaugura, ogni 1º gennaio, l’anno nuovo nel segno della musica. Quest’anno, per la prima volta, sull’ambito podio è salito il maestro Yannick Nézet-Séguin. Un debutto che ha coinciso con numerose novità rispetto alle ultime edizioni: laddove il maestro Muti, ma prima di lui altri veterani del concerto viennese, aveva portato, quantomeno nelle ultime esibizioni, nel Neujahrskonzert un’aura di severa compostezza, apprezzabile nella misura in cui aveva posto freno ad accessi circensi, ma quasi irrigidita in un’austerità che non è del tutto congeniale all’occasione, il maestro Nézet-Séguin ha reintrodotto una ventata di freschezza, imprimendo al concerto un'impronta di divertimento (similmente a quello che aveva fatto il maestro Dudamel nell’anno 2017, quando la storica sala del Musikverein fu rallegrata da una ventata di coinvolgente atmosfera sudamericana). Una freschezza che si è manifestata, non soltanto nel programma, arricchito ancora una volta da pagine di autrici, ma anche nell’impostazione complessiva del concerto, nelle trovate registiche e direttoriali e nella riduzione dei balletti televisivi, sensibilmente meno invasivi rispetto al consueto (ad uso, peraltro, del solo pubblico televisivo, salvo, ancora una volta, il concerto del maestro Dudamel, in cui un balletto fu portato in sala, con esiti assai felici).


Si trattato di scelte che, se realizzate ovviamente con levità e con gusto, non solo restituiscono all’evento la sua naturale vocazione festosa e celebrativa, ma servono anche a innovare gradualmente un format che sembra sempre fedele a sé stesso, ma che, nella realtà, non è affatto immobile. Le “trovate” del Concerto di Capodanno affondano peraltro le loro radici già nelle prime edizioni dirette dal maestro Willi Boskovsky e sono poi proseguite, con naturalezza, sotto la guida di bacchette diversissime tra loro, dal maestro Maazel al giovane maestro Muti, dal maestro Jansons al maestro Kleiber fino al già citato maestro Dudamel. Memorabile resta, ad esempio, la celebre gag del concerto del 1993, con l’orchestrale che spara in sala durante una polka diretta dal maestro Muti, o quella del percussionista che mangia un panino mentre martella le incudini. Anche la polka ferroviaria di Lumbye, riproposta quest’anno, è stata una chiara citazione del Concerto di Capodanno dell’anno 2012. A distinguere queste trovate da un intrattenimento puramente clownesco è sempre stata la raffinatezza con cui i Wiener le realizzano, lontanissime da qualunque deriva spettacolare e da un populismo un poco pacchiano "alla André Rieu". In questa prospettiva, anche la comparsata del direttore in platea durante la Marcia di Radetzky non ha rappresentato una rottura, ma la variazione di un rituale consolidato, che in passato ha visto, ad esempio, il maestro Barenboim stringere mani agli orchestrali o il maestro Jansons salutare il pubblico, uscendo dalla sala.


Il senso di rinnovamento sembra peraltro destinato a proseguire, come suggerisce la notizia della prossima designazione alla guida del concerto 2027 del maestro Tugan Sokhiev, direttore di sicura affinità con il repertorio straussiano e con lo spirito del concerto, oltre che bacchetta di eccelso livello artistico.


Al maestro Nézet-Séguin va innanzitutto riconosciuto l’indubbio talento direttoriale, capace di rendere ogni brano mai banale e sempre accuratamente cesellato nei rubati, nei tempi, nelle dinamiche e nei dosaggi orchestrali. Il suono complessivo è risultato leggero e autenticamente viennese, con archi scuri, ma mai appesantiti, con percussioni valorizzate solo quando necessario, con ottoni perfettamente controllati e con violini e fiati spesso portati in primo piano. Il maestro Nézet-Séguin ha quindi restituito al Concerto di Capodanno la sua dimensione festosa, celebrativa e divertente, senza rinunciare a una cura musicale di alto livello.


