Berg e Mahler • Currentzis
- Lorenzo Giovati
- 10 giu
- Tempo di lettura: 9 min
Bologna, Auditorium Manzoni. 4 Giugno 2026.
Rari sono i casi in cui si esce da un concerto con le gambe tremanti per il carico di emozioni che si è accumulato. Altrettanto rari, purtroppo, sono i casi in cui, almeno in Italia, si ascolta una grande orchestra sinfonica che è capace di restituire alla musica quella sensazione di necessità e di rivelazione che germina soltanto dalle esecuzioni davvero memorabili. Questo è però stato il risultato dell’esperienza musicale che si è potuta vivere all’Auditorium Manzoni di Bologna lo scorso 4 giugno, sotto il segno del genio del maestro Teodor Currentzis e della sua magnifica Utopia. Un concerto commovente e travolgente, approdo e conclusione italiani di una tournée che, dopo aver portato l’orchestra in alcune tra le più importanti sale d’Europa, è dapprima approdata all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e poi al Bologna Festival.
Il concerto bolognese, è giusto rimarcarlo, ha avuto anche una finalità benefica, essendo stato sostenuto da Illumia, sponsor dell’intero festival, a cui va riconosciuto, non soltanto l’importante merito di utilizzare la grande musica come viatico per attuare iniziative di pregio sociale e umano, ma anche l’apertura mentale, assai apprezzabile in tempi in cui vengono elevate barriere di ogni tipo, di abbracciare in questo impegno modelli artistici tra loro lontani, se non addirittura antitetici, ma tutti capaci di interessare e di coinvolgere, come è stato lo scorso anno, il concerto dei Berliner Philharmoniker diretti dal maestro Riccardo Muti, rispetto a quello di quest’anno, diversissimo, con Utopia e il maestro Currentzis. Questa intelligente laicità è la rappresentazione plastica dell’idea che la musica, come del resto l’arte in generale, non possiede un unico modo legittimo di essere pensata, interpretata e comunicata, ma costituisce un atto creativo inesauribile e sempre esplorabile, se solo chi vi si approccia ne ha le capacità, come è indubitabilmente il caso dei maestri poc’anzi citati, e se solo chi ne fruisce si presta ad accoglierne le interrogazioni e ad accettare il senso di smarrimento che il nuovo può generare.
Nel caso del maestro Currentzis e della sua Utopia, questa tensione si avverte con particolare evidenza. L’orchestra agisce con lui in una sincronia non soltanto musicale, ma anche fisica, dando forma a una simbiosi artistica piena, quasi assoluta. Currentzis mette al servizio della propria idea di musica la totalità di sé stesso: il gesto, il corpo, l’ascolto, il controllo del dettaglio, una ricerca della perfezione che non appare mai come semplice volontà di dominio, ma come emanazione diretta del suo amore e della sua dedizione alla musica. Tutto questo, certamente, può destare sconcerto, perplessità e può indurre persino espressioni di censorio rigetto, perché è naturalmente divisivo. Ma tutto questo propone anche il coraggio di sfidare il conformismo, assai diffuso, perché rassicurante, di ricondurre necessariamente le nostre esperienze nell’alveo degli schemi mentali, culturali e sociali noti, e di percorrere i sentieri, assai affollati, della mediocrità, anziché affrontare il rischio di aprirsi a nuove esplorazioni.
