Lohengrin • Stenz
- Lorenzo Giovati
- 12 mag
- Tempo di lettura: 4 min
Venezia, Teatro La Fenice. 26 Aprile 2026.
Solitamente le ultime recite operistiche, specialmente quelle della domenica pomeriggio, raccolgono un pubblico che arriva in teatro già consapevole, almeno in parte, di ciò che lo attende in scena, avendo attinto ad impressioni circolate nei giorni precedenti, a recensioni e a inevitabili voci di corridoio. Quello che però nessuno degli spettatori presenti alla Fenice avrebbe potuto immaginare era di assistere in prima persona a un momento destinato a rimanere nella storia recente del teatro veneziano. Proprio pochi istanti prima dell’attacco del celeberrimo preludio del terzo atto del Lohengrin di Richard Wagner è infatti giunta la notizia della rottura del contratto con la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, al centro, come è fin troppo noto, di una diatriba molto politica e molto poco artistica, che è scaturita, a seguito della sua imposizione quale direttrice artistica del Teatro, in ragione del metodo seguito e del suo inadeguato curriculum professionale.
La reazione della sala è stata immediata e travolgente: una lunga ovazione, condivisa e spontanea, che ha trasformato quell’istante in momento di celebrazione di una resistenza collettiva e che ha inevitabilmente segnato l’atmosfera dell’intera rappresentazione. Al di là delle considerazioni extra-musicali, su cui è bene stendere un pietoso velo, va rimarcato che la produzione programmata avrebbe comunque lasciato un ricordo assai positivo anche per i suoi meriti artistici e musicali.
La riuscita di questo Lohengrin va attribuita in larga parte alla bacchetta esperta del maestro Markus Stenz, interprete di grande esperienza nel repertorio tedesco, che ha affrontato la complessa partitura wagneriana con sicurezza e con pieno controllo. La sua lettura è risultata solida, attentissima agli equilibri e mai approssimativa, sostenuta da una notevole capacità di gestione dei rapporti con il palcoscenico e da una visione d’insieme sempre coerente. Stenz ha costruito un Wagner teso, ma non pesante, capace di mantenere continuità drammatica senza indulgere in sonorità eccessivamente monumentali. Il fraseggio orchestrale è apparso curato, fluido, spesso elegantemente scolpito, con una notevole attenzione alla trasparenza delle linee.
Eccellente è stata anche la prova dell’Orchestra del Teatro La Fenice, che ha mostrato grande concentrazione e una qualità timbrica davvero rimarchevole. Gli archi hanno saputo offrire sonorità espressive e ricche di sfumature, mentre gli ottoni, in particolare le trombe collocate sui palchi e fuori scena, hanno impressionato per precisione, rotondità del suono e sicurezza. Molto raffinati anche i fiati, delicati e ben amalgamati, efficaci le percussioni. Dopo la notizia del licenziamento, l’energia sprigionata nel preludio del terzo atto è sembrata quasi incendiaria: l’orchestra ha suonato con una tensione e una partecipazione tali da richiamare, per vitalità e slancio esecutivo, gli orchestrali di Teodor Currentzis, celebri proprio per il coinvolgimento fisico ed emotivo del loro modo di fare musica.
Straordinaria è apparsa pure la prova delle masse corali. Il Coro del Teatro La Fenice preparato dal maestro Alfonso Caiani e l’Hungarian National Male Choir guidato dal maestro Richárd Riederauer hanno offerto una prova di altissimo livello per compattezza, volume e precisione, contribuendo in maniera decisiva alla riuscita complessiva dello spettacolo.
Più alterno, invece, è risultato il livello del palcoscenico, pur registrando punte di assoluto rilievo.
Tra queste spicca certamente il Lohengrin di Brian Jagde, interprete che ha convinto ben oltre la già notevole impresa tecnica di affrontare quasi quattro ore di musica wagneriana in lingua tedesca. Il tenore americano ha delineato un personaggio credibile e partecipe, sostenuto da un timbro lievemente scuro e da un canto misurato, mai gratuitamente stentoreo, pur mantenendo la necessaria dimensione eroica. Il fraseggio è apparso curato e sensibile, capace anche di morbidezze inattese, soprattutto nei momenti più lirici. Fin dalla difficile narrazione iniziale legata al cigno, la sua interpretazione ha evitato la mera esibizione di efficienza vocale, costruendo invece un Lohengrin umano, autorevole e teatralmente convincente.
Meno entusiasmante, pur rimanendo pienamente credibile sul piano teatrale, la Elsa von Brabant di Dorothea Herbert. L’interprete ha costruito una figura psicologicamente interessante e sfaccettata, riuscendo a restituire bene le fragilità e le inquietudini del personaggio. Vocalmente, però, la prova è sembrata meno incisiva. Il canto è rimasto corretto e intonato, ma non sempre sostenuto da un fraseggio davvero memorabile, con qualche segno di affaticamento emerso soprattutto nei momenti di maggiore tensione.
Ha convinto invece pienamente Claudio Otelli nei panni di Friedrich von Telramund. La sua è stata una prova di grande forza teatrale e vocale, costruita su una vocalità sicura e autorevole e su un fraseggio scolpito con notevole precisione. L’intensità impressa al personaggio ha restituito un Telramund credibile, energico e drammaticamente efficace.
Più problematica la Ortrud di Chiara Mogini, convincente sul piano interpretativo per intensità e presenza scenica, ma meno sul versante strettamente vocale. Il canto è stato infatti spesso eccessivamente spinto, talvolta quasi gridato, pur mantenendo generalmente l’intonazione.
Non ha convinto pienamente nemmeno Andrea Silvestrelli nel ruolo di Heinrich der Vogler, accolto anche da qualche isolata contestazione. Il timbro è apparso poco seducente e non sempre saldo nell’intonazione, pur a fronte di una presenza scenica adeguata.
Più positiva invece la prova di Äneas Humm come Heerrufer des Königs, sicuro vocalmente e sciolto nella resa scenica.
Hanno completato efficacemente il cast Ester Salaro, Alessia Pavan, Da Hye Youn e Francesca Poropat nei Vier Edelknaben, insieme a Pietro Ceccato e Leo Mannise.
La regia di Damiano Michieletto, proveniente dall’Opera di Roma dove aveva debuttato alcuni mesi fa, è risultata infine intelligente e visibilmente frutto di una visione teatrale elaborata, pur con qualche limite. Tra uova, liquidi infiammabili e vasche da bagno, è emersa chiaramente la mano di un regista di talento, ricco di idee e di citazioni simboliche spesso interessanti, anche se non sempre immediatamente decifrabili. A lungo andare, soprattutto nella parte centrale dello spettacolo, la scena è declinata verso una certa staticità, eccezion fatta per il finale, decisamente più incisivo. Il cigno di Lohengrin è diventato una bara infantile con il simbolo dell’animale in rilievo, contenente idealmente il fratello di Elsa, presenza fisicamente evocata in scena da un figurante. L’uovo, simbolo evidente di nascita e rigenerazione, è ritornato più volte come elemento chiave di questa lettura. Una visione sicuramente personale e talentuosa, anche se talvolta eccessivamente concettosa e non sempre del tutto risolta.
Ne è emerso comunque uno spettacolo musicalmente pregevole e complessivamente coerente, intelligente e coinvolgente, capace di coniugare qualità esecutiva, forza teatrale e intensità emotiva. Una produzione che ha confermato ancora una volta l’eccellenza del Teatro La Fenice e che, anche per le circostanze eccezionali che l’hanno accompagnata, difficilmente verrà dimenticata dal pubblico veneziano.



