La prima parte del concerto ha offerto un percorso vario e brillante. L’ouverture dall’operetta Indigo und die vierzig Räuber di Johann Strauss II ha aperto il concerto con energia e freschezza, sostenuta da una tavolozza dinamica ampia e ben graduata. Donausagen, valzer di Carl Michael Ziehrer, è stato il primo valzer del concerto, eseguito con grande eleganza, ottimi rubati e contrasti ben scolpiti tra piano e forte, in un clima sfumato e vellutato. Il Malapou-Galoppe di Joseph Lanner ha invece sprigionato un’energia travolgente, quasi frenetica, con orchestrali coinvolti anche vocalmente, in una pagina di grande impatto e divertimento. La polka schnell Brausteufelchen di Eduard Strauss è scivolata via con leggerezza, velocità e naturalezza, ben rifinita nelle sfumature. La Fledermaus-Quadrille di Johann Strauss II, pagina splendida e raramente eseguita, è risultata particolarmente ben costruita e differenziata nelle sue sezioni. A chiudere la prima parte, Der Karneval in Paris, galop di Johann Strauss I, ha brillato per accenti incisivi e per un finale spumeggiante ed energico.


La seconda parte si è aperta con l’ouverture dall’operetta Die schöne Galathée di Franz von Suppè, pagina frequentata, ma qui resa con grande eleganza, tempi scorrevoli  e con fiati dei Wiener magnifici come sempre. Le Sirenen Lieder, polka-mazur di Josephine Weinlich, ha segnato il primo ingresso femminile nel programma, dopo il primo in assoluto del 2025: un brano delicato, non di grande inventiva, ma ben collocato nel contesto. Di ben altro peso musicale Frauenwürde, valzer di Josef Strauss, eseguito con morbidezza, linee ampie e un tempo scelto con sensibilità. La Diplomaten-Polka, polka française di Johann Strauss II, grande classico del Concerto di Capodanno e primo brano danzato, è risultata elegante, delicata e ritmicamente impeccabile. La Rainbow Waltz di Florence Price, pur musicalmente pregevole e dal significato profondo, ha evidenziato un divario stilistico che l’ha resa meno integrata nel programma rispetto alla pagina della Weinlich. Il Københavns Jernbane-Damp-Galop di Hans Christian Lumbye ha rappresentato uno dei momenti più spettacolari, con la gag dei percussionisti-ferrovieri e l’uso di strumenti inconsueti (molle, fischi, raspe) valorizzati da una direzione attenta alle sonorità evocative del treno. Rosen aus dem Süden, valzer di Johann Strauss II, è stato proposto con eleganza e senso della cantabilità, mentre l’Egyptischer Marsch dello stesso autore è apparso trascinante ma mai pesante, con orchestrali ancora una volta coinvolti anche vocalmente. Friedenspalmen, valzer di Josef Strauss, ha riportato il clima su toni delicati e raccolti, con rubati particolarmente riusciti. La Zirkus-Polka schnell di Philipp Fahrbach è intervenuta come brillante fuori programma, con luminosità ed energia, impreziosita dall’uso di strumenti particolari.


A seguire, l’immancabile An der schönen blauen Donau di Johann Strauss II è stata eseguita con grande eleganza e con una resa complessiva di rara bellezza. La Marcia di Radetzky di Johann Strauss I ha visto Nézet-Séguin dirigere dalla platea, immerso nel pubblico, mentre suo marito si è unito alle viole dell’orchestra: una scena luminosa e divertente, giustamente accolta con entusiasmo.


Il pubblico ha risposto con un calore che non si percepiva da tempo, premiando la vitalità dell’impostazione, oltre che l’indubbia pregevolezza artistica dell’esecuzione, con numerose standing ovation e una grande ovazione conclusiva per un direttore solare e comunicativo. I Wiener Philharmoniker, come sempre, hanno suonato con perfezione assoluta: archi leggeri, fiati precisissimi, ottoni intonati e un suono complessivo rotondo, elegante, autenticamente viennese, finalmente non appesantito.


In definitiva, un Neujahrskonzert che mancava da anni, forse il migliore degli ultimi cinque, post pandemia. Le scelte del maestro Nézet-Séguin di declinare talento, eleganza ed allegria si sono rivelate molto felici: in un concerto che ha come comandamenti la leggerezza e la gioia festiva, continuare a giocare con la tradizione significa, non profanarla, ma rispettarla fino in fondo. È proprio questo spirito festoso che l’entusiasmo vitale e travolgente del maestro Nézet-Séguin ha saputo incarnare al meglio.


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