In questo contesto, soffermarsi sulla specificità del gesto, sulle movenze direttoriali inconsuete e sempre diverse, sul rapporto quasi comunitario con l’orchestra, sull’abbigliamento non ortodosso o sull’apparente deritualizzazione dell’evento concertistico, che in realtà conserva una ritualità fortissima, benché fondata su codici differenti, significa rischiare di fermarsi alla superficie. Questi elementi possono certo essere discussi, ma diventano fuorvianti quando vengono isolati dal linguaggio direttoriale di Currentzis e assunti come criteri autonomi, o addirittura prevalenti, di giudizio. Essi non sono aspetti esteriori aggiunti alla musica, ma parti integranti di un modo nuovo di concepire il far musica. Gli esiti stessi lo dimostrano: nulla appare casuale, nulla si riduce a semplice estetica o a istrionismo calcolato. Tutto nasce da prove di estrema intensità, dalla ricerca ostinata di ciò che nella partitura può ancora essere scoperto, da una comunicazione con l’orchestra che non concentra l’attenzione soltanto sulle mani o sul volto, ma offre agli strumentisti un linguaggio più ampio e complesso, che essi comprendono e traducono immediatamente in suono. La direzione di Currentzis respira con tutto il corpo e trasforma il corpo stesso in uno strumento di precisione; a questo si aggiungono uno studio minuzioso dell’acustica di ogni sala e uno scavo personalissimo delle partiture. Solo dentro questa prospettiva si può cogliere il pieno senso dell’esperienza musicale che oggi lui e Utopia offrono al pubblico. Di tutto questo ha potuto godere il pubblico che l’altra sera ha scelto di assistere al concerto bolognese, mostrando di sapersi concedere al piacere di farsi conquistare dal caleidoscopio di emozioni che il maestro Currentzis e Utopia hanno saputo evocare.
La serata si è aperta con lo straordinario Concerto per violino e orchestra di Alban Berg, “Alla memoria di un angelo”. L’angelo, a cui il titolo allude, è notoriamente Manon Gropius, figlia, morta prematuramente, di Alma Mahler e dell’architetto Walter Gropius, che si sposarono dopo la morte di Gustav Mahler, primo marito di Alma. Il legame tra Berg e Mahler, dunque, non è stato soltanto un accostamento di programma, ma una vera connessione storica e biografica. Solista della serata è stata la straordinaria Vilde Frang, il cui violino produce un suono etereo e luminosissimo. La violinista ha incarnato alla perfezione l’angelo del concerto: una voce quasi fantasma, eppure sempre presente, fragile, senza essere evanescente, sospesa, senza perdere corpo. La sua linea è rimasta costantemente attentissima al gesto del maestro Currentzis, che, dirigendole spesso molto vicino, quasi faccia a faccia, è riuscito a plasmarne il suono con grande sensibilità.
Il maestro Currentzis ha trovato in Berg sfumature e idee fuori dall’usuale, come è da lui e come il pubblico si attendeva. Alcuni strumenti si sono alzati in piedi per dialogare con la solista, attuando una scelta che non è affatto priva di fondamento musicale e che non è stata per nulla scenografica. Berg dissemina infatti nella partitura indicazioni musicali che non riguardano soltanto la quantità sonora, ma anche ciò che visivamente deve apparire allo spettatore. In partitura Berg scrive: "Da questo punto in poi, il solista assume il ruolo di guida sui violini e sulle viole – un fatto che diventa chiaramente percepibile al pubblico, sia a livello uditivo che visivo. I violini e le viole devono gradualmente unirsi al solista nella loro parte comune (i primi violini ai punti 170, 173, 175 e 178; i secondi violini al punto 184; e le viole al punto 186) e adattare con precisione la loro esecuzione di conseguenza! Ai punti 188 (viole), 189 (secondi violini) e 192-196 (primi violini), la separazione da questo ensemble avviene in modo altrettanto ostentato". Tali indicazioni hanno quindi ricevuto l’altra sera una compiuta, oltre che interessantissima, attuazione. La Frang, muovendosi tra i violini e facendo risuonare il tema dell’angelo, ha dato infatti l’impressione di risvegliare gli altri strumenti, chiamandoli verso l’alto e contagiandoli con la propria luce. Il concerto è stato diretto come un ultimo respiro di vita: quasi interamente sottovoce, ma attraversato da accenti improvvisi, da apparizioni più marcate, da ferite sonore subito ricondotte a una dimensione di estrema purezza. La prima parte del secondo movimento ha assunto un’intensità molto forte, poi interrotta da due clarinetti che all’unisono hanno ricreato una sonorità simile a quella di un organo da chiesa, aprendo uno squarcio improvviso dentro la materia orchestrale. È stato un momento toccante, capace di togliere il fiato. Il maestro Currentzis ha colto l’essenza più vera del concerto: non soltanto il suo dolore, ma il suo senso di trasfigurazione.
