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Notturno a Villa Verdi • Muti

Lorenzo Giovati
11 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Sant'Agata, Villa Verdi. 12 Settembre 2026.

Il 12 settembre i cancelli di Villa Verdi a Sant’Agata si sono riaperti per una serata tanto inconsueta, quanto significativa. La dimora del Maestro, chiusa alla normale fruizione pubblica ormai da alcuni anni dopo la lunga e complessa vicenda ereditaria della famiglia Carrara Verdi, è passata definitivamente allo Stato con il decreto di esproprio firmato nel dicembre 2024 e la successiva immissione nel possesso. Da allora l’attesa per il suo recupero si è accompagnata a non poche polemiche, acuitesi durante l’estate di fronte a lavori che, pur avviati, sono rimasti in larga parte invisibili dall’esterno. È in questo clima che il maestro Riccardo Muti ha voluto riportare la musica davanti alla facciata della Villa, non soltanto per celebrare Verdi, ma anche e soprattutto per richiamare l’attenzione sul luogo che più profondamente ne conserva la memoria privata, che però non è disgiungibile da quella creativa.


Sant’Agata non è infatti un luogo verdiano fra gli altri. Il maestro Verdi ne acquistò la proprietà nel 1848, vi si  stabilì dal 1851 e progressivamente trasformò l’originaria casa di campagna, conformandola alle proprie esigenze, nonché intervenendo personalmente nei progetti di ampliamento, nella scelta dei materiali e nella sistemazione della tenuta. Qui la figura pubblica del compositore si è intrecciata con quella, forse altrettanto importante, del proprietario terriero, dell’agricoltore attentissimo ai raccolti, del cultore del giardino, degli alberi e delle piante, dell’uomo che a Sant’Agata cercò quella libertà lontana dai teatri e dalla mondanità che gli era sempre stata particolarmente cara. Non casualmente nel proprio testamento ha imposto agli eredi di conservare la casa, il giardino e persino i prati circostanti nello stato in cui li aveva lasciati, estendendo tale sua volontà anche agli eredi degli eredi.

La tutela della Villa non riguarda dunque soltanto un edificio appartenuto al maestro Verdi, ma rappresenta un luogo che egli stesso plasmò e del quale ha esplicitamente voluto garantire la permanenza.


La serata ha inevitabilmente avuto anche un risvolto istituzionale. Soltanto poche ore prima il maestro Muti, intervenendo a Busseto, aveva usato parole durissime nei confronti dei governi succedutisi negli anni, ai quali aveva imputato l’abbandono della Villa, chiedendo che lo Stato accelerasse il recupero di quella che ha definito una casa appartenente, non soltanto all’Italia, ma al mondo. In serata si sono così trovati in prima fila il ministro della Cultura Alessandro Giuli, il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi e il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti. Dopo un iniziale momento di tensione istituzionale, l’atmosfera di è sciolta e lo stesso maestro Muti ha riconosciuto di avere appreso soltanto allora che alcuni interventi erano già iniziati. Il ministro Giuli ha per parte sua ricordato gli stanziamenti destinati all’acquisizione e alla rigenerazione del complesso e ha assicurato che i cantieri sarebbero presto diventati visibili anche all’esterno.


La serata ha avuto un tono volutamente raccolto. Meno di cento invitati hanno preso posto nel giardino, davanti alla facciata illuminata, mentre il maestro Muti si è seduto a un pianoforte, con il marchio discretamente celato, accompagnando Damiana Mizzi, Mara Gaudenzi, Giovanni Sala, Luca Salsi e Michele Pertusi, ai quali si è aggiunta la flautista Bianca Fiorito. Gli artisti hanno preso parte all’iniziativa a titolo gratuito e la dimensione stessa dell’incontro, priva dell’apparato di un vero concerto pubblico, ha restituito alla musica un carattere quasi domestico, particolarmente adatto a un luogo nel quale Verdi non è stato soltanto il grande uomo di teatro, ma anzitutto il padrone di casa.


