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Beethoven e Bruckner • Sokhiev

  • Lorenzo Giovati
  • 19 dic 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

Roma, Auditorium Parco della Musica. 13 Dicembre 2025.

Sempre interessanti le programmazioni dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che continua a convocare alcuni tra i migliori direttori d’orchestra del panorama internazionale, chiamati a far musica con quella che probabilmente è la migliore orchestra sinfonica italiana. Tra questi, il maestro Tugan Sokhiev è da tempo un ospite abituale delle stagioni romane, forse l’unica orchestra italiana con cui collabora con continuità, insieme al Teatro alla Scala. Il grande direttore russo è tornato dunque a Roma con un programma inusuale e in parte estraneo alla sua consueta comfort zone musicale, accostando la Fantasia corale di Beethoven alla Terza Sinfonia di Anton Bruckner.


La Fantasia corale, breve ma articolato lavoro per pianoforte, orchestra, coro e sei voci soliste, si apre con una lunga e impegnativa pagina solistica affidata al pianoforte. Ottima la prova del pianista Jean-Frédéric Neuburger, tecnicamente inappuntabile e sempre misurato. L’esecuzione è apparsa fin dall’inizio improntata a una generale delicatezza, soprattutto nella prima sezione, con una notevole morbidezza delle linee musicali. Solo progressivamente, verso la conclusione, la tensione si è fatta più energica, senza mai perdere eleganza e controllo. Ne è emerso un Beethoven di rara raffinatezza. Eccellente, come di consueto, il coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, magnificamente preparato dal maestro Andrea Secchi, così come puntuali e ben calibrati gli interventi delle voci soliste Valentina Varriale e Marta Vulpi (soprani), Eleonora Cipolla (contralto), Alfio Vacanti e Francesco Toma (tenori), Patrizio La Placa (basso).


Nella seconda parte del concerto, la Terza Sinfonia di Anton Bruckner, compositore che Sokhiev ha finora affrontato solo a partire dalla Quarta. La sua lettura è parsa subito lontana da una concezione tradizionalmente tedesca, quindi meno orientata verso quelle sonorità monumentali e compatte che caratterizzano, per esempio, le celebri incisioni di Karajan o di altri grandi direttori d’oltralpe. Ciò non ha reso l’interpretazione meno interessante o meno convincente. Al posto di un suono prevalentemente massiccio, comunque presente in misura sufficiente a garantire un autentico stile bruckneriano, Sokhiev ha privilegiato la linearità del discorso melodico. Ne è derivata una direzione non verticale, attenta a isolare e mettere in rilievo ogni singola componente strumentale, ma piuttosto orizzontale, fondata su una coerente visione d’insieme che ha valorizzato la melodia più della forma architettonica. Nel primo movimento è emerso con chiarezza l’inizio nebuloso, seguito dai netti contrasti tra sezioni dinamicamente più tese e momenti di maggiore distensione. Il secondo movimento è risultato cantabile e compatto, il terzo ritmicamente incisivo e l’ultimo coinvolgente, sempre ben controllato. Una visione, dunque, per nulla tedesca, ma decisamente mediterranea, non lontana per certi aspetti da quella del maestro Claudio Abbado, anch’egli bruckneriano solo occasionale. Un approccio diverso, personale e senza dubbio interessante.


Ottima la prova dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che si conferma ancora una volta un’eccellenza del panorama italiano, capace di coniugare versatilità e rigore stilistico, con un suono elegante e sempre perfettamente controllato.


Un concerto che ha raccolto, meritatamente, un eccellente successo da parte del pubblico, a conferma della qualità complessiva della proposta.


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