La prima parte del concerto ha quindi meritato gli applausi fragorosi del pubblico.
E’ poi seguita, molto attesa, la Prima Sinfonia di Gustav Mahler. Una composizione inizialmente pensata come un poema sinfonico, che si apre con quel sibilo originario, da cui sembrano emergere, a poco a poco, gli elementi della natura. Fin dall’incipit si è compreso che non si sarebbe ascoltata un’esecuzione consueta. Il maestro Currentzis, non ha puntato su un pianissimo di maniera, ma su un pedale sonoro fitto, denso, incredibilmente materico e allo stesso tempo esile. Per certi versi, quell’inizio ha ricordato l’incipit della Nona Sinfonia di Beethoven per la sensazione di un suono che nasce dal nulla e prende forma davanti all’ascoltatore. Da quel fondo primordiale sono emersi prima i clarinetti, poi le fanfare lontane, memoria di quel paesaggio sonoro militare che apparteneva all’infanzia di Mahler. Di tanto in tanto una voce usciva con leggerezza, quasi a ricreare un vasto insieme di presenze animali che, nel silenzio della natura, facevano emergere una dopo l’altra la propria voce. Non una lettura disneyana, ma una lettura capace di recuperare il significato sotteso all’idea mahleriana. Il maestro Currentzis ha cercato il senso prima ancora dell’esecuzione, in modo tale che l’esecuzione stessa, pur restando aderente alla partitura, contenesse un’intensificazione della sua ragione profonda. Il resto del primo movimento si è disteso con grande sinuosità degli archi e con un tempo ampio, capace di lasciare respirare la musica senza rincorrerne la melodia. Ogni linea è emersa con naturalezza, passando dalla morbidezza iniziale a una progressiva intensificazione del suono. Ne è nata una lunga meditazione sulla natura, attraversata da una gamma sonora impressionante. La coda, scattante, rapidissima e perfettamente all’unisono, ha chiuso il movimento con una precisione folgorante.
Il secondo movimento ha aperto un universo opposto: un attacco ferocissimo, cellule ritmiche dei violoncelli scolpite con nettezza, una danza sfrenata e quasi tellurica, nella quale gli archi hanno sprigionato un’energia incandescente, senza mai perdere controllo. Nella sezione centrale, la materia sonora si è fatta improvvisamente più morbida, elastica, sinuosa. Il maestro Currentzis è spesso entrato dentro l’orchestra, dirigendo da vicino le singole sezioni dei fiati; e ogni volta il suono ha cambiato densità, direzione, temperatura, come se la sua presenza fisica ne modificasse immediatamente la sostanza.
Nel terzo movimento, il celeberrimo “Fra Martino” in minore ha trovato nella contrabbassista Lorraine Campet una protagonista semplicemente straordinaria. La linea affidata da Mahler al contrabbasso, impervia e collocata in una tessitura crudele e spesso problematica nell’intonazione, viene di frequente restituita con una certa instabilità, talvolta quasi deformata nel suo carattere grottesco. La Campet, invece, ne ha offerto un’esecuzione di rara perfezione: suono nitidissimo, intonazione di sorprendente sicurezza, nobiltà timbrica, controllo assoluto della frase. È difficile ricordare questo solo eseguito con una simile limpidezza, anche pensando alle più grandi orchestre del mondo. Da lì il maestro Currentzis ha costruito una marcia funebre ironica, amara, sottilissima, con fiati duttilissimi nei crescendo e diminuendo improvvisi. Il centro del movimento si è aperto come un fascio di luce: un episodio quasi paradisiaco, subito ricondotto alla marcia, dentro una drammaturgia perfettamente coerente.
