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Adams, Penderecki e Dvorak • Honeck

Lorenzo Giovati
13 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Lucerna, KKL. 4 Settembre 2026.

Due sere consecutive al KKL hanno consentito di ascoltare la Pittsburgh Symphony Orchestra in due programmi profondamente diversi e di comprendere con particolare chiarezza la qualità raggiunta dalla compagine americana sotto la guida del maestro Manfred Honeck. Dopo il concerto del 3 settembre, la seconda serata svizzera ha costituito una tappa particolarmente significativa della lunga tournée europea dell’orchestra, che ha toccato nove città in sei Paesi con tredici concerti complessivi. Lucerna è stata inoltre una delle sole quattro sedi ad aver ospitato la Pittsburgh per due sere consecutive. Il concerto del 4 settembre ha coinciso, non secondariamente, con le celebrazioni per i cinquant’anni dal debutto di Anne-Sophie Mutter nella città svizzera.

 

In apertura, Short Ride in a Fast Machine di John Adams ha immediatamente messo in evidenza le caratteristiche migliori dell’orchestra. Il maestro Honeck ha impresso alla pagina un passo rapidissimo e una tensione ritmica continua, senza però trasformarne la concitazione in semplice frenesia. L’ostinato ha mantenuto una pulsazione nettissima, mentre l’orchestra ha conservato trasparenza. Gli ottoni, luminosissimi, hanno attraversato la trama con una presenza quasi abbagliante, senza mai coprirla. Ne è risultata un’esecuzione brillante, vivacissima e perfettamente controllata, nella quale la precisione non ha sottratto nulla alla sensazione di moto incessante.

 

Anne-Sophie Mutter è quindi entrata in scena per il Secondo Concerto per violino, Metamorphosen, che Penderecki ha composto espressamente per lei nel 1995 e che occupa un posto particolarmente importante nel suo repertorio.  La violinista ha offerto una prova di altissimo livello. Il suo suono ha acquistato una densità e un corpo particolarmente notevoli, con una componente più scura e compatta di quella punta talvolta più tagliente che appartiene al suo timbro. Il fraseggio ha avuto autorevolezza, l’intonazione è rimasta saldissima e il dialogo con l’orchestra ha trovato nel maestro Honeck una guida attentissima, capace di governare una partitura complessa con gesto sicuro e preparazione evidentissima.

 

A livello puramente musicale, però, è mancata, almeno all’ascolto, una ragione musicale sufficientemente forte che desse necessità alla successione delle note di Penderecki. La scrittura ha accumulato materia, colori e tensioni senza riuscire sempre a trasformarli in un discorso realmente consequenziale. Neppure un’esecuzione tanto accurata è riuscita a modificare l’impressione di una partitura musicalmente assai debole e, in non pochi momenti, francamente non accattivante. Mutter ha poi congedato il pubblico con un bis bachiano, offrendo un contrasto particolarmente efficace con quanto si era appena ascoltato.

 

Tutt’altra impressione ha lasciato, dopo l’intervallo, la Nona Sinfonia di Dvorak. Nel primo movimento il maestro Honeck ha unito energia e nitore interpretativo con rara efficacia. L’Allegro molto ha avuto slancio e gli accenti sono stati marcati con decisione, il ritmo è rimasto teso e la grande massa orchestrale non ha mai perduto compattezza. Particolarmente belli sono risultati i legni, eleganti e perfettamente inseriti nel disegno complessivo, mentre gli archi hanno mostrato quella compattezza che è una delle qualità più evidenti della Pittsburgh.

 

Nel Largo Honeck ha scelto un tempo ampio, ma non immobile, e il corno inglese ha intonato il celeberrimo tema con naturalezza e dolcezza, sostenuto da un’orchestra leggerissima e capace di fraseggiare con straordinaria qualità.

 

Lo Scherzo ha invece spinto l’orchestra in un tempo velocissimo, con un ritmo incisivo. Eppure, gli attacchi sono rimasti perfettamente simultanei, le articolazioni leggibili, i cambi di peso governati con un gesto del maestro Honeck tanto energico quanto preciso.

 

Il finale ha portato queste caratteristiche alla massima evidenza. Corni e tromboni hanno prodotto un suono di impressionante potenza e, soprattutto, di eccezionale luminosità; più che la quantità sonora, ha colpito la qualità della proiezione, aperta e brillante, mai opaca. Il maestro Honeck ha costruito la progressione conclusiva senza allentare la tensione e l’ultima parte della sinfonia ha avuto una forza davvero trascinante, accolta da applausi lunghissimi.

 

Le due serate di Lucerna hanno soprattutto confermato quanto sia eccellente la Pittsburgh Symphony Orchestra. Gli archi hanno mostrato compattezza e flessibilità, i legni una personalità timbrica molto riconoscibile, mentre la sezione degli ottoni si è imposta per brillantezza, precisione e una qualità del suono difficilmente confondibile. Il successo ha portato a due ulteriori bis: la Prima Danza ungherese di Brahms, affrontata con impeto e leggerezza, e infine un Lied di Schubert caro al maestro Honeck, trascritto per orchestra, che ha chiuso la serata in una dimensione completamente diversa, raccolta e quasi sospesa.

 

È stata una conclusione semplice e intelligentemente scelta per un concerto che, al netto delle riserve sulla pagina di Penderecki, ha mostrato una grande orchestra nel pieno possesso dei propri mezzi.


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