Beethoven e Bruckner • Jordan
- Lorenzo Giovati
- 6 giu
- Tempo di lettura: 5 min
Firenze, Teatro del Maggio. 28 Maggio 2026.
Era il 2022 quando il maestro Philippe Jordan saliva sul podio della Sala Grande del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, davanti a un pubblico ancora disposto in poltrone separate per gli strascichi della pandemia. Nel 2026 il maestro svizzero è tornato a dirigere l’Orchestra del Maggio, ma nella Sala Zubin Mehta, con un programma che, pur diverso nei titoli, ha riproposto una linea d’ascolto molto affine a quella di allora. Se nel 2022 Jordan aveva accostato l’ouverture dal Coriolano di Beethoven, alcuni Lieder di Berg e la Settima Sinfonia di Bruckner, in questa occasione ha proposto la Leonore n. 3, il Concerto n. 3 per pianoforte e orchestra di Beethoven e la Quarta Sinfonia di Bruckner. Ancora una volta, dunque, il binomio Beethoven e Bruckner come fil rouge di una serata costruita su due mondi musicali diversi, ma accomunati da un’idea altissima della forma, della tensione architettonica e della progressione drammatica.
Il gesto eccellente del maestro Jordan gli ha consentito di imprimere ai brani eseguiti un carattere personale, vivace e al tempo stesso elegantissimo. La sua direzione si è distinta per precisione, compattezza tra le sezioni e una cura del fraseggio orchestrale sempre sorvegliata, mai lasciata all’effetto immediato. Il maestro Jordan ha cercato costantemente una chiarezza di disegno, una nobiltà del suono e una misura espressiva che hanno dato alla serata un’impronta coerente e assai raffinata. L’unica nota dolente è arrivata da una qualità orchestrale non sempre inappuntabile. L’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, impegnata in un periodo fitto di appuntamenti legati al Festival, non ha garantito in ogni momento lo stesso livello di compattezza e di rifinitura. L’esito complessivo, tuttavia, non ne è stato completamente compromesso, poiché l’orchestra si è comunque fatta apprezzare per pienezza sonora, qualità dell’insieme e buona tenuta generale. La sezione dei fiati ha offerto momenti di notevole precisione; gli archi, dal colore scuro e corposo, hanno aggiunto profondità all’impasto orchestrale. Eccellenti sono risultate le percussioni, così come trombe e tromboni, solidi e ben integrati nel tessuto sonoro. Qualche riserva va invece espressa sui corni, soprattutto nell’incipit della Quarta Sinfonia di Bruckner, dove l’intonazione è stata raggiunta con evidente fatica, prolungata per tutta la durata dell'inizio. Anche nel prosieguo della sinfonia la sezione non è sempre apparsa del tutto sicura. In Beethoven, e in alcuni punti dello stesso Bruckner, anche la sezione dei violini non è parsa perfettamente coesa. In particolare, i leggii più arretrati hanno usato poco arco e sono spesso sembrati in lieve ritardo rispetto alle prime file, creando scollamenti percepibili, soprattutto nel finale della Leonore n. 3 e, in misura minore, anche nel Concerto per pianoforte.
La serata si è aperta quindi con la Leonore n. 3, ovvero uno dei tentativi beethoveniani, magnifico ma non definitivo, di trovare un’ouverture adeguata a Fidelio, unico capolavoro operistico del compositore. La direzione del maestro Jordan si è imposta nel solco di un’esecuzione di ottimo livello. Il gesto, elegantissimo, si è riflesso nella cura del fraseggio, nella definizione delle cellule ritmiche e in una tensione drammatica sempre presente, ma mai esasperata. La vivacità dell’impianto non ha ceduto alla retorica dell’energia, e proprio per questo l’ouverture ha conservato una sua limpidezza formale, sostenuta da un controllo molto saldo dei piani dinamici e della progressione teatrale.