Il quarto movimento ha rappresentato poi il culmine della serata. L’inizio, rapidissimo e lacerante, è subito dopo esploso con due colpi secchi dell’intera orchestra, simili a due spari. Ogni sezione ha immesso nella musica un’energia sconfinata, poi la tensione si è placata e la melodia degli archi ha cominciato a scorrere con ampiezza, morbidezza e con un trasporto quasi fisico. La violenza è tornata per poi fingere l'inizio del finale, scandito su un tempo quasi di trotto, per poi nuovamente dissolversi. Quindi un grande crescendo ha preparato l’esplosione melodica. Solo il maestro Abbado, forse, era riuscito a rendere questa pagina così emotiva, così sentimentale, con un tempo tanto perfetto e naturale. Il maestro Currentzis non ha imitato quella linea interpretativa, ma ha raggiunto, per altra via, una simile capacità di far cantare Mahler, di renderlo così struggente. Poi è iniziato il finale: grandissima energia, tensione crescente, accumulo inarrestabile, fino ai due colpi conclusivi. Il maestro Currentzis ha tenuto insieme gli estremi con una lucidità formale impressionante: brutalità e canto, febbre e controllo, urto sonoro e abbandono lirico. È stato un ultimo movimento sconvolgente.
Ne è risultata una lettura emozionante, rivelatoria e rivoluzionaria. In sintesi, un’esecuzione da ricordare, con cui il maestro Currentzis e la sua Utopia hanno dimostrato che, dopo quasi 150 anni della sua composizione, e dopo moltissime esecuzioni orchestrali, alcune delle quali consegnate alla storia (basti citare quelle di Bernstein e di Abbado), altre comunque pregevolissime (se ne trovano di recentemente recensite anche su questo sito – da Andris Nelson a Paavo Jarvi), esiste ancora lo spazio, che nemmeno è esaurito, non essendo esauribile, per proporre una Prima di Mahler con esiti mai prima sentiti. Uno spazio che, per fortuna, accoglie tutti, valorizzandone la diversità, anziché accogliendo paradigmi dogmatici e competitivi.
La riuscita del concerto, va ulteriormente rimarcato, non sarebbe mai stata così elevata, senza il supporto di Utopia. Utopia non è soltanto un’orchestra: sembra piuttosto una famiglia musicale. Lo hanno dimostrato l’entusiasmo di fine concerto, gli abbracci, i sorrisi, la gioia quasi incredula di chi sa di aver condiviso qualcosa di irripetibile; ma lo ha dimostrato, prima ancora, il suono. In ogni sezione si è percepita una dedizione collettiva rara, una disponibilità assoluta al rischio e all’ascolto reciproco. Gli archi hanno mostrato una duttilità estrema, capaci di passare dal filamento più sottile a un fuoco sonoro abbagliante, dalla seta dei pianissimi alla materia incandescente dei grandi momenti d’assieme; non a caso, durante la serata, sono saltate tre corde a tre violinisti, dettaglio quasi fisico, e per questo eloquente, dell’intensità con cui questi musicisti hanno abitato la partitura. Le percussioni sono risultate precisissime, di volume straordinario; gli ottoni, infine, sono stati meravigliosi, con corni rotondi e potenti, trombe attentissime e tromboni di magnifico corpo sonoro. Ogni sezione ha conservato una propria identità, ma tutto è confluito in un unico organismo pulsante. Ciò che è toccante in Utopia è proprio questo: l’impressione di un gruppo di musicisti di livello stellare, provenienti da orchestre diverse e da esperienze diverse, che si ritrovano per vivere un’esperienza fuori dal comune. L’orchestra respira con il maestro Currentzis, ne segue il movimento corporeo, ne raccoglie le accelerazioni, le sospensioni, gli scatti improvvisi, ma non appare mai come uno strumento passivo nelle sue mani. Al contrario, ciascun musicista sembra scegliere liberamente di entrare in quel rischio condiviso. In Utopia la disciplina è una forma superiore di libertà. Il gruppo non uniforma le individualità, ma le mette in relazione. È questo che rende il progetto tanto potente: il miracolo di una comunità in cui il virtuosismo personale non rompe l’insieme, ma lo alimenta.
È stato, dunque, un concerto bellissimo, destinato a restare nella memoria di chi vi ha assistito.
























