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Beethoven Sinfonia 9 • Mehta

  • Lorenzo Giovati
  • 13 mag
  • Tempo di lettura: 4 min

Firenze, Teatro del Maggio. 29 Aprile 2026.

Numerose e doverose sono state, nel corso degli ultimi mesi, le celebrazioni dedicate al novantesimo compleanno del maestro Zubin Mehta, figura entrata nella storia dell’interpretazione orchestrale del secondo Novecento e del nostro tempo: Vienna, Monaco, Berlino: città che ne hanno consacrato il prestigio internazionale e nelle quali il direttore indiano ha lasciato un’impronta profonda, tanto artistica quanto umana. Eppure, nel giorno stesso del suo compleanno, Mehta ha scelto di festeggiare a Firenze. Una scelta che assume quasi il valore di un ritorno alle proprie radici artistiche. Il rapporto tra il maestro e il Maggio Musicale Fiorentino appartiene infatti a quelle rare vicende di autentica simbiosi fra un direttore e la sua orchestra, fra un musicista e una città.


Il debutto fiorentino di Mehta avvenne l’11 febbraio 1962 al Teatro Comunale con la Prima Sinfonia di Mahler, allora ancora raramente eseguita in Italia, accanto a Friedrich Gulda nel Concerto di Schumann. Da quel momento si è sviluppato un sodalizio destinato a segnare la storia musicale della città: dalla memorabile Traviata del 1964 fino alle leggendarie produzioni del Festival del 1969, fra cui l’Aida e il Fidelio firmato da Giorgio Strehler.  Dal 1985 Mehta è divenuto direttore principale del Maggio, incarico mantenuto fino al 2017, quando gli venne conferito il titolo di direttore onorario a vita.  Oltre duemila spettacoli fra opere, concerti e tournée testimoniano un legame difficilmente paragonabile ad altri nella storia musicale italiana recente.


Era dunque inevitabile che la serata del 29 aprile assumesse il carattere di un evento affettuoso e sentito. L’atmosfera al Maggio aveva qualcosa di sinceramente emozionante. Il palcoscenico adornato di fiori, la mostra fotografica allestita nel foyer, il prezioso libretto di sala ricco di testimonianze e di immagini storiche, il pubblico gremito e caloroso, quasi desideroso di restituire al maestro parte dell’affetto ricevuto in oltre sessant’anni di frequentazione fiorentina.


Per un’occasione simile, Mehta ha scelto la Sinfonia n. 9 in re minore op. 125 di Ludwig van Beethoven, pagina monumentale e festosa, divenuta nel tempo simbolo stesso della celebrazione musicale collettiva: eseguita nelle grandi occasioni solenni, dai concerti di Capodanno alle commemorazioni storiche come quella per la caduta del muro di Berlino, fino alle numerose ricorrenze beethoveniane, che già guardano al bicentenario della morte del compositore.


Ciò che ha reso speciale la serata, non è stata tanto la qualità assoluta del risultato musicale, quanto piuttosto la consapevolezza di assistere a un momento storico della storia del Maggio. La presenza stessa di Mehta sul podio, di illustri ospiti in platea come Daniel Barenboim e Plácido Domingo, e la volontà del maestro di affrontare una partitura tanto impervia alla soglia dei novant’anni, hanno conferito all’esecuzione un’aura emotiva difficilmente descrivibile. Si è percepito continuamente il peso della storia, della memoria, della stima reciproca fra direttore e orchestra. Un’emozione dunque reale, profonda, ma non sempre coincidente con un’autentica tensione interpretativa.


L’esecuzione, che è rimasta indubbiamente magica per il contesto descritto, non ha tuttavia convinto pienamente sul piano puramente interpretativo.  

Il primo movimento è apparso subito caratterizzato da tempi molto dilatati, quasi contemplativi, sebbene mai immobili come quelli, ad esempio, di Otto Klemperer. La costruzione è risultata solida e attentamente controllata, inserita in una visione interpretativa che è sembrata privilegiare la continuità del discorso e l’ampiezza dell’arco sinfonico più che il contrasto drammatico o la ricerca di effetti teatrali particolarmente marcati. Alcuni passaggi avrebbero forse richiesto maggiore tensione interna e una più accentuata varietà di chiaroscuri, ma è rimasta evidente la capacità del maestro di mantenere saldo l’impianto architettonico della sinfonia.


Nel secondo movimento si sono avvertiti con maggiore evidenza alcuni limiti esecutivi. Il Molto vivace, pur animato da una discreta energia ritmica, non ha sempre trovato quella nettezza d’accento e quella precisione d’incastro necessarie a sprigionare pienamente la forza propulsiva della pagina. Alcune cellule ritmiche sono risultate meno scolpite del previsto e non sono mancati momentanei scollamenti fra le sezioni orchestrali. Più che sull’impeto travolgente, Mehta è sembrato puntare su una lettura meno febbrile e più misurata del movimento.


Ben più convincente l’Adagio molto e cantabile, terzo movimento, probabilmente il momento più riuscito dell’intera esecuzione. Qui Mehta ha ritrovato una naturalezza espressiva più autentica: la cantabilità delle linee è emersa con sincerità, il fraseggio si è fatto più disteso e lirico, e la grande esperienza del direttore ha permesso alla musica di respirare con spontaneità e con nobiltà di accento.


Anche il Finale ha evidenziato alcune difficoltà di insieme, ma l’impressione generale è stata quella di un movimento concepito come un unico grande arco espressivo, più concentrato sulla dimensione umana e celebrativa della pagina che sulla ricerca di contrasti drammatici particolarmente esasperati. Lontano da molte esecuzioni formalmente impeccabili ma prive di autentica partecipazione, Mehta è riuscito comunque a trasmettere il senso profondamente umano di questa musica, soprattutto nel finale conclusivo, accolto da applausi fragorosi e da una commozione palpabile in tutta la sala.


Adeguato il quartetto vocale. Il soprano Jessica Pratt si è distinto nettamente per qualità tecnica. Il mezzosoprano Szilvia Vörös ha offerto una prova solida, sostenuta da una voce ampia, sonora e perfettamente udibile anche nei momenti di maggiore densità orchestrale. Il tenore Bernard Richter, chiamato a sostituire il collega Ian Koziara, ha mostrato una linea di canto ben emessa e una vocalità chiara e ben proiettata. Molto convincente, infine, il basso Simon Lim, dotato di una voce scura e autorevole.


L’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, abitualmente capace di risultati di altissimo livello, non è sembrata nella sua serata migliore. Gli archi hanno conservato il consueto velluto timbrico e una notevole compattezza, ma il settore degli ottoni si è rivelato meno controllato del solito. Trombe e corni, talvolta dal suono sgraziato e impreciso, hanno provocato in almeno due occasioni evidenti sbandamenti dell’insieme orchestrale, compromettendo momentaneamente la tenuta del discorso musicale.


Di ben altro livello, invece, il Coro del Maggio Musicale Fiorentino preparato dal maestro Lorenzo Fratini, ancora una volta straordinario per compattezza, equilibrio sonoro e precisione d’intonazione.


Più che un concerto memorabile sul piano interpretativo, dunque, questa Nona di Beethoven è stata una serata dal forte valore simbolico ed emotivo. Una celebrazione sincera di un artista che ha contribuito in modo decisivo alla storia musicale fiorentina e internazionale. Dopo i saluti istituzionali e il tradizionale “Tanti auguri” intonato dalle forze del Maggio, il teatro è stato illuminato da una miriade di coriandoli sparati sul palcoscenico, suggellando una serata che resterà nella memoria soprattutto come testimonianza di un legame umano e artistico irripetibile.


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