top of page

Bach e Scarlatti • Prandi

  • Lorenzo Giovati
  • 23 minuti fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Firenze, Teatro Niccolini. 1 Febbraio 2026.

L’Italia è un territorio disseminato di teatri, grandi e piccoli, celebri e appartati, spesso custodi di una storia secolare. Firenze, in particolare, è una città che può dirsi stratificata di spazi teatrali, soprattutto storici, al punto da costituire quasi un unicum nel panorama nazionale. È forse anche l’unica città italiana a possedere, accanto a questo patrimonio, un teatro d’opera di nuova costruzione, quello del Maggio Musicale Fiorentino. La presenza del Maggio ha inevitabilmente finito per concentrare su di sé gran parte della vita musicale cittadina, ma Firenze non ha mai davvero abbandonato i suoi teatri minori, continuando a integrarli in un tessuto culturale vivo e articolato.


È il caso del Teatro Niccolini, situato a pochi passi dal Duomo, la cui origine risale addirittura al 1648 e la cui fondazione è legata al nome di un membro della famiglia Medici, anche se forse non del ramo più celebre. Oggi il Teatro Niccolini, sapientemente ammodernato, è una delle sedi principali dell’Associazione Amici della Musica di Firenze, che vi organizza con continuità concerti solistici e cameristici, confermando il ruolo di questo spazio nella vita musicale cittadina.


In questa occasione a salire sul palcoscenico è stata la giovane e già affermata Miriam Prandi, protagonista di una serata costruita con intelligenza e con forte personalità. La Prandi si è presentata al pubblico con un’eccellente esecuzione della Suite per violoncello solo n. 6 di Johann Sebastian Bach, affrontata con grande sicurezza tecnica e con notevole consapevolezza stilistica. Le Suites bachiane rappresentano da sempre un banco di prova privilegiato per ogni violoncellista, un poco come le sinfonie di Ludwig van Beethoven per un direttore d’orchestra o i Notturni di Frédéric Chopin per un pianista: un repertorio frequentatissimo, nel quale il rischio di cadere nella, a volte comoda, a volte scontata, routine è sempre in agguato. Ciò che distingue un vero interprete, però, è la capacità di far emergere idee nuove e prospettive personali anche all’interno di un terreno così esplorato.


La Prandi è certamente riuscita a imprimere alla Sesta Suite un carattere fortemente individuale, così come già accade nelle altre Suites recentemente incise in un lavoro discografico di grande fascino. L’approccio al violoncello rivela una profonda familiarità con lo strumento, che emerge non solo nella sicurezza tecnica, ma soprattutto nella qualità del suono, sempre controllato, pieno e rotondo. Ogni frase appare scolpita con attenzione minuziosa, ma sempre sorretta da un ampio respiro musicale, in un equilibrio riuscito tra rigore architettonico e libertà espressiva. La concentrazione dell’interprete si è tradotta in una lettura coerente, compatta, nella quale ogni dettaglio ha trovato una sua precisa collocazione all’interno di un'idea.


La vera sorpresa della serata è arrivata però quando l’interprete ha deposto il violoncello per sedersi al pianoforte. Qui ha proposto una scelta di Sonate di Domenico Scarlatti: la Sonata in la maggiore K. 208, la Sonata in re maggiore K. 29, la Sonata in re maggiore K. 491 e la Sonata in fa minore K. 466. Anche in questo caso la Prandi ha dato prova di un talento non comune e di una sensibilità musicale che va ben oltre la padronanza tecnica dello strumento. Esiste, infatti, una differenza sostanziale tra chi sa suonare il pianoforte e chi è realmente pianista: il pianista possiede un’idea sonora, un tocco riconoscibile, una morbidezza naturale e una tecnica al servizio del pensiero musicale. In queste Sonate, la Prandi ha mostrato di appartenere senza dubbio a questa seconda categoria, offrendo esecuzioni leggere, eleganti e finemente cesellate, sempre attente al canto e alla chiarezza del discorso musicale.


L’ultima parte del programma ne ha invece visto il ritorno al violoncello con la Suite n. 1 di Bach, scelta per chiudere idealmente il cerchio e congedarsi dal pubblico attraverso una delle pagine più celebri e amate dell’intero repertorio. L’esecuzione si è distinta per equilibrio e naturalezza, per la solidità dell’impianto tecnico e per la capacità di mantenere una tensione espressiva continua senza mai indulgere in compiacimenti. La musica è stata lasciata parlare con sobrietà e con intelligenza, sostenuta da un suono sempre nitido e da un fraseggio consapevole, che ha confermato la maturità interpretativa dell’artista.


Due i bis concessi al termine del concerto. Il primo è stato Dolcissimo di Pēteris Vasks, brano particolarmente caro alla Prandi, che sembra aderire in modo quasi organico alla sua voce strumentale e naturale (il brano infatti richiede l'utilizzo anche della voce dell'interprete) e al suo modo di respirare la musica. A seguire, la Bourrée I dalla Suite n. 3 di Bach, proposta con freschezza e con precisione, come ultimo omaggio a un autore che ha attraversato l’intera serata.


Al termine, applausi convinti e calorosi da parte del pubblico, a suggello di una serata che ha messo in luce uno sfavillante talento, capace di muoversi con naturalezza tra linguaggi, stili e strumenti diversi.


  • Instagram
  • Facebook

Powered and secured by Wix

bottom of page