Il Concerto per pianoforte n. 3 ha brillato anche per merito del solista, l’eccellente Jan Lisiecki, che con i concerti beethoveniani ha da tempo un rapporto di particolare affinità, avendoli anche diretti e avendo segnato con essi uno dei suoi esordi discografici più rilevanti. L’esecuzione di Lisiecki è stata impeccabile sotto ogni aspetto. Il tocco è apparso morbido ma deciso, il pianismo rotondo e fluido, l’articolazione sempre limpida. Ogni nota è stata pensata, pesata, inserita in un discorso coerente, tanto nello stile dell’esecuzione, quanto nella comprensione del linguaggio beethoveniano. Ne è emersa un’interpretazione di grande eleganza, tecnicamente saldissima e musicalmente sorvegliata, che il pubblico ha dimostrato di apprezzare con particolare calore.
Il maestro Jordan, dal canto suo, ha firmato una direzione molto attenta, perfettamente in linea con il proprio stile. Ha lavorato sulle tinte, sui colori, sulle dinamiche e sul rapporto tra solista e orchestra con grande senso musicale, evitando tanto, l’accompagnamento passivo, quanto ogni invadenza direttoriale. Il dialogo tra pianoforte e compagine orchestrale è risultato equilibrato e l’intero concerto ha trovato una misura espressiva nobile.
Inaspettato e particolarmente felice è stato il bis concesso dal pianista, affiancato dallo stesso maestro Jordan in un’esecuzione a quattro mani della Marcia n. 1 dalle Tre marce op. 45 di Ludwig van Beethoven. Il momento, per raffinatezza e naturalezza, ha aggiunto alla serata una parentesi preziosa, accolta con evidente entusiasmo dal pubblico.
Particolare interesse ha destato l’esecuzione della Quarta Sinfonia di Anton Bruckner. La vicenda editoriale dell’opera è notoriamente complessa. Bruckner, compositore incline al ripensamento e alla revisione continua, è intervenuto più volte sulla sinfonia, lasciando una stratificazione di versioni, sette per essere precisi, che ancora oggi costituisce un nodo centrale per interpreti, studiosi e direttori. Le redazioni che hanno conosciuto maggiore fortuna sono quelle legate alle edizioni Haas e Nowak, punti di riferimento essenziali nella tradizione esecutiva bruckneriana. Per questo ha sorpreso la scelta del maestro Jordan di proporre la rarissima versione Schalk e Löwe, una scelta tutt’altro che secondaria e che il programma di sala avrebbe dovuto segnalare con maggiore chiarezza. Tacere l’edizione, in Bruckner, significa omettere un dato fondamentale, perché le differenze tra le varie versioni non sono marginali, ma incidono direttamente sulla forma, sull’orchestrazione e sulla musica stessa, con conseguenze particolarmente evidenti soprattutto nello Scherzo. Al di là delle pur necessarie questioni filologiche, l’esecuzione si è fatta molto apprezzare per il nitore dell’interpretazione del maestro Jordan. Il suo è stato un Bruckner molto classico, non eccessivamente tedesco, né appesantito nelle sonorità, più leggero nella conduzione del discorso, ma comunque solidamente radicato in una concezione tradizionale della forma. Le architetture bruckneriane, spesso paragonate a cattedrali gotiche, hanno mantenuto la loro imponenza senza perdere slancio. Il maestro Jordan ha evitato ogni monumentalismo fine a sé stesso e ha preferito costruire la sinfonia attraverso tensioni ben calibrate, crescendo attentamente governati e un senso molto netto della direzione musicale.
Il primo movimento è risultato particolarmente efficace per forza espressiva e capacità di articolare i grandi blocchi sonori senza renderli statici. Il terzo movimento ha trovato una riuscita notevole nella sua evocazione incalzante della battuta di caccia, con un carattere vivido, scolpito, ma mai grossolano. Ne è emerso un Bruckner tutt’altro che piatto, anzi molto ben realizzato.
Nel complesso, il concerto ha confermato la statura del maestro Philippe Jordan, direttore di gesto lucidissimo, elegante e profondamente musicale. Pur con alcune riserve sulla resa non sempre omogenea dell’orchestra, la serata ha offerto momenti di autentico valore interpretativo ed è stata accolta con grande favore dal pubblico. Un bellissimo concerto, costruito con intelligenza, diretto con classe e animato da una visione musicale di rara finezza.
















