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Gotterdammerung • Young

  • Lorenzo Giovati
  • 13 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Milano, Teatro alla Scala. 17 Febbraio 2026.

Iniziato nel novembre 2024, il nuovo Der Ring des Nibelungen al Teatro alla Scala si è concluso nel febbraio 2026 con l’approdo alla sua quarta e ultima tappa, Götterdämmerung, terza giornata del ciclo. Prima di dare avvio ai due cicli completi programmati per la primavera, si è scelto di proporre isolatamente l’opera conclusiva, quasi a suggello simbolico di un percorso che, sin dall’inizio, è stato concepito come un organismo unitario. Sul podio si sono alternati, come già nelle precedenti opere, Alexander Soddy e Simone Young, subentrati due anni or sono a Christian Thielemann dopo il suo noto forfait.


Simone Young ha affrontato l’ultima giornata con gesto saldo e pensiero architettonico chiarissimo, privilegiando la visione d’insieme e la compattezza del discorso sonoro rispetto a un’indagine minuziosa dei dettagli infinitesimali della partitura. La sua lettura, tesa e sorvegliata, ha saputo coniugare lucidità analitica e slancio narrativo: i tempi, generalmente rapidi, non hanno mai compromesso la coerenza formale, ma anzi hanno restituito l’idea di un flusso ininterrotto, di un destino che procede inesorabile verso la catastrofe finale. L’orchestra del Teatro alla Scala ha risposto con disciplina e qualità timbrica, distinguendosi in particolare negli archi, duttili e compatti, e nei legni, morbidi e perfettamente intonati. Le percussioni si sono rivelate incisive e puntuali, contribuendo a scolpire i momenti più drammatici, mentre qualche persistente asprezza negli ottoni non ha tuttavia inficiato la solidità complessiva dell’esecuzione. Il vertice interpretativo si è raggiunto nel finale, di travolgente potenza espressiva: un’immensa arcata sonora che, senza compiacimenti retorici, ha condotto con implacabile logicità alla dissoluzione del Walhalla.

Ottima anche la prestazione del coro, nell’unica ma significativa apparizione nel Ring.


Il cast vocale ha confermato l’elevato livello già apprezzato nelle precedenti giornate. In primo piano i due protagonisti, Siegfried e Brünnhilde, affidati rispettivamente a Klaus Florian Vogt e Camilla Nylund. Vogt si è riconfermato interprete di riferimento del ruolo: la voce, di timbro chiaro e luminoso, conserva una pasta wagneriana, proiettata con sicurezza e sempre sorretta da un’attenzione scrupolosa alla parola. Non meno convincente la sua presenza scenica, coerente con un’idea di Siegfried eroico nei tratti esteriori, ma ingenuo nella sostanza. Camilla Nylund ha offerto una Brünnhilde di nobile temperamento, sostenuta da un’emissione morbida e costantemente intonata. Se nei grandi slanci drammatici ha mostrato fermezza e autorità, è soprattutto negli episodi più lirici che la sua voce ha saputo distendersi con particolare smalto, conquistando consensi calorosissimi e pienamente meritati.


Nel ruolo di Hagen si è imposto l’eccellente Günther Groissböck, artista di straordinaria possanza vocale e di magnetica presenza scenica. Il suo Hagen, oscuro e minaccioso, senza cadere nell’eccesso caricaturale, ha dominato la scena in ogni intervento, con accenti scolpiti e proiezione imponente. Di segno diverso, ma altrettanto pregevole, la prova di Russell Braun nel ruolo di Gunther, delineato con canto morbido e fraseggio nobile, sostenuto da una voce omogenea e ben timbrata.


Fra i ruoli di contorno si sono distinti in modo particolare Johannes Martin Kränzle, nuovamente nei panni di Alberich, incisivo e teatrale; Olga Bezsmertna, Gutrune di elegante linea vocale; e Nina Stemme, Waltraute di autorevole intensità espressiva, già memorabile Brünnhilde scaligera sotto la direzione di Daniel Barenboim. A completare il quadro, con professionalità e coerenza stilistica, Lea-Ann Dunbar (Woglinde), Svetlina Stoyanova (Wellgunde), Virginie Verrez (Flosshilde) e Christa Mayer (Prima Norna).


La regia di David McVicar si è confermata un autentico capolavoro d’intelligenza teatrale. Molti elementi scenici, già introdotti nelle precedenti giornate, sono ritornati qui con funzione quasi tematica, come veri e propri Leitmotive visivi che hanno rinsaldato l’unità del ciclo. Particolarmente suggestivo il finale, in cui un uomo vaga solitario sul palcoscenico, mentre musica e luci si spengono lentamente: lo stesso personaggio che apriva Das Rheingold nel 2024, a chiudere un cerchio simbolico di straordinaria efficacia. McVicar ha costruito un universo lugubre e decadente, in cui l’idea della fine è inscritta fin dall’origine. Non si tratta di una regia provocatoria o intellettualisticamente stratificata come talune produzioni di Bayreuth, spesso (per non scrivere sempre) peraltro oggetto di accese contestazioni, bensì di una visione coerente e profondamente teatrale, capace di accompagnare lo spettatore con chiarezza narrativa e raffinatezza estetica. Le scene, di grande suggestione visiva, sono curate con meticolosità; le luci, sapientemente gestite, amplificano la tensione drammatica e la bellezza plastica delle immagini. È una regia di luminoso talento, fra le più compiute nell’alveo di una tradizione classica del Ring, destinata probabilmente a essere pienamente apprezzata quando il ciclo verrà eseguito in stretta continuità, permettendo di coglierne appieno il disegno unitario.


Questo Götterdämmerung ha rappresentato dunque una chiusura di altissimo livello, non soltanto per la qualità musicale e teatrale, ma per la coerenza complessiva del progetto. L’esecuzione integrale del Ring in una sola settimana, prevista per marzo secondo un’idea più conforme alle intenzioni di Wagner, si annuncia come il banco di prova definitivo di un lavoro che ha già mostrato solidità, ambizione e una chiara visione artistica.


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