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Beethoven Sinfonia 9 • Uryupin

  • Lorenzo Giovati
  • 10 gen
  • Tempo di lettura: 3 min

Parma, Auditorium Paganini. 31 Dicembre 2025.

Da alcuni anni la Filarmonica Toscanini di Parma ha scelto di aderire a una tradizione molto diffusa nel panorama europeo, proponendo la sera del 31 dicembre e la mattina del 1º gennaio l’esecuzione della Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven. Anche quest’anno quindi l’“immortale” capolavoro del genio tedesco è tornato a chiudere l’anno musicale parmigiano, affidato alla direzione del giovane Valentin Uryupin.


La lettura proposta dal maestro ucraino si è collocata nel segno di una consapevole sobrietà. Pur attraversata da alcune scelte esecutive non ineccepibili, la Nona del maestro Uryupin si è distinta per una rigorosa correttezza, senza caratterizzarsi con ambizioni di rilettura innovativa o con visioni particolarmente personali. Una Nona che ha rivelato di conoscere e rispettare i propri colori e le proprie sfumature, ma che è parsa rinunciare a priori ad ogni un approfondimento analitico del dettaglio, alla ricerca di un’empatia palpabile e alla costruzione di un’autentica tensione innovativa. A ciò si è aggiunto un gesto direttoriale talvolta complesso, non sempre in grado, almeno così è sembrato, di trasmettere sicurezza agli orchestrali.


Il primo movimento ha risentito di un’impostazione piuttosto metronomica: il tempo, sostanzialmente invariato dall’inizio alla fine, non ha esplorato, né distensioni, né concentrazioni significative. Ne è derivata una certa uniformità espressiva che ha attenuato, tanto i momenti di maggiore cantabilità, quanto quelli di più marcato carattere drammatico, livellandoli su un medesimo piano.


Nel secondo movimento sono emerse invece alcune incertezze di concertazione. Le sezioni orchestrali, in particolare archi e fiati, ha palesato di tendere talora a rincorrersi, senza che la direzione riuscisse sempre a garantire un saldo controllo del tempo e una scansione davvero incisiva. Più convincente, per contro, la parte centrale del movimento, dove si è affermata una cantabilità maggiormente distesa e naturale.


Il terzo movimento si è aperto con battute iniziali troppo affrettate, mentre il resto dell’Adagio ha trovato un equilibrio più plausibile, evitando dilatazioni eccessive. Apprezzabili sono state la linearità del discorso musicale e il nitore del fraseggio, meno soddisfacenti invece i fortissimi, mai davvero ampi o sonoramente opulenti.


Il quarto movimento si è sviluppato su un tempo complessivamente tranquillo, lontano da qualsiasi frenesia. L’Inno alla gioia è stato scolpito con chiarezza soprattutto dagli archi, più che dai fiati, e l’intera sezione vocale è stata gestita con solidità e sicurezza. La marcia affidata al tenore è risultata invece eccessivamente veloce. Ben risolta la ripresa conclusiva dell’Inno e il finale: una lettura tradizionale, priva di eccessi, corretta e ben costruita.

Buona è risultata la prova del quartetto solistico: di voce ampia e ben intonata il basso Ben McAteer; corretto il tenore Moises Marin; squillante il soprano Jade Phoenix; intonato il mezzosoprano Jose Maria Lo Monaco.


Elemento determinante per la riuscita del quarto movimento è stato senza dubbio il Coro del Teatro Regio di Parma, che si è confermato, per l’ennesima volta, un complesso di alto livello per volume, compattezza e morbidezza del suono. Il coro ha saputo sostenere e, in parte, risollevare le sorti del movimento, riempiendo la sala di quel peso sonoro che è indispensabile per una Nona beethoveniana pienamente efficace.


Resta infine da considerare la prova della Filarmonica Toscanini, apparsa, rispetto allo scorso anno, penalizzata da una generale scarsità di suono. La dinamica ha oscillato tra il piano e il forte senza mai raggiungere un vero fortissimo, complice anche un organico forse non particolarmente numeroso. Ciò ha messo in evidenza alcune criticità: ottoni non sempre precisi nell’intonazione e nella rotondità dell’emissione, fiati poco coordinati, archi di spessore limitato, mentre le percussioni si sono positivamente distinte per la loro precisione. Una prova che non ha compromesso la qualità complessiva dell’esecuzione, ma ne ha senz’altro attenuato l’impatto e la forza espressiva.


Nel complesso, una Nona di Beethoven discreta,  meritatamente accolta con favore dal pubblico, pur senza lasciare un segno particolarmente profondo. 


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