Mahler Sinfonia 5 • Jordan
- Lorenzo Giovati
- 24 lug
- Tempo di lettura: 3 min
Monaco-Ville, Palais Princier. 9 Luglio 2026.
In una serata segnata da un’umidità degna delle mangrovie tropicali, nel magnifico cortile interno del Palais Princier di Monaco, tanto scenografico, quanto sorvegliato con il rigore di un penitenziario di massima sicurezza, si è inaugurata la rassegna estiva dell’Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo. Il concerto di apertura ha proposto la Quinta Sinfonia di Gustav Mahler, affidata alla direzione del maestro Philippe Jordan.
La particolare conformazione del cortile, racchiuso su quattro lati dalle pareti del Palazzo e aperto soltanto verso l’alto, ha restituito un’acustica abbastanza nitida e omogenea, dotata di buona proiezione, sebbene non sufficientemente analitica da permettere una percezione minuziosa di ogni dettaglio della compagine orchestrale. Le condizioni di ascolto hanno comunque consentito di cogliere con chiarezza l’impostazione del maestro Jordan, che ha offerto una lettura elegante e accuratamente rifinita, benché non sempre omogenea nei risultati. La concezione generale è apparsa salda e consapevole, ma ha conosciuto alcune discontinuità tra i diversi movimenti e non ha sempre raggiunto quella tensione necessaria a conferire all’intera architettura sinfonica un carattere realmente unitario.
La celebre marcia funebre iniziale ha preso avvio con grande precisione e con un tempo piuttosto disteso. Jordan ne ha controllato con sicurezza il passo solenne, ma è mancata una più marcata inquietudine espressiva, fatta di fratture, esitazioni e improvvise accensioni che rendono questo movimento così tormentato. Ne è derivata un’esecuzione solida, ma non particolarmente coinvolgente sul piano emotivo.
Il secondo movimento ha mostrato una maggiore energia e un carattere più nervoso. Il maestro Jordan ne ha valorizzato gli scatti repentini, i contrasti dinamici e la complessità delle sovrapposizioni orchestrali, senza tuttavia ricercare quella durezza aspra e quasi brutale che spesso caratterizza le interpretazioni più radicali di questa pagina. Ha prevalso invece un andamento relativamente morbido, sostenuto da un fraseggio curato e da un’attenta gerarchia delle voci. Le linee secondarie sono emerse con chiarezza e i diversi episodi si sono succeduti con buona coerenza, ma anche in questo caso la lettura, pur corretta e ben costruita, non si è imposta per una particolare originalità di visione.
Più persuasivo è risultato lo Scherzo, ben caratterizzato nello spirito, nei rubati e nelle intenzioni espressive. Jordan ha governato con naturalezza le continue variazioni di passo e di accento, dando al movimento una mobilità fluida e una piacevole scioltezza. Non sempre è emerso pienamente il carattere danzante, saltellante e sottilmente viennese della partitura, ma la conduzione ha conservato vivacità e buon gusto. La grande melodia si è dispiegata con spontaneità, senza che il direttore abbia insistito in un lavoro di cesello particolarmente minuzioso sui singoli timbri. Il risultato è stato nondimeno godibile, ben proporzionato e musicalmente comunicativo.
Il celeberrimo Adagietto si è disteso lungo un tempo estremamente lento. La scelta ha rivelato con chiarezza l’intenzione del maestro Jordan di accentuare la dimensione elegiaca della pagina, ricercando una contemplazione assorta. La lentezza, tuttavia, non è stata sempre sostenuta da una profondità sonora e da una tensione del fraseggio sufficienti a giustificarne fino in fondo l’ampiezza. In alcuni passaggi il discorso ha quindi assunto un andamento lievemente faticoso, mentre l’insistenza sul carattere elegiaco ha finito talvolta per appesantire una pagina che richiede, anche nei tempi più distesi, continuità del respiro e luminosità della linea. A limitarne l’efficacia hanno contribuito anche alcune caratteristiche dell’orchestra, il cui suono, pur preciso e ben amalgamato, non ha posseduto quella profondità e quella ricchezza di armonici che una simile concezione avrebbe richiesto.
Il momento più riuscito della serata è stato probabilmente il Rondò-Finale. Qui il maestro Jordan ha trovato un equilibrio più convincente tra chiarezza formale, mobilità ritmica ed espansione sonora. Il fraseggio è apparso elegante e flessibile, i dettagli timbrici sono stati messi in luce con intelligenza e i giochi di volumi e intensità hanno conferito al movimento una progressiva vitalità. Il finale ha raggiunto così una forza persuasiva che era mancata ad alcuni dei movimenti precedenti, chiudendo la sinfonia con slancio, precisione e piena convinzione.
L’Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo ha offerto una prova diligente e complessivamente sicura. Gli archi hanno mostrato compattezza, precisione e una buona uniformità di suono; altrettanto apprezzabile è risultata la tenuta dei legni, puntuali negli interventi e ben integrati nell’insieme. Gli ottoni non hanno invece sempre brillato per rotondità e profondità, con qualche limite nella sezione dei corni. Nel complesso, l’orchestra ha restituito un suono coeso, pulito ed efficace, ma non particolarmente profondo, né naturalmente predisposto a un’indagine minuziosa delle stratificazioni timbriche e delle molteplici sfumature della scrittura mahleriana. Il maestro Jordan ha valorizzato soprattutto le sonorità più scure della compagine e ha ottenuto dall’orchestra una risposta attenta, disciplinata e aderente alle proprie intenzioni.
Ne è risultata una Quinta Sinfonia scenograficamente affascinante e musicalmente godibile, sostenuta da una direzione elegante e da una compagine orchestrale compatta. La lettura ha offerto diversi momenti di autentica qualità, soprattutto nel movimento conclusivo, ma è apparsa nel complesso leggermente discontinua e non sempre pienamente convincente nel raccordare le differenti anime della sinfonia in una visione unitaria.




