Manon Lescaut • Ciampa
- Lorenzo Giovati
- 4 giorni fa
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Parma, Teatro Regio. 20 Marzo 2026.
Il terzo titolo della Stagione 2026 del teatro parmigiano ha coinciso, evocando una certa suggestione simbolica, con il terzo titolo del catalogo di Giacomo Puccini: Manon Lescaut: opera pulsante di vita e di colori, primo autentico trionfo del compositore lucchese, in una parabola che richiama, per certi versi, quella di Giuseppe Verdi, il cui successo giunse anch’esso con la terza sua composizione operistica. Dopo uno sfavillante inizio con Orfeo ed Euridice e una prosecuzione assai più problematica con Norma, vi era dunque da attendersi una prova solida, capace di consolidare il buon livello complessivo della stagione. Le aspettative non sono state per intero deluse. L’impressione è stata però quella di uno spettacolo poco seducente che ha suscitato non poche riserve.
Sul podio il maestro Francesco Ivan Ciampa si è molto impegnato per offrire una lettura viva, sorretta da un impeto orchestrale costante, acceso nei colori e sostenuto nei tempi e nelle dinamiche. La sua direzione, pur garantendo energia e continuità, ha però non di rado sacrificato la varietà delle sfumature, la raffinatezza dei colori e la duttilità espressiva, risultando a tratti eccessivamente incalzante e finendo per appiattire la naturale sinuosità della linea melodica, così da riuscire ad essere poco seducente. Alla bacchetta e al gesto del maestro ha peraltro risposto un’orchestra che non si è spinta oltre la soglia della diligenza, senza segnalarsi, e in Puccini questo incide più che in altri contesti, per raffinatezza timbrica e per morbidezza di fraseggio.
Sempre affidabile è stato invece il Coro del Teatro Regio di Parma, preparato dal maestro Martino Faggiani, che si conferma ad ogni occasione con un complesso compatto, attento alla parola e musicalmente saldo.
Il versante vocale ha offerto esiti complessivamente apprezzabili.
Anastasia Bartoli, al debutto nell’impegnativo ruolo della protagonista, ha affrontato il personaggio di Manon con sicurezza e con buona presenza scenica, delineando una figura giovane, credibile e coerente con l’immaginario del personaggio. La voce, ben impostata e precisa nell’intonazione, ha servito la partitura con cura e con pregevole senso musicale. Meno incisivo è apparso tuttavia il lavoro sul fraseggio, non sempre scavato in profondità come si è percepito nel “Sola, perduta e abbandonata”, che è risultato poco coinvolgente. Una prova solida e promettente, pertanto, ma non però ancora compiutamente risolta sul piano espressivo.
Luciano Ganci ha incarnato un Des Grieux partecipe e generoso, delineato grazie alla notevole attenzione prestata alla parola e ad un fraseggio che, in più punti, si è arricchito di inflessioni e accenti efficaci. La sua interpretazione si è distinta per credibilità e per professionalità, pur rimanendo condizionata da un timbro che, seppur sicuro e intonato, non è stato sempre seducente come la musica pucciniana esigerebbe.
Di rilievo anche il Lescaut di Alessandro Luongo, convincente per presenza scenica e per una linea vocale ben sostenuta e curata. Ottimo il Geronte di Ravoir di Andrea Concetti, autorevole e sicuro tanto sul piano vocale quanto su quello scenico. Luminoso e ben timbrato l’Edmondo di Davide Tuscano.
Il resto del cast si è distinto per professionalità e per correttezza: Saverio Pugliese (lampionaio e maestro di ballo), Arlene Miatto Albeldas (musico), Eugenio Maria Degiacomi (oste e comandante di marina), insieme alle madrigaliste Alessandra Maniccia, Giulia Gabrielli, Giulia Zaniboni, Lorelay Solis, Ewa Maria Lusnia, Laura Rivolta, Maria Vittoria Primavera, Gloria Petrini e Cesare Lana (sergente degli arcieri), contribuendo a una resa complessiva equilibrata.
Fonte di significative riserva è risultata invece la regia Massimo Pizzi Gasparon Contarini, pervenuta al Teatro Regio di Parma dopo l’esordio a Torre del Lago nell’anno 2024, nell’ambito delle, al tempo, ricche celebrazioni pucciniane. Ispirata in modo evidente all’estetica del maestro Pier Luigi Pizzi, con un grande schermo a fare da sfondo all’azione, la regia ha totalmente privilegiato una rappresentazione didascalica, tralasciando pressoché completamente di indagare la qualità delle interazioni tra i personaggi, spesso rese in modo scolastico ed emotivamente poco sentito. Dal punto di vista estetico, l’uso di colori eccessivamente accesi ha finito per appesantire l’impianto visivo, scadendo nel gusto (che invece è sempre stato uno dei punti di indubitabile forza del maestro Pier Luigi Pizzi), nonostante la qualità indiscutibile dei costumi realizzati dalla sartoria del Teatro Regio. I cambi scena, eseguiti a sipario aperto e effettuati con esasperante (e, si può supporre, voluta) lentezza, sono risultati del tutto privi di una reale giustificazione drammaturgica. Le proiezioni sullo sfondo, dal canto loro, non hanno arricchito di un significativo contributo l’allestimento.
La scelta però senza dubbio più discutibile ha riguardato la postergazione dell’intermezzo alla fine del terzo atto, per di più proponendone l’esecuzione, già distorta sul piano drammaturgico, con il disturbante accompagnamento da una coreografia, la cui fastidiosa inutilità non è stata in nulla riscattata dalla bravura artistica dei ballerini. L’intento narrativo è così apparso subordinato a un’esigenza, ormai diffusa, di saturare scenicamente ogni spazio e alla tendenza, purtroppo parimenti diffusa, di considerare la musica manipolabile a proprio arbitrio. Non può infatti essere ritenuto un dettaglio il fatto che l’alterazione della struttura musicale, peraltro non determinata da fattori musicali, incide e pregiudica in modo sensibile la funzione drammaturgica del brano, il quale richiama, e non a caso, i temi conclusivi del secondo atto e assolve alla funzione di aprire una pagina di riflessione sul tormento di Des Grieux, nel momento della separazione da Manon.
D’altra parte, che la manipolazione della sequenza dei brani non attinga ad una motivazione musicale profonda, lo ha reso palese lo stesso regista nelle dichiarazioni che ha rilasciato alla Gazzetta di Parma, stando alle quali l’intermezzo, collocato dopo l’intervallo, a suo molto personale avviso “…si butta un po’ via…”. Una non richiesta lezione al maestro Puccini, il quale, per fortuna, superando le mediocrità e le manipolazioni, è comunque rimasto, con la sua straordinaria sensibilità musicale, l’unico indiscusso vincitore della serata.
La produzione, di medio livello per i motivi spiegati, è stata comunque accolta con applausi calorosi, seppur non entusiastici, ma solo per gli interpreti principali.

