Il programma ha percorso con intelligenza alcune pagine del teatro verdiano. Michele Pertusi ha aperto con «Tu sul labbro de’ veggenti» dal Nabucco, seguito da Mara Gaudenzi con «Oh, dischiuso è il firmamento»; Damiana Mizzi ha affrontato «Caro nome» dal Rigoletto, mentre Gaudenzi e Giovanni Sala hanno cantato «Ai nostri monti» dal Trovatore. A Luca Salsi è stata affidata la grande scena di Macbeth.


Proprio prima di «Pietà, rispetto, onore» il maestro Muti si è soffermato su una questione testuale che gli è particolarmente cara. L’aria di Macbeth è entrata per decenni nella tradizione come «Pietà, rispetto, amore», dizione adottata anche da interpreti illustri; l’autografo verdiano, recuperato dall’edizione critica, reca invece «onore», vocabolo assai più coerente con il personaggio e con la sua amara presa di coscienza finale.


Successivamente Giovanni Sala ha proposto «Dal labbro il canto» dal Falstaff. Tutti hanno offerto il proprio contributo con grande generosità, mostrando una familiarità con la parola verdiana che ha costituito il vero denominatore comune della compagnia.


Fra un brano e l’altro il maestro Muti ha accompagnato la musica con numerosi interventi, tornando sui temi che da molti anni costituiscono il nucleo delle sue riflessioni pubbliche. Ha parlato della cultura come elemento necessario alla società, dell’universalità di Verdi, del rapporto fra il compositore e la sua terra e, ancora una volta, del significato del canto come espressione d’amore, secondo il consueto richiamo agostiniano al cantare amantis est. Sono argomenti ormai ben noti a chi ne segue abitualmente le apparizioni, che però il maestro Muti ha inteso giustamente ribadire. Interessante è stato anche il riferimento al Verdi agricoltore e alla meticolosità con cui seguiva campi, alberi e raccolti, posta dal maestro Muti in relazione con la stessa minuzia che il compositore ha riversato nella scrittura musicale.


Il momento più prezioso della parte musicale è arrivato con il Notturno giovanile per tre voci, flauto e pianoforte, pagina di rarissima frequentazione che ha dato il nome all’intera serata. Damiana Mizzi, Giovanni Sala e Michele Pertusi, accompagnati da Bianca Fiorito e dallo stesso maestro Muti, ne hanno restituito la dimensione intima e appartata. La semplicità dell’organico, la presenza del flauto e l’intreccio delle tre voci hanno creato uno dei momenti più autenticamente toccanti dell’incontro, lontano da qualsiasi monumentalità celebrativa.


La conclusione è stata affidata invece a una registrazione. Nel buio del giardino una finestra del primo piano della Villa si è illuminata e dall’interno ha cominciato a risuonare il Lacrimosa della Messa da Requiem, tratto dalle recenti esecuzioni dirette dal maestro Muti al Festival di Salisburgo con i Wiener Philharmoniker, Iwona Sobotka, Marianne Crebassa, Michael Spyres, Maharram Huseynov e il Coro dell’Opera di Vienna. Quelle recite sono state presentate come l’ultimo incontro del maestro Muti con il Requiem verdiano, dopo decenni di frequentazione della partitura.


L’idea scenica ha avuto una sua indubbia suggestività. Il maestro Muti ha riunito a Sant’Agata interpreti di primo piano e ha riportato l’attenzione pubblica su una residenza che, dopo l’acquisizione statale, attende ancora il completo restauro e la restituzione alla normale fruizione. I primi interventi sono stati avviati e il Ministero ha annunciato un programma più ampio di rigenerazione dell’edificio e del giardino. Proprio per questo l’auspicio è che il 12 settembre non rimanga una parentesi comunicativa, destinata a esaurirsi insieme agli applausi, ma contribuisca ad accelerare un percorso ormai non più rinviabile